Una piccola vita d’estate

Antonino, detto “Nino” e Gaetano, detto “Lupo”

Ultima Estate

Quella calda mattina Antonino, detto “Nino”, stava lì quando suonò il campanello, sdraiato sul letto ad accarezzare i suoi pensieri di fantasia, nei quali tutto gli era permesso, persino pensare che il nonno fosse ancora vivo, tra i suoi immortali proverbi, a raccontargli gli anni della guerra e di come aveva conosciuto la nonna e di come era quasi morto annegato nell’estate del ‘58.

In quel tempo il soffitto bianco e screpolato era diventato il suo migliore amico, l’unico compagno di avventure, silenzioso e inerte testimone di mille pensieri e sogni; ma ora tutto era finito, era il momento di voltare la pagina della vita, di quella vita.

Nulla dura per sempre Nino”, questa frase pronunciata dal suo inconscio con la voce del nonno sgozzò i suoi pensieri ingenui. Spaventato da questo epilogo, privato del lieto fine, si destò, nell’esatto frangente in cui il campanello aveva smesso di suonare.

Prima Estate

Antonino, detto “Nino” e Gaetano detto “Lupo”

Dai Nino, scendi”, un voce maschile arrivava dalla strada di casa, saliva dal balcone ed echeggiava nelle orecchie di Nino che era stravaccato sul divano del piccolo salotto di casa.

Da quando era finita la scuola, per lui il tempo si era fermato, tutto passava con  una lentezza che gli pareva infinita, tutti si muovevano a rallentatore in un’aria calda e accesa dei raggi del sole, che battevano con una violenza tale da provocare quasi dolore. L’estate era troppo impegnativa, si sudava e ogni movimento richiedeva una dose troppo elevata di forza per fare gesti quotidiani. A Nino non piaceva l’estate, perché con essa veniva sempre la noia, che era il nemico peggiore, poiché risucchiava ogni cosa di divertente che la mente dei bambini potesse ideare: giocare a pallone sarebbe stato adatto per chi voleva sperimentare il sapore della carne bruciata e certamente Nino non voleva fare quell’esperienza.

Ninoo”

La voce continuava a chiamarlo da sotto e ad infiltrarsi nelle sue orecchie, Nino si girò dall’altra parte del divano, faceva troppo caldo solo per pensare di uscire e riflettendoci non aveva neanche voglia di affacciarsi dal balcone e dirglielo che non aveva intenzione di scendere. Quello lì sotto si sarebbe stancato e se ne sarebbe andato, come aveva fatto il giorno prima e il giorno prima ancora.

Faceva troppo caldo.

“Antonino”.

Sentì all’improvviso una voce rauca, ma al tempo stessa sicura e decisa che lo chiamava, questa volta non era lo scocciatore di sotto che gridava il suo nome, ma la voce proveniva dal piccolo salotto di casa sua e Nino sapeva benissimo chi fosse a chiamarlo, perché solo una persona al mondo lo faceva con il suo nome completo.

Era il nonno, seduto sulla sua piccola poltrona in pelle, tutta avvolta da una coperta di lana rossa, quella era la sua compagna di vita, l’unico pezzo di arredamento che il nonno aveva deciso di portarsi a casa della figlia, quando questa aveva pensato che fosse il caso che si trasferisse da loro, perché convinta che il nonno avesse perso la sua autosufficienza dopo la morte della moglie.

Ora il nonno, seduto sul suo trono, lo stava guardando con lo sguardo torvo, enfatizzato dalle rughe che gli aggredivano la faccia e che gli imbruttivano il volto. Per Nino era sempre stato impossibile sostenere quelle occhiate, davanti alle quali si sentiva impotente e completamente disarmato come un nano, che è in procinto di essere schiacciato dal piede di un gigante. E Nino immaginava sempre quel gigante con la faccia rugosa del nonno.

“Dici sempre che ti annoi e ora che puoi uscire a divertirti, te ne stai sul divano a squagliarti le ossa”.

Nino osò alzare lo sguardo verso il nonno, nell’esatto momento in cui, ancora una volta, la voce dello scocciatore saliva dalla finestra sul balcone e risuonava per l’ultima volta il diminutivo del suo nome.

Subito si pentì dell’ardua scelta, così abbassò la testa, ancor prima di incrociare gli occhi azzurri del nonno circondati da tante rughe, come se fossero state poste li per proteggere gli occhi a mo’ di recinzione, pensò di rispondergli che, era vero, si annoiava, ma “Lupo”, il ragazzo che lo chiamava lì fuori era strano, per cui sarebbe stato meglio starsene sul divano a squagliarsi le ossa per tutta l’estate piuttosto che farsi vedere con quello.

Eppure non ce la fece a proferire parola; dalla sua bocca arsa non uscì nulla o forse non ebbe il tempo necessario per trasformare il fiato in suono che il nonno continuava:

“Allora, Che fai lì impalato ? Il caldo ti ha già squagliato il cervello?”

Nino si limitò a scuotere la testa coperta di ricci castani, ancora abbassata.

“Muoviti, va ad incontrare il tuo amico”.

Nino non ne aveva affatto voglia, ma del resto non aveva molte possibilità: meglio trascorrere delle ore con quello strano ragazzino che essere considerato un rammollito dal nonno.

Perché Gaetano è chiamato “Lupo”

  • Gaetano ha la faccia da Lupo (0%)
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  • All’asilo Gaetano aveva detto di essere stato allevato da una Lupa, come nella celebre leggenda di Romolo e Remo (0%)
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  • “Lupo” è il nomignolo che gli è stato affibbiato perché a Gaetano da piccolo piacevano questi animali. (0%)
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5 Commenti

  1. Ho trovato questo incipit un po’ disorientante perché ci sono poche spiegazioni e non si capisce bene che sta succedendo, ma per me è una cosa positiva, sia perché così spinge a proseguire la lettura, sia perché il protagonista stesso sembra essere molto disorientato. La scrittura poi è buona e scorrevole e la storia sembra interessante, per cui ti seguirò volentieri!

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