Carezze fugaci

Carezze fugaci

In quella casa tutto si era fermato, a partire dell’orologio in cucina, impolverato. Quante volte avevo pensato di farlo ripartire, ma avevo sempre rimandato. La casa solitaria, era il fantasma di ciò che era stata in passato. Niente più risate, niente allegria. Il bianco candido delle pareti, aveva lasciato posto a un grigio indefinito.Non somigliava lontanamente alla casa di cui mi ero innamorata quando la comprammo, ma rispecchiava il mio stato d’animo. Al mattino presto, in Brianza dove vivevo, affacciandomi dalla finestra, non si vedeva a un palmo dal naso. Nebbia ovunque, e se si prestava un po’ di attenzione, si udiva solo il canto di qualche uccellino mattiniero.
Quando la nebbia si diradava, tornava tutto alla normalità . Si intravedeva di nuovo il lago in lontananza, in cui si specchiavano i grandi pini e si udivano i trattori arare i campi. Spesso restavo li, affacciata a quella finestra sul mondo, con un viso stanco, segnato dalle prime rughe, nonostante non fossi ancora entrata negli anta.
La mia vita si era fermata molti anni prima, a quando nei capelli non vi erano ancora i primi fili argentei, gli occhi sorridevano senza grinze, e il cuore ancora non lo avevo chiuso in una scatola di ferro.
Erano passati troppi anni, quindici per l’esattezza, da quando con l’ingenuità che si può avere solo a vent’anni, credevo ancora nell’amore. Da li a poco tutto cambiò.
Mi ero sposata, ma non avevo avuto un matrimonio idilliaco di cui andare fiera, a differenza di Anna, mia vicina nonché amica da non ricordo più quanto tempo. Forse troppo. Quelle amicizie che si possono definire storiche. Mio marito Franco lavorava tutto il giorno, rientrando solo la sera tardi. All’inizio mi dispiaceva, mi mancava, ma col tempo quella solitudine diventò la mia quiete. Non dovevo sorbirmi i suoi discorsi deliranti sul lavoro, sul mio aspetto ormai sciatto e trascurato. Non potevo dargli torto, ma non avevo nemmeno motivi per prepararmi e farmi bella. A stento ricordavo quand’era stata l’ultima volta che eravamo stati fuori a cena. Da fuori potevamo sembrare gli tessi di sempre, innamorati e felici, ma il tempo ci aveva cambiato eccome. Ora condividevamo solo il letto e l’insofferenza che avevamo l’uno per l’altro. L’unica che sapeva che il nostro matrimonio era ormai arrivato al capolinea, era proprio Anna. Lei che stava per festeggiare vent’anni di matrimonio, con suo marito che l’adorava dal primo giorno che si erano conosciuti. Aveva dovuto assistere in prima fila, a quello spettacolo senza lieto fine e senza formula “Soddisfatti o rimborsati “.
“ Non puoi andare avanti così “ mi diceva sempre. Aveva ragione, ma qualcosa, ogni volta che pensavo di andare via, mi faceva desistere. Forse, la speranza che hanno tutte le donne di veder il proprio uomo cambiare, far tornare tutto come prima. Passavamo i pomeriggi sul patio di casa sua, fumando e guardando il sole tramontare. Era il mio ossigeno, meglio di una seduta dallo strizzacervelli. Franco amava trovare la cena pronta, guai trovare il tavolo non apparecchiato, andava su tutte le furie, maniaco del controllo com’era. Una di quelle sere rientrando, ero ancora ai fornelli, la cena non era pronta, lui si sedette con finta calma, ormai lo conoscevo, e mi chiese cosa avessi fatto di cosi importante da fare tardi nel cucinare.
“Sai, ci sono tante cose da fare in una casa”. Lo stavo provocando è vero, ma di fronte al suo atteggiamento non riuscivo proprio a trattenermi. Fu un attimo, il bicchiere col vino che si era versato, finì a terra, in mille pezzi. Mi voltai
“ È questo che sei diventato? “ . Mi tolsi il grembiule gettandolo sul tavolo davanti a lui e me ne andai. Una volta sola, mi accesi un’altra sigaretta, buttando fuori il fumo come se fosse la causa del mio malessere. La mia valvola di sfogo. Tornai in cucina, i pezzi di vetro erano ancora li sul pavimento. Li guardai e dopo un rumoroso sospiro, mi inginocchiai per raccoglierli facendo attenzione a non tagliarmi. Cenai da sola, che dopo quello che era successo, era la migliore cosa che mi potesse capitare. Le mie giornate più o meno erano queste. Era in momenti come questi, che avrei voluto ancora sentire la voce di mia madre, che rassicurante, mi diceva che tutto si sarebbe risolto. Lei e mio padre si erano amati fino all’ultimo giorno. Anche la morte avevano condiviso, andandosene nello stesso momento, durante quel viaggio che da sempre avevano voluto fare. Dannato camion che si era insinuato sulla loro traiettoria. Non avevamo figli, il che, considerando come si erano evoluti gli eventi, sembrava la cosa migliore. Franco non era stato il marito perfetto, forse padre si, ma costringere un’anima innocente a sorbirsi le nostre liti e i nostri silenzi, mi sembrava profondamente egoistico. 

