A mia disposizione

Nel nome del padre

Il taxi stava per arrivare, un quarto d’ora o poco più. Il tempo di una rapida perquisizione dell’appartamento per controllare di aver preso tutto il necessario per stare via un po’ di tempo. Un po’ di tempo o molto, molto di più? Partire e poi ritornare? O partire e basta?

Intanto doveva svignarsela. Far perdere le tracce. Far scomparire il suo profumo, la sua voce seducente, i vestiti svolazzanti e provocanti. Rintanarsi in qualche luogo per far calmare le acque e poi ricominciare a metter tende da qualche altra parte. Che vita assurda si era scelta. Scelta o voluta? Ma chi se ne frega! Soldi per tenere le gambe aperte, venite fratelli e andiamo in pace.

Indossò il cappotto leggero Armani, gli occhialoni da sole stile Jacqueline Kennedy. Infilò le mani sobriamente ingioiellate nel manico dei due trolley Louis Vuitton. Richiuse la porta alle sue spalle e si incamminò lungo il corridoio.

Si fermò un’istante davanti alla porta dell’appartamento dopo il suo. La tentazione di bussare era tanta. Ma doveva rimanere tale. Dopotutto partiva a causa di quell’appartamento. Appoggiò l’orecchio al legno freddo e laccato bianco. Non udiva nessun rumore provenire dall’interno.

“Chissà”, disse sottovoce.

Guardò l’orologio al polso destro.

“Devo sbrigarmi!”, e scivolò svelta dentro all’ascensore.

Si erano conosciuti circa dieci anni fa, ad un evento charity organizzato al Rotary Club. La nipotina di uno sei soci più facoltosi soffriva di una malattia rara del sistema immunitario. Per salvarla i medici avevano proposto ai genitori delle cure sperimentali in America, sperimentali e senza nessuna certezza di salvezza. L’unica cosa sicura era l’alto costo che tale sperimentazione comportava. Soldi che solo famiglie benestanti potevano permettersi senza troppe riflessioni. Così il ricco socio organizzò la serata per raccogliere fondi a favore della nipotina, e a beneficio dell’ospedale Pediatrico della sua città al quale avrebbe donato parte delle somme raccolte.

Samuele aveva presenziato a nome del padre che non si sentiva molto bene quella sera. Controvoglia, terribilmente controvoglia e annoiato da tutti quei vecchioni, anzi vecchione, che gli si avvinghiavano troppo spesso per chiacchierare amabilmente e degustare un calice di Chiaretto doc. Un bel ragazzo giovane, di bella presenza e ottima famiglia, attirava sempre l’attenzione.

Dopo la cena, si era ritirato sotto un gazebo con un coetaneo. Dovevano discutere di una commessa relativa all’arredamento di un albergo a Monaco. La serata era splendida, sul finire della stagione estiva, calda ma asciutta. Perfetta per godersela all’aperto.

Samuele lavorava nel settore del design e dell’arredamento. Veniva contattato da architetti di prestigio per arredare hotel di lusso, già costruiti o ancora in fase di progettazione. E poi c’erano i bar, i locali alla moda per personaggi facoltosi. Viaggiava spesso e veniva pagato molto bene per le sue consulenze. Si muoveva molto in Europa. Volare oltre oceano non gli interessava molto, soprattutto perché odiava volare, e il fatto di dover rimanere rinchiuso dentro quella scatola volante per dieci ore che toglieva il respiro. Avevo seguito alcuni progetti a New York, affrontando il volo con una buona dose di calmanti e Travelgum. Ma solo perché era l’inizio della sua carriera e doveva imparare ulteriormente il mestiere e farsi un nome. Ora poteva scegliere e preferiva Copenaghen a Los Angeles.

Aveva imparato il mestiere dal padre, Massimiliano “Max” Moro. Un uomo che si era fatto da solo, ai tempi del dopoguerra. Quando l’Italia era allo sfascio e si doveva inventarsi il modo per sbarcare il lunario. Max era un intuitivo. Studiava le persone, le situazioni, le chiacchiere. Ascoltava tutti e mandava tutto a memoria. Leggeva i giornali e i libri della biblioteca. Osservava gli artigiani e imparava alla svelta. A scuola era molto bravo e i suoi genitori si fecero in cento per farlo studiare. Fece molti lavori modesti e da ogni datore imparò con umiltà, ringraziando sempre. Evitava le discussioni come la peste. Se veniva provocato, cercava di mediare, oppure rimaneva zitto. Così facendo si faceva voler bene da tutti, o almeno da tutti quelli che lavoravano e basta, senza velleità sindacali. Finché venne preso come garzone in una fabbrica di mobili. Lì il salto. Il direttore del reparto colse la sua abilità nel riconoscere la qualità dei legnami solo alla vista. Lo stimolò a creare dei bozzetti di cucine o mobili da soggiorno, e li propose poi al direttore generale. Quando la direzione decise di produrre uno dei progetti di Max, arrivò la sua prima promozione. Si tolse la tuta da operaio e cominciò ad indossare la camicia e la cravatta. Studiò all’Università per diventare architetto, conobbe professionisti importanti, si fece strada nell’ambiente e il suo nome ormai era una garanzia.

Samuele ha seguito le orme del padre.

  • Sotto il gazebo. In compagnia di chi? (33%)
    33
  • Una serata noiosa può cambiare piega e diventare interessante? (67%)
    67
  • Nel bene o nel male? (0%)
    0
Loading ... Loading ...
Categorie

Lascia un commento

23 Commenti

  1. Che Camilla sia quella donna misteriosa dei primi capitoli?
    Quindi voto per sapere chi è Camilla, ma in realtà ti manca l’ultimo capitolo e mi sembra che ci siano un po’ di cose in sospeso e dovresti rispondere a tutte e tre le opzioni, spero riuscirai a risolvere tutto in sole 5000 battute.

Questo sito usa i cookies per migliorare l'esperienza utente. Cliccando su Accetto acconsenti all'utilizzo di cookie tecnici e obbligatori e all'invio di statistiche anonime sull'uso del sito maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi