Sangue dal sangue

Dove eravamo rimasti?

Chi c'è nella carrozza? Una donna con due bambini (50%)

I gemelli

Nora ha sempre nutrito una certa diffidenza nei confronti delle persone attraenti ed è per questo che la donna che l’attende nella quarta carrozza le piace poco. Dev’essere più vecchia di lei di una decina d’anni, ma ha lunghi capelli neri, brillanti occhi verdi e sottili lineamenti da fata. Anche i due ragazzini di sei o sette anni che le stanno accanto sono molto belli – e assomigliano alla madre – ma sono solo bambini e lei non si sente minacciata. La donna, però, la mette a disagio.

La ragazza si schiarisce la voce. «Ehm» tossicchia. «Ho bisogno di un passaggio e mi hanno detto che qui c’è posto. Scusate il disturbo.»

La donna la scruta dubbiosa per qualche istante con i suoi occhi da gatta, ma poi sorride e annuisce. «Ma certo. Siamo solo in tre. Vieni pure.»

Anche la sua voce è dolce, musicale, priva delle note stridule che a volte si manifestano in quella di Nora, strascico di un’adolescenza mai del tutto superata. La ragazza le rivolge un cenno del capo. «Grazie» dice. «Io sono Nora.»

La donna le porge una mano. «Amita – piacere mio. E loro sono Kadel e Torek.» La giovane non ha bisogno di chiedere, per sapere che sono gemelli: ai suoi occhi, i ragazzini sono due gocce d’acqua.

Una volta fatte le presentazioni, la conversazione si riduce al minimo. Nora sente di non aver poi molto da dire – soprattutto, non ha voglia di spiegare perché si trova lì, né di raccontare di come ha lasciato il corpo di Alfred – e Amita è una compagna piuttosto silenziosa. Alla fine del primo giorno di viaggio, Nora sa che suo marito è scomparso in mare tre anni prima, il che fa di lei una vedova, anche se il corpo non è mai stato trovato. Sta andando a Torre Lancia per risposarsi, perché i gemelli stanno diventando grandi, e arriva un’età in cui un ragazzo ha bisogno di un padre, per crescere bene. Così almeno dice Amita, e Nora non ha motivo di contraddirla.

I bambini parlano poco: confabulano spesso tra loro, ma non si rivolgono quasi mai alla loro ospite, il che è un bene, perché Nora non è mai stata brava con i ragazzini. È una vera fortuna che in tre anni di matrimonio gli dei non abbiano ritenuto opportuno renderla madre.

La mattina del secondo giorno inizia a piovere e presto la strada si trasforma in un fiume di fango. La via è impraticabile e il capo carovana – che si chiama Yorel – impone una sosta. «Finché il tempo non migliora» dice. «Viaggiare in queste condizioni è pericoloso.»

È vero, ma Nora scopre che dividere lo spazio ristretto del carro con tre sconosciuti è, se non pericoloso, quantomeno imbarazzante. Amita ricama, ma la ragazza non ha nulla da fare. Riordina la propria sacca, un’operazione che richiede circa mezz’ora, dopodiché non può fare altro che guardare la pioggia cadere. La noia rischia di inghiottirla.

Anche i bambini soffrono l’immobilità, perché quando il cielo inizia a rischiararsi – ed è ormai quasi sera – schizzano giù dal carro per andare a giocare nei prati che costeggiano la strada. Amita solleva lo sguardo dal ricamo e li segue con gli occhi, un’espressione tesa sul volto. Nora è grata per la distrazione che le viene offerta. «Vado con loro» dice. «Li tengo d’occhio.»

Amita le rivolge un cenno di ringraziamento e lei scende velocemente dalla carrozza, avviandosi nella direzione in cui sono scomparsi i gemelli. Il paesaggio attorno è di un verde intenso, vibrante, così diverso dalle sfumature di giallo, ocra e marrone tra le quali è cresciuta. L’erba tra cui cammina da diversi minuti è alta e puntellata di fiori bianchi, leggeri e soffici come il cotone. Non c’è sentiero e il terreno morbido pare incapace di serbare traccia dei piedi che l’hanno calpestato. D’un tratto Nora capisce che la sua cedevolezza non è data solo dalla pioggia che è caduta abbondante per ore: si trova in una sorta di palude, in una torbiera, e sotto di lei ci sono cose morte.

