LA SAGA DEGLI ELETTI

FEDERICO GIACOMINI

Ricordava ben poco della notte prima, e del motivo per cui ora si trovava in quella stanza piena di tavoli di acciaio disposti in fila lungo tutta la parete est, che era un vetro enorme oltre il quale Federico Giacomini ( il suo nome ancora se lo ricordava, almeno quello ) scorgeva degli uomini in camice bianco che a loro volta stavano osservando lui. L’unico ricordo, sfocato e confuso, era di quando all’alba si era risvegliato sulla riva destra del Tevere, sotto i muraglioni.
Nel momento in cui aveva riaperto gli occhi, era stato travolto dai postumi di una sbornia epocale. Gli occhi semichiusi, asciutti e doloranti, la bocca secca e la gola riarsa.
Era riuscito a sollevare il busto e a poggiarsi sui gomiti, e voltandosi verso i muraglioni aveva notato una serie di baracche di fortuna, fatte di legni macilenti e teli sudici.
E che se magnano? I pesci che pescano dentro al Tevere? Ricordava di aver pensato.
L’intero bagaglio dei suoi ricordi terminava lì.
« Signore, siamo pronti. Per cortesia conti fino a cinque. »
Una voce campionata riempì la stanza, andandosi ad insinuare nelle sue orecchie e successivamente nel suo cervello come un invisibile tarlo famelico. Dapprima, Federico avvertì un dolore lancinante alla testa, poi ebbe un sussulto; poi, con un recesso ancora sobrio e funzionante della sua mente, si accorse di un altoparlante disposto in alto sulla parete alla sua destra, nell’angolo con il soffitto, constatando che quella voce era uscita da lì.
Corse verso la parete di vetro.
« Che vuol dire conta fino a cinque!? Che vuol dire!? » urlò, battendo violentemente i pugni contro il vetro rinforzato, che ad ogni colpo emetteva suoni ovattati. Lo stomaco gli si cominciò a contorcere, un misto di nausea e acidità così forte che dovette reprimere l’impulso di buttarsi di schiena a peso morto sul pavimento.
« Che cazzo vuol dire! » urlò. I tre dottori dall’altra parte lo osservarono privi di espressione, chissà se gli arrivavano le sue urla. Sicuramente potevano capirlo dal labiale. Due di loro assomigliavano a due pesci marci: gli occhi vitrei, le facce piatte e inespressive. Entrambi erano sui sessanta. Uno di loro, quello alla sinistra di Federico, era calvo e aveva le guance butterate e ricoperte disomogeneamente da una irta barba grigia. L’altro, quello nel mezzo, aveva invece folti capelli castani e una grossa barba che gli arrivava fino al gozzo. Quello a destra era un giovane alto e piacente; i suoi occhi, a differenza dei colleghi, erano molto espressivi, e lui spruzzava rabbia e disappunto da tutti i pori.
« E’ pronto? » disse la voce nell’altoparlante. Fu quello con la barba a parlare, e lo fece con assoluta noncuranza dei pugni e degli urli di Federico.
Federico smise di colpire il vetro, si sentiva già esausto. Lasciò cadere le mani lungo i fianchi e rimase ad osservare i tre medici, ansimando.
L’espressione di quello giovane era sempre più nervosa. I lineamenti del suo volto si arricciarono, poi si rivolse al medico con la barba, e stizzito gli disse qualcosa, quasi urlandogliela contro. Federico non sentì nulla, ma riuscì parzialmente a capire qualcosa dal labiale.
” Me ne vado ”.
E infatti se ne andò, di gran lena. I due medici lo seguirono con lo sguardo, poi quello con la barba estrasse dalla tasca del camice una ricetrasmittente. La accese e disse qualcosa. Poi tornò a guardare Federico.
Sentì un leggero sibilo, seguito da puzza di gas. Federico guardò in direzione del sibilo, e notò che negli angoli in alto delle pareti vi erano delle minuscole aperture, contornate di un qualche materiale, che dal colore pensò fosse rame.
Il sibilo aumentò, come anche la puzza di gas.
« Che cosa sta succedendo! Che cosa state facendo! »
Il vetro cominciò ad appannarsi, mentre la puzza di gas diventava sempre più invasiva, entrandogli nel naso, nella bocca, e prima che potesse accorgersene ed impedirlo ( era impossibile impedirlo, non provò nemmeno a trattenere il fiato ) gli riempì i polmoni. Cominciò ad espettorare violentemente.
Non riusciva a vedere più niente, e non riusciva a respirare. Si sentiva come profanato da un corpo estraneo. Si inginocchiò, tossendo ancora energicamente e sputando sangue. Sentiva spasmi in tutto il corpo, i muscoli delle spalle si contraevano senza controllo, e violenti crampi cominciarono a salirgli dai polpacci ai glutei.
Un altro fugace ricordo: lui e sua moglie seduti a tavolino, in quello schifo di appartamento delle case popolari di Tor bella monaca.
« Chiama Daniele » diceva lei « fagliela na chiamata, almeno vedi che te dice. Potrebbe essere un’opportunità. »
Poi fu il buio.