Riuscire ad avere figli, avrebbe cambiato il corso del loro rapporto?

  • Quel figlio non arrivato forse si rivelerà una salvezza, che non la vede costretta a rimanere col marito (100%)
    100
  • Tutto il suo amore e affetto ssrebbero andati solo al figlio. Lasciando la moglie in penombra (0%)
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  • Forse la paternità avrebbe fatto tornare Franco, l'uomo amorevole dei primi tempi (0%)
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4 Commenti

  1. Concordo con il punto di vista di Connie Angel sul restar spiazzati dal secondo capitolo totalmente diverso quasi come se fosse un pezzo a parte. Nonostante ciò, amo il soffermarsi sui dettagli che permettono all’immaginazione di creare una vera e propria realtà dei fatti.
    Ho votato il girasole perchè l’ho interpretato come stato d’animo/ aspetto caratteriale.
    Vorrei anche invitarti a passare nel mio profilo in quanto rispecchi un pò anche la mia scrittura.

  2. Dopo aver letto il primo capitolo, che presenta molto bene la situazione, e aver votato per “Quel figlio non arrivata si rivelerà la salvezza…”, questo secondo capitolo mi spiazza. Hai scelto di non seguire l’opzione più votata, per portarci sicuramente altrove, non capisco esattamente dove, ma staremo a vedere.
    Ho scelto il gatto, sembra proprio essere il punto di vista di un felino, in quel caos un girasole sarebbe morto e un collaboratore non ce lo vedo proprio.

  3. Rose93 ha detto:

    Concordo con il punto di vista di Connie Angel sul restar spiazzati dal secondo capitolo totalmente diverso quasi come se fosse un pezzo a parte. Nonostante ciò, amo il soffermarsi sui dettagli che permettono all’immaginazione di creare una vera e propria realtà dei fatti.
    Ho votato il girasole perchè l’ho interpretato come stato d’animo/ aspetto caratteriale.
    Vorrei anche invitarti a passare nel mio profilo in quanto rispecchi un pò anche la mia scrittura.

  4. Connie Angel ha detto:

    Dopo aver letto il primo capitolo, che presenta molto bene la situazione, e aver votato per “Quel figlio non arrivata si rivelerà la salvezza…”, questo secondo capitolo mi spiazza. Hai scelto di non seguire l’opzione più votata, per portarci sicuramente altrove, non capisco esattamente dove, ma staremo a vedere.
    Ho scelto il gatto, sembra proprio essere il punto di vista di un felino, in quel caos un girasole sarebbe morto e un collaboratore non ce lo vedo proprio.

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