Sangue dal sangue

Morte

Nora allunga una mano per toccare la guancia del marito: è proprio morto. Sospettava che fosse così, considerata l’enorme macchia di sangue scuro che si sta allargando sotto il suo corpo, ma sentire che la sua pelle si sta già raffreddando le fa comunque un certo effetto.

Che peccato. Povero Alfred. L’hanno infilzato per bene. È una vera fortuna che i briganti non si siano dati pena di ispezionare anche il piano superiore: si era nascosta nell’armadio, il posto più ovvio in cui cercare una persona che non vuole essere trovata. Alfred aveva tenuto la bocca chiusa, almeno per una volta nella vita, e non l’aveva chiamata a squarciagola, e nessuno s’era accorto di lei.

Povero Alfred, pensa ancora la ragazza, scostandogli dalla fronte un ciuffo di capelli ormai quasi del tutto grigi. Non che l’avesse mai amato, a dire il vero. Non l’era nemmeno simpatico, suo marito. Forse lo disprezzava anche un po’, ma non meritava di fare quella fine.

Nora cerca di capire come sia morto: dissanguato, probabilmente. Non è esperta di accoltellamenti, ma la tunica di suo marito è completamente intrisa di sangue, il che le fa pensare che sia stato pugnalato più volte. Non dev’essere morto subito: probabilmente era ancora vivo mentre lei se ne stava tremante nel suo rifugio di legno, aspettando che i briganti se ne andassero e si allontanassero, sparendo nella foresta che circondava la loro casa. Dall’armadio era uscita solo quando aveva iniziato a mancarle l’aria, e per allora suo marito era già passato a miglior vita. Chissà se avrebbe potuto salvarlo: del resto, anche se non l’ha mai detto a nessuno, lei sa di essere una strega.

Ma probabilmente non avrei potuto fare niente per fermare il sangue, ragiona, rimettendosi in piedi. Il potere che le solletica la punta delle dita ha a che fare con le fiamme e il calore, non certo con la guarigione delle ferite. È un potere inutile, buono solo per cuocere a puntino la minestra e per scaldarsi le mani nelle sere d’inverno. Nora suppone che potrebbe rivelarsi utile anche qualora decidesse di dar fuoco a qualcosa – o a qualcuno – ma la ragazza sa benissimo che non sarebbe mai in grado di usare il suo potere per fare del male o per compiere azioni violente. Per carità. Non è nelle sue corde. Senza contare che non ha mai rivelato a nessuno quella sua dote tanto particolare, né mai intende farlo: essa è un segreto anche per i suoi stessi genitori, e come potrebbe essere diversamente? Le streghe, si sa, fanno tutte una brutta fine.  

Chissà se Alfred l’avrebbe sposata comunque, tre anni prima, se avesse saputo quello che era in grado di fare. Forse no, ammette, e non è che il pensiero la disturbi più di tanto. Quando suo padre aveva concesso la sua mano a quell’uomo che aveva solo dodici anni in più di lei, ma che sembrava decisamente più vecchio, Nora aveva fatto le spallucce. Era l’ultima di otto figli, e per di più era femmina: se Alfred non si fosse interessato a lei, avrebbe probabilmente trascorso la vita a badare ai propri genitori. Invece che servire due vecchi, si era detta, avrebbe servito un solo uomo: era certamente un miglioramento.

Se doveva essere perfettamente sincera con se stessa, non aveva mai capito perché l’avesse sposata. Non era bella, piccola e secca com’era, con la pelle giallastra, i capelli di un castano polveroso e gli occhi scuri e infossati. Non era ricca e non aveva titoli. Sulle prime aveva pensato che l’uomo volesse qualcuno che gli tenesse compagnia di notte, e la prospettiva l’aveva anche solleticata: non perché fosse attratta da Alfred, che le aveva sempre ricordato un po’ una capra, ma perché quegli affari tra uomini e donne l’avevano sempre incuriosita. Ma l’esperienza di era rivelata una delusione. Suo marito era frettoloso, svogliato e ripetitivo, e ben presto quegli incontri notturni – in vero piuttosto rari – le erano parsi solo una delle tante incombenze domestiche: era meglio che lavare i vetri, ma peggio che impastare il pane.