Passò un lasso di tempo indefinito. L’enorme vetro scorse di lato, lasciando entrare i due uomini in camice bianco.
Quello con la barba si piegò sul corpo si Federico, tirò fuori un registratore e disse:« Esperimento sette fallito.»
Si avvicinò di più, osservando con gli occhi sbarrati il corpo.
La mano di Federico scattò, serrando la gola del medico, e stringendola.
Il braccio era fibroso, e ricoperto di vene nere.

La storia comincia con Federico, perciò ditemi: chi sarà Federico in questa saga?

  • Uno dei personaggi buoni (25%)
    25
  • Il villain ( il cattivo, il nemico ) (50%)
    50
  • L'eroe protagonista (25%)
    25
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15 Commenti

  1. Ehi Lu_ca 🙂 bello questo secondo capitolo. Descrizioni molto vivide e precise. Avrei voluto un ritmo diverso, con scene meno venomiane (avrei voluto sapere più su: cosa vuole il personaggio? Cosa gli manca? Come si comporta? Chi è il protagonista? ), ma sono sicuro che mi farai ricredere nei capitoli successivi. Continuo a seguirti e a presto 🙂

  2. Anche se avrei votato anch’io per far diventare Federico il villain della storia -che, visto e considerato il quartiere di provenienza, mi sembrava d’obbligo- non credevo che questo fantasy avrebbe preso una piega così sanguinosa ma immagino sia stato un modo per permettere a Federico di scappare. Attendo il prossimo capitolo, nel quale mi piacerebbe seguire ancora Federico nella periferia romana.

    • Effettivamente, l’idea di Federico che arreca danni a persone e cose in giro per Tor Bella Monaca, non mi ha più abbandonato da quando ho scritto questo secondo capitolo. Perciò, sì, al prossimo vedremo proprio queste scene. Mi alletta troppo. Ti dirò, avrei messo questa scena anche se tutti avessero votato qualcos’altro, magari l’avrei messa in un altro capitolo.

        • Sì sì, assolutamente. Federico: il tipico squallido mezzo tossico de borgata, che vive in un monolocale nelle case popolari, con una compagna infedele, tanti debiti e problemi economici.
          Mettici che adesso è diventato un mostro potentissimo, e la prima cosa che fa è tornare nel quartiere e fare danni su danni. Accoppare creditori e strozzini, prendersi con la forza tutto ciò che vuole: soldi, gioielli, macchine, cose che ha sempre sognato ma che non ha mai avuto.
          Non vedo l’ora di scrivere quel capitolo, e vedere un po’ che ci esce fuori!

    • Sì, però essendo ambientato comunque in un’epoca ” Presente” , “attuale ” E non futuristica, ho deciso di mettere fantasy, anche perché avevo in mente appunto una saga di supereroi, a mo di fumetto, e perciò mi è sembrato più consono fantasy. Comunque vabbè, vedemo npo come si evolve 🙂 ciao al prossimo 😃

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