Fenice blu

In cerca di vendetta

Quando ero più giovane odiavo i paesini isolati, mi chiedevo sempre come qualcuno potesse vivere in un villaggio di appena mille abitanti, vedendo ogni giorno le stesse facce gli stessi luoghi. Ironia della sorte, dieci anni dopo mi sono ritrovata a vivere, mio malgrado, in uno di quei paesi: Paddolo. Esso è effettivamente un bel villaggio, bucolico e molto pittoresco. Si trova in mezzo ad una piccola valle nelle Dolomiti, attraversata da torrenti e coperta di boschi ed è circondato da villaggi altrettanto piccoli. Tuttavia non sono qui per parlarvi della bellezza dei paesaggi che si possono trovare tra queste montagne, né tantomeno dei tramonti che tingono le montagne di rosa o dell’aria limpida: questa è una storia di vendetta e di morte.

Dei sette vizi capitali, quello che mi caratterizza di più è certamente l’ira. Non sono mai stata brava a gestire la rabbia, se qualcuno mi faceva un torto, mi volevo sempre assicurare che ciò non accadesse di nuovo e questo portava spesso a delle situazioni poco piacevoli. Forse ciò è stato causato dai miei genitori, sempre scostanti e apatici nei miei confronti, in fondo ogni nostro conflitto o dissidio interiore si può addebitare alle persone che ci hanno dato la vita o forse ad un’inclinazione naturale.

Ma andiamo per ordine: mi trasferii a Paddolo ben cinque anni fa e, come già detto, non fu una mia scelta, ma furono le circostanze a costringermi a farlo. Trovai immediatamente lavoro come barista al “Abete rosso”, uno dei pochissimi locali notturni nella valle. Oltre a servire ai banconi talvolta mi esibivo cantando. Ho sempre amato essere al centro dell’attenzione, avere gli sguardi delle persone puntati addosso. Spesso, durante le esibizioni, indossavo un costume al quale ormai la gente mi associava: era una marsina nera accompagnata da dei pantaloncini corti, anch’essi neri a cui si univano un paio di calze nere di nylon e delle scarpe di cuoio nero e lucido. Il tutto era accompagnato da un bastone e un cilindro. Non so come mi fosse venuto in mente di indossare un costume del genere, aveva visto la giacca a coda di rondine ad un mercatino dell’usato e ne ero rimasta folgorata. In questi cinque anni conobbi anche Angela, una ragazza che credevo essere la mia più cara amica. Mi fidavo ciecamente di lei e mai la fiducia fu più malriposta in qualcuno. Tutti abbiamo dei vuoti dentro di noi, delle insicurezze, ma io mi resi conto troppo tardi che le sue fragilità erano così grandi da fagocitare tutto il resto. La causa di tutto fu l’invidia, un’invidia intensa e irrazionale. Da tempo Angela era gelosa di ogni mio successo, o presunto tale: era gelosa degli applausi che ricevevo alla fine delle mie esibizioni, dei sorrisi rivoltimi dai clienti del bar, dei miei capelli biondi, del mio appartamento piccolo e ordinato. Aveva sempre cercato di mantenere la facciata della buona amica, tuttavia alle mie spalle raccontava ogni tipo di bugia per screditarmi, diceva che la insultavo in continuazione e che le avevo fatto terra bruciata intorno affinché non trovasse lavoro. Tutte menzogne! Giurerei sulla mia anima, ma non ne ho più una. La goccia che fece traboccare il vaso fu la sua convinzione che io volessi rubarle il ragazzo, che io stavo tramando alle loro spalle affinché si lasciassero; a quel punto la soluzione era una: togliermi di mezzo per sempre.

Non so bene come convinse gli altri tre ad aiutarla, ma sta di fatto che una sera di ottobre, finito il mio turno al “Abete rosso”, Angela mi invitò ad una serata tra amici a casa sua e passò a prendermi proprio fuori dal locale, accompagnata da tre suoi compari. Non andammo a casa sua, con la macchina imboccò una pista ciclabile che si addentrava nel bosco e dopo avermi fatto scendere mi uccise tagliandomi la gola. Sentì subito l’odore acre e ferroso del mio sangue che usciva copiosamente e, poco prima di perdere conoscenza, dissi tra me e me che sarei stata disposta a dare la mia anima al diavolo pur di vendicarmi di loro. Non so cosa successe dopo, immagino che lei, insieme agli altri, abbia seppellito il mio corpo in mezzo della foresta e si sia liberata delle prove. Tuttavia so per certo che, dopo una settimana, mi sono risvegliata sepolta nelle terra umida, senza ricordare nulla di quanto era successo.