Per qualche motivo, quella consapevolezza le serra la gola e lei si guarda attorno, sentendosi improvvisamente a corto di fiato. «Kadel!» chiama. «Torek!» Non ha mai pronunciato i nomi dei gemelli prima d’allora e si chiede se i ragazzini riconoscano la sua voce. Spera di sì, perché ora sa che è fondamentale che lei li trovi, prima che che avvenga qualcosa che non ha ancora forma nella sua mente, ma che le vibra nelle ossa, nelle braccia, nei palmi delle mani. È solo suggestione, pensa. È la fatica del viaggio, il trauma della morte di Alfred, ma quando un grido si leva dall’erba alta si scopre a correre, guidata solo dall’istinto, proiettata verso una piccola macchia di larici che sorge un po’ più in là.

Quando la raggiunge, il sangue le si ghiaccia nelle vene. Perché c’è Kadel – o è Torek? – che grida, le mani a coprire il volto da bambino e gli occhi chiusi stretti stretti. E c’è un uomo, a pochi metri da lui, o qualcosa che gli assomiglia: è vestito di stracci e in una mano regge un coltello dalla lama nera. Con l’altra mano, invece, regge il braccio inerte di Torek – o di Kadel. Il bambino fissa il cielo, ma i suoi occhi non vedono più nulla.

Nora non ha molte opzioni. Cosa fa?

  • Usa il proprio potere per affrontare lo sconosciuto. (50%)
    50
  • Affronta lo sconosciuto, ma non usa la magia e cerca invece di sottrargli il coltello. (0%)
    0
  • Fugge e va a cercare aiuto. (50%)
    50
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21 Commenti

  1. Fugge e va a cercare aiuto! Non so quanto è vicina al bambino ma potrebbe prenderlo per un braccio e trascinarlo via.
    C’è sempre una variazione di atmosfera tra i vari capitoli: mi piace 😀
    Un cosa invece la segnalo perché l’hanno segnalata a me:
    >La via è impraticabile e il capo carovana – che si chiama Yorel – impone una sosta.
    Viene meglio:
    La via è impraticabile e Yorel, il capo carovana, impone una sosta.

    Ciao 🙂

  2. Scrivi in modo molto delicato, sembra di essere nella mente dalla protagonista, ma in modo discreto.
    L’ultimo capitolo mi ha sorpreso. il finale è molto emozionante.
    Vorrei però soffermarmi su una frase della prima parte del capitolo: “La via è impraticabile e il capo carovana – che si chiama Yorel – impone una sosta”
    L’avevamo già incontrato nel capitolo precedente, coi suoi baffoni e i modi cortesi. Qui invece non fa nulla ma impariamo il suo nome. Capo carovana, per me, è sufficiente ad identificarlo e a connotarlo. Dargli un nome cosa può aggiungere? Mi piacerebbe sentire la tua opinione e anche quella degli altri lettori.
    Inutile dire che aspetto con ansia il prossimo episodio.

    • Ciao e grazie per il commento dettagliato. In effetti, il fatto di conoscere il nome del capo carovana non aggiunge nulla di utile a questo capitolo. A seconda di come evolverà la storia, però, questo personaggio potrebbe assumere uno spessore maggiore. “Capo carovana” è lungo da scrivere e porta via un sacco di caratteri: ho preferito scegliere un nome più breve con il quale indicarlo in futuro, se mai ce ne fosse bisogno. È vero che avrei potuto dargli un nome in un capitolo successivo, ma qui mi avanzavano alcuni caratteri e ho pensato di approfittarne.

  3. Un capitolo tranquillo, dove non succede praticamente niente se non appunto l’incontro con la carovana, che però, almeno in apparenza, non sembra portare guai. Tuttavia mi è piaciuto molto. Mi piace il modo in cui scrivi e descrivi le azioni e i pensieri della protagonista, mettendoci al corrente dei suoi ragionamenti in modo però per niente macchinoso. Voto per la donna con i bambini!

  4. Ciao e benvenuto/a. Questo incipit mi sembra promettere bene, mi piace la protagonista. Anche se è un fantasy, io sono per le scelte razionali: dico che trova un cadavere. Del resto, qui la gente sembra morire con una certa facilità…

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