Il tempo del raccolto

Dove eravamo rimasti?

I naufraghi non hanno raggiunto terra, sospinti in balia del mare... L'uomo stringe ancora una volta le due monete d'oro che ha in tasca e.... (57%)

Il dono

Due monete scivolano lente verso il fondo del mare. Ondeggiano senza fretta, cullate dall’acqua che le accoglie. La luce del sole saluta quei riflessi dorati in caduta libera, dentro la spirale delle memorie. La mano che le stringeva è sempre la mia, anche se non la riconosco più. Mi intravedo per un attimo in questo riflesso d’acqua profondo mezzo metro, la mano destra a stringere il corpo di un naufrago, trasformato in galleggiante senza vita. Il sole intanto illumina indisturbato la spiaggia e il suo palcoscenico di tragedie sparse, reali.

Al centro ci sono io, con i vestiti zuppi, una mano alla disperata ricerca delle monete e l’altra bloccata in una morsa gelida, a tirare il colletto sbiadito di una giacca a vento che non proteggerà più nessuno. A pochi metri, due ragazzi cullano il corpo delle madre mentre sulla battigia qualcuno sta cercando di riportare in vita una bambina, soffiandole dentro la speranza.

Raggiungo anche io la sabbia, il corpo di prima lasciato andare alla deriva senza nemmeno un saluto. Siamo in un luogo desolato, non ci sono case, barche, persone o animali a popolare questo orizzonte. Non so perché, ma gli altri naufraghi mi sembrano sfocati, indefiniti come immagini di giornale tuffate a forza nell’acqua. Non hanno connotati, solo voci rotte dal pianto o grida serrate in mezzo ai denti pronte ad esplodere.

C’è solo un oggetto, piantato in terra simile a un ombrellone. Il remo. Lo scorgo prima con l’occhio destro al margine del campo visivo. Poi lascio che la testa accompagni il mio sguardo e lo fisso, sapendo già cosa farò. Mi trascino infreddolito fino a raggiungerlo, Le stesse venature di corallo lo attraversano, portatrici di un destino e di una storia che spetta solo a me rivivere o rifiutare.

Mi giro a guardare la desolazione: tutto quel dolore che vive, palpita e si dispera. Meglio altri inferni, meglio altri viaggi che queste traversate che ci riportano all’infamia del mondo. Meglio essere un altro in un’altra realtà, meglio essere la speranza di quanti possono raggiungere solo l’Altra riva. L’ultima.

Estraggo il legno dalla sua custodia di sabbia e sento un cane abbaiare, poi uno e più latrati a fargli eco. Ora sono i vivi a scomparire nell’indistinto, mentre i cadaveri assumono tutta l’urgenza e la consistenza di chi sa cosa vuole.

Vogliono me, il loro umile traghettatore. Il prezzo da pagare stabilito ormai da millenni e va bene così; perché l’approdo in questo regno d’ombre è garantito. Volgo lo sguardo in direzione dei latrati dei cani e tra le nebbie familiari lo scorgo immobile. C’è un segugio che mi scruta.

O sono forse tre?

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14 Commenti

  • Mi è piaciuta la descrizione di ciò che il protagonista vive, che, attraverso le parole, è in grado di far visualizzare al lettore luoghi e oggetti. Ho apprezzato l’alternanza tra racconto in terza persona e i pensieri espressi in prima persona dal personaggio. In alcuni punti si potrebbe raccontare ciò che accade in modo diretto.

  • L’inizio mi piace, è aperto a diverse possibilità, ed è comunque permeato del fascino dell’uomo che, s’intuisce, vive da solo confinato in un posto da dove non se nè può andare e il motivo si apprenderà più in là nel racconto. Ho anche imparato una parola nuova, ossia sbrecciare, visto che io conoscevo solo la versione senza “i”.

  • Bellissimo! Certo, un po’ corto lo è, questo incipit… Te lo faccio notare perché anche io, nella mia storia, scrivevo molto poco e poi, grazie ai numerosi commenti e ai consigli che mi hanno dato gli altri utenti su The Incipit, ho capito che provare a usare almeno 3000 caratteri su 5000 è una buona cosa. Perché ti aiuta a sviluppare di più la tua storia e a rapire il lettore, capisci? Ciao!

  • Oddio ti giuro sono stato troppo indeciso tra il punto di vista del cane e il proseguo del vagabondaggio dell’uomo.
    Wow, da tempo non venivo rapito così tanto da una storia. Le atmosfere che descrivi hanno portato anche me su quell’isola, dalla quale però mi hai riportato troppo presto alla realtà, con mio grande dispiacere; e questa è l’unica – mi permetto di dire grande – pecca: la durata troppo corta del capitolo.

  • Questa storia è scritta bene, con parole che trasmettono immagini chiare e nitide direttamente in testa. La conclusione finale è una vera chicca e mi fa venire voglia di sapere come la pensa il fedele (e finora l’unico, pare) amico sull’isola. Attendo di leggere con piacere ulteriori sviluppi!

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