Molti potrebbero pensare che sia una reazione esagerata, che, dopo essere stata uccisa così brutalmente, me ne sarei dovuta andare, come si dice spesso, “in un posto migliore” invece di vendere la mia anima in cambio della vendetta. Purtroppo non sono una persona che sa farsi da parte senza un’ultima grande esibizione.

Di cosa parlerà la protagonista nel prossimo capitolo?

  • Del suo rapporto con Angela (0%)
    0
  • Della notte in cui si resuscitò (75%)
    75
  • Della notte in cui fu uccisa (25%)
    25
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12 Commenti

  1. Il racconto sta continuando in maniera scorrevole e interessante e la storia di questa vendetta soprannaturale si sta facendo sempre più avvincente!
    Una cosa che ti posso consigliare è di fare dei paragrafi un po’ più brevi in modo da agevolare la lettura e renderla ancora più scorrevole e dinamica, specialmente se non ci sono, come nel tuo caso, periodi particolarmente lunghi che giustificano la presenza di paragrafi così ampi.
    Voto per cercare di parlare con il diavolo!

  2. Il ballo con il diavolo mi ha ricordato la frase del Joker di Nicholson, “Danzi mai col diavolo nel pallido plenilunio?” 😀
    Anche questo capitolo mi è piaciuto, hai creato davvero una bella atmosfera! Tuttavia ho notato qualche piccolo errore. Per esempio nella frase iniziale, “La notte in cui mi risorsi rimarrà impressa nella mia memoria per l’eternità.”, in cui il verbo “risorgere” non è riflessivo (e ho notato questa cosa anche nella domanda dello scorso capitolo); poi io avrei messo il condizionale al posto del futuro (“sarebbe rimasta impressa”), però non penso sia un errore, semplicemente mi suona meglio così.
    Poi anche la frase “sul viso aveva all’ungherese impomatati.”, in cui non ho capito cosa volevi dire, più altri piccoli errori di battitura qui e là. Per il resto niente da dire, voto per iniziare con la vendetta!

    • Grazie mille per le osservazioni. Ho notato solo adesso che ho messo “risorgere” al rilfessivo e non so perché. Forse all’inizio avevo usato il verbo “risvegliarsi”, poi ho modificato ed è rimasto al riflessivo per sbaglio. Di solito quando scrivo qualcosa, aspetto alcune settimane e poi rileggo con la mente fresca e mi accorgo subito di certi errori. Su questa piattaforma risulta difficile fare in questo modo e purtroppo ci sono alcune sviste. Nei prossimi capitoli cercherò di stare più attenta. Riguardo al film, non l’ho visto, ho cercato di prendere degli spunti da “il maestro e Margherita” che è uno dei miei libri preferiti.

  3. Interessante l’ambientazione in questo paesino di montagna, può essere un bello scenario per un horror! Poi mi ha colpito molto la cattiveria del personaggio di Angelica e la glacialità con la quale è descritto l’omicidio. Un difetto forse l’ho notato nell’aver messo troppa carne al fuoco e nell’aver sintetizzato un po’ troppo il tutto, però devo dire che gli eventi che si succedono sono narrati così bene che questo aspetto passa in secondo piano. Voto per la notte in cui resuscita, visto che dell’uccisione e del rapporto con Angelica, seppur in modo sintetico, si è già parlato!

    • Grazie mille per il supporto. Questo è il secondo racconto che scrivo su questa piattaforma e faccio ancora fatica a dosare nel modo giusto le informazioni, in modo che l’incipit del racconto sia accattivante senza svelare troppo e soprattutto far stare il tutto il 5000 caratteri. Spero di migliorare in futuro =D

  4. Ciao, Stasy.
    mi piacciono gli horror e sono passata a dare un’occhiata.
    La storia promette bene, la scelta del nome del paese, che un po’ ricorda i Sette Nani, è in netto contrasto con l’orrore che vi ha trovato dimora. Sono curiosa di vedere come porti avanti la storia. Mi piacerebbe conoscere qualcosa di più sull’omicidio, forse io gli avrei dedicato più spazio, ma la storia è quella della vittima tornata a vendicarsi, quindi ci sta che sia sintetizzato come hai fatto tu.
    Attenzione alle eufoniche. La descrizione dell’abbigliamento della vittima è molto particolareggiato, immagino che serva a renderla riconoscibile durante lo svolgimento della storia. 🙂
    Alla prossima!
    p.s. e se fosse all’Abete Rosso, senza virgolette? 😉

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