Non due volte

Un gioco perso

La mia routine era semplice, niente di che. Ero una studentessa universitaria che frequentava la facoltà di Psicologia, una meta alquanto ambita da persone che cercano spiegazioni come me, che intendono andare oltre. Mi resi conto col tempo che pensavo in modo astratto, come un’adolescente. Poi riuscii a svegliarmi quando la mia routine iniziò a cambiare, quando conobbi molti colleghi, molte delusioni e tanti fallimenti. 

Tra questi fallimenti ce ne fu uno, che ancora continua a lacerarmi dopo due anni. E no, non è il tipico fallimento di un amore andato a male perché uno dei due ha le maggiori colpe, per negligenza o per dei tradimenti. Fu un vero e proprio fallimento, dato che io al tempo non risposi. 

Letteralmente. Dovevo solo allungare leggermente il braccio e rispondere a quella chiamata insolita, fuori dalla mia routine. Colazione, lezioni universitarie, qualche pomeriggio o cena con gli amici o con il fidanzato, e nella maggior parte dei casi mi rintanavo nuovamente nella mia casa. Ma quel giorno, quel 3 Dicembre fu differente. Lui mi chiamò, ed io semplicemente decisi che non ne valeva davvero la pena.

Ero molto stanca, ero sfinita dall’ennesimo turno di lavoro notturno ed intendevo dormire senza alcuna interruzione. Ebbi persino il coraggio di sostenere quanto fosse egoista da parte sua richiedere delle attenzioni. In realtà, se ci ripenso oggi, la sola egoista forse sono io. Perché se avessi risposto quella stessa notte, forse la mattina seguente la mia routine sarebbe stata la solita.

Sì, la mia routine sarebbe partita con la mia tipica colazione a base di latte e cereali, qualche frutto mentre mi incammino verso la porta di casa ed infine tutti i miei conoscenti e colleghi di nuovo al mio fianco. Quella mattina mi mancò qualcosa nella routine: dei messaggi. Sapete come funziona, ci si messaggia puntualmente e ci si chiede le solite cose: forse, anche in quello esiste una routine monotona?

Non me ne feci alcun problema, e quella devo dire che fu una parte del fallimento, solo che ormai quest’ultimo era già portato a termine. Scoprii solo in seguito che quella chiamata era fondamentale, che qualcosa nella routine di colui che amavo si era profondamente disintegrato e non poteva tornare di nuovo. Era andato, come cenere. Come lui. 

Alle volte, penso sempre che se avessi risposto forse non sarebbe andata in quel modo. Non avrei fallito. All’inizio, provai davvero a non farmene una colpa: perché avrei dovuto? Chiunque avrebbe potuto decidere di non rispondere, specie se era in uno stato caotico e nervoso come il mio. Ma il tempo iniziò a passare, e la mia routine iniziò a disintegrarsi senza quella persona.

Mi resi conto di come ogni piccolo dettaglio era differente, e di come forse lui aveva davvero ragione a dirmi quanto mi amava profondamente, anche più di me. Si sa, si pensa sempre quanto ci si scherza su a dire frasi come “ti amo di più!”, ma forse c’era un fondo di verità in ciò che diceva. E lui forse lo sapeva, anche nell’istante in cui decise che non ne valeva davvero più la pena. 

E’ passato tanto tempo, eppure continuo ancora a domandarmi come tutto sia accaduto così, come in un lampo. Non me ne capacitavo, passare dal tipico pensiero di “vada come vada” o “sono cose che capitano” all’interrogarsi su ogni singolo dettaglio, prima non faceva per me. Forse quello fu un altro dei miei tanti fallimenti, uno di quei particolari che mi hanno costretta a vivere in una bolla di perché e come. E’ ciò che mi merito? 

Forse cambiare la mia routine ed incasinare la mia testa in modo così drastico, era davvero quello che meritavo. E così andai avanti, pensando che forse il tempo avrebbe risolto le cose. Se ci ripenso adesso, quasi mi scappa una risata. No, il tempo non ha mai risolto le cose, ed ormai non credo più che possa farlo. Adesso, le mie giornate sono monotone e quelli che un tempo conoscevo si sono allontanati. O forse, forse li ho allontanati io. Magari volevo evitare altre sfide, altri fallimenti. Non lo ricordo più. Ho cercato di convincermi del fatto che il tempo potesse in qualche modo riportarmi a quel giorno o quanto meno darmi una chance, una qualsiasi di redimermi. Ebbene, me la diede appena due giorni fa, ma non me ne resi conto. 

“Scusami?”

Due caratteri. No, tre caratteri, sono quelli giusti ed è così che si deve fare.

“Ti dispiace?” alzai lo sguardo verso la fonte della voce che continuava ad infastidirmi. Non che avesse tutti i torti, dato che a giudicare dal posto mi trovavo esattamente al centro dei corridoi della mia facoltà. Mi limitai a spostarmi, non ci feci molto caso.

“No, intendo, ti dispiace ridarmi gli appunti?” mi gelai sul posto. Effettivamente, ormai passavo gran parte del mio tempo in biblioteca per un esame che mi stava ammazzando. E sì, trovai casualmente degli appunti, ma non erano affiancati da una borsa o qualsiasi accessorio che potesse indicarne il proprietario. 

Poteva essere questo un cambiamento della mia routine?  

Che cosa farà Jane?

  • Contesterà l'assenza del ragazzo in biblioteca, che non ricorda assolutamente (67%)
    67
  • Si interesserà solo al fine di avere più chance di passare l'esame (33%)
    33
  • Restituirà senza troppe storie gli appunti (0%)
    0
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2 Commenti

  1. Ciao, alsoningame! Mi piace com’è strutturata le tua storia, mi intriga molto. … Contesterà l’assenza del ragazzo in biblioteca, che non ricorda assolutamente.
    Be’, se ti va di passare a trovarmi sappi che sei la benvenuta. Ciao!

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