Forse gli serviva solo una governante, ragiona Nora. Be’, adesso è morto e non ha più bisogno di nessuno che badi a lui. Forse dovrebbe seppellirlo, ma non ha davvero la forza di scavare una fossa e di buttarcelo dentro. Forse potrebbe bruciarlo, ma le manca il coraggio. E se qualcuno vedesse il fumo? E se qualcuno sentisse la puzza? E allora decide di lasciarlo lì. Le dispiace, ma che altro può fare una ragazza sola? 

La giovane raccoglie la sacca che ha preparato. «Addio, caro marito» gli dice, salutandolo con un cenno della mano. «Me ne vado: torno da mio padre.»

Ci ha riflettuto a lungo e ha concluso che è la cosa più logica che può fare. Non può restare in quella casa così isolata – di cosa vivrebbe? – e, poi, in quella terra non si è mai sentita a suo agio. Ora che è vedova, sente di poter tornare nella sua vera casa. E ci andrà a piedi, perché i briganti che le hanno ammazzato il marito si sono portati via anche i cavalli.

Nora si carica la sacca sulle spalle e barcolla sotto il suo peso. Sette giorni di marcia. Ce la può fare.

Gli imprevisti, si sa, sono dietro l'angolo: in cosa s'imbatte Nora durante il primo giorno di viaggio?

  • In un cadavere (25%)
    25
  • In un guerriero solitario (25%)
    25
  • In una carovana (50%)
    50
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22 Commenti

  1. Fugge e va a cercare aiuto! Non so quanto è vicina al bambino ma potrebbe prenderlo per un braccio e trascinarlo via.
    C’è sempre una variazione di atmosfera tra i vari capitoli: mi piace 😀
    Un cosa invece la segnalo perché l’hanno segnalata a me:
    >La via è impraticabile e il capo carovana – che si chiama Yorel – impone una sosta.
    Viene meglio:
    La via è impraticabile e Yorel, il capo carovana, impone una sosta.

    Ciao 🙂

  2. Scrivi in modo molto delicato, sembra di essere nella mente dalla protagonista, ma in modo discreto.
    L’ultimo capitolo mi ha sorpreso. il finale è molto emozionante.
    Vorrei però soffermarmi su una frase della prima parte del capitolo: “La via è impraticabile e il capo carovana – che si chiama Yorel – impone una sosta”
    L’avevamo già incontrato nel capitolo precedente, coi suoi baffoni e i modi cortesi. Qui invece non fa nulla ma impariamo il suo nome. Capo carovana, per me, è sufficiente ad identificarlo e a connotarlo. Dargli un nome cosa può aggiungere? Mi piacerebbe sentire la tua opinione e anche quella degli altri lettori.
    Inutile dire che aspetto con ansia il prossimo episodio.

    • Ciao e grazie per il commento dettagliato. In effetti, il fatto di conoscere il nome del capo carovana non aggiunge nulla di utile a questo capitolo. A seconda di come evolverà la storia, però, questo personaggio potrebbe assumere uno spessore maggiore. “Capo carovana” è lungo da scrivere e porta via un sacco di caratteri: ho preferito scegliere un nome più breve con il quale indicarlo in futuro, se mai ce ne fosse bisogno. È vero che avrei potuto dargli un nome in un capitolo successivo, ma qui mi avanzavano alcuni caratteri e ho pensato di approfittarne.

  3. Un capitolo tranquillo, dove non succede praticamente niente se non appunto l’incontro con la carovana, che però, almeno in apparenza, non sembra portare guai. Tuttavia mi è piaciuto molto. Mi piace il modo in cui scrivi e descrivi le azioni e i pensieri della protagonista, mettendoci al corrente dei suoi ragionamenti in modo però per niente macchinoso. Voto per la donna con i bambini!

  4. Ciao e benvenuto/a. Questo incipit mi sembra promettere bene, mi piace la protagonista. Anche se è un fantasy, io sono per le scelte razionali: dico che trova un cadavere. Del resto, qui la gente sembra morire con una certa facilità…

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