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Andrew Miller alzò gli occhi verso lo sporco soffitto della sua altrettanto sporca stanza, nell’ancora più sporco appartamento vuoto in cui si era intrufolato. Aver guardato verso l’alto lo costrinse a godere dell’orribile spettacolo che insetti di vario genere gli regalavano strisciando e muovendosi viscidamente fra le varie pareti. Aveva però sentito qualcosa.

Un rumore.

Un piccolissimo, quasi inudibile rumore. Niente di speciale, giusto una specie di leggero tonfo proveniente dall’alto. Convito di essere vittima di un’allucinazione uditiva, l’uomo tornò a porre la sua attenzione alla macchina da scrivere di cui aveva preso possesso quella sera stessa, frugando nella spazzatura. Era arrivato alla riga quattro, quando dovette fermare ancora una volta la scrittura del suo racconto. Ancora quel suono sordo, questa volta più forte.

Cercando di ignorarlo, ricominciò a scrivere, illuminato solo dal fuoco caldo delle riviste che aveva bruciato per non morire di ipotermia nel sonno, in quella notte glaciale. L’immagine che andava formandosi nella mente di Andrew mentre produceva l’unico rumore udibile in quella fortezza silenziosa, ossia battere a macchina, era quella di un futuro scrittore con abiti puliti e stirati che consegnava sorridente la prima stesura di un suo libro al suo futuro editor. Essa contrastava in modo quasi doloroso quella triste, grottesca e attuale di un trentenne in mezzo alla strada, che viveva come poteva, vagando da appartamenti sperduti a case abbandonate, senza vestiti (se non un grosso velo che gli permetteva giusto di evitare la nudità assoluta). Costretto a immergere pienamente la sua faccia non rasata da anni in bidoni metallici contenenti al massimo qualche scarto, ciò per riuscire a consumare l’unico pasto quotidiano che aveva (che avveniva di notte, mentre scriveva).

Ma non era ora di pensare a queste cose. Non doveva e né voleva riportare a mente l’immagine di quel suo corpo che più che a un corpo assomigliava più a una lisca di pesce, neppure il ricordo della mancanza più totale di parenti, non adesso mentre scriveva.

Il racconto sarebbe stato abbastanza corto, ma…Un’altra volta quel dannato rumore. Andrew si alzò, stanco quanto pieno di furia. E il frastuono con lui. Si fece più costante. Veniva ancora dall’alto.

Era Dio, si disse Andrew in preda a un attacco panico mischiato con rabbia disumana.

Era Dio che voleva parlargli.

Ma doveva finire quel fottuto racconto. Era solo a metà. Mancava davvero poco, non importava quanto fosse corto, forse qualcuno lo avrebbe apprezzato. Eppure…

Eppure faceva schifo. Era disgustoso.

Fu preso da un’improvviso senso di ribrezzo verso ciò che stava scrivendo. Non era degno di venire al mondo. Non era degno di essere letto. Doveva morire… Ancora il rumore. E ancora. E ancora. E ancora.

Andrew gettò la macchina da scrivere dalla finestra.

Le lacrime iniziarono a bruciargli gli occhi. Era stato un totale fallimento. L’immagine che prima si era costruita nella sua mente, quella bellissima visione, cadde a pezzi. Era un incapace. Ci volle però meno di un secondo per fargli rimpiangere il suo gesto. Avrebbe potuto rimediare…Forse se avesse ritoccato qualcosa nella storia avrebbe potuto salvarla da quell’aborto improvviso.

Ma ormai era tardi.

Il rumore.

Era stato quello a distrarlo. A uccidere la sua storia. A uccidere lui. Andrew sfrecciò verso il piano superiore, con l’intento di distruggere qualsiasi fosse la fonte del suono, del suo fallimento. Sbattè la porta alle sue spalle. Salì le scale rischiando più volte di cadere. Lo sentì ancora. Lì, di fronte a sè. Lontano solo qualche metro. Separato da un fragile portone di legno.

Quanto sarebbe stato bello, rilassante, gratificante aprire in due, torturare, spezzettare la causa di quel fracasso ormai fortissimo. Sentiva il sapore della sua rabbia in bocca. Schiumava come un cane. Ormai non sembrava neanche più umano. Sfondò la porta della stanza nel piano superiore.

Notò che era orribilmente simile alla sua.

Questo perché era la sua.

E, accovacciato con la schiena ricurva, scaldato dal fuoco di riviste bruciate, a produrre l’unico suono udibile in quella fortezza silenziosa, c’era lui.

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14 Commenti

  • Ciao Max. lungi da me l’idea di averci capito qualcosa. Questo tuo racconto del NON che si nutre del nulla e dove prendere coscienza del non essere finisce per annullare con noi anche il tutto NON che ci ospita. Un manifesto nero, come una lavagna dove solo uno “zero” ed un “uno” possono trovare il giusto spazio tanto contengono il messaggio universale che tutti oggi siamo contenuti in un mondo fatto solo di uno e zero. Ecco, come vedi ci ho capito poco o nulla, dispero di fare meglio e scelgo naturalmente a “caos” tra le scelte che la stanza impone. Metti che scelgo LEI perché comunque LEI è sicuramente meglio di LUI e di LORO. Alla prossima, ciao

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  • Salve Max,
    chissà che quel “Loro” non sia in realtà un “Noi”, quest’entità pubblica ed enormemente fastidiosa al tempo stesso con tutto il suo potere decisionale.
    Peccato per il signor Miller, qualcuno che scrive in binario non lo trovi tutti i giorni.
    Chissà che il mio capriccio di scegliere “Loro” come prosecuzione del racconto non coincida col desiderio dell’altrettanto capriccioso (e forse lievemente megalomane nel suo delirio di divinità) autore.
    Seguo la storia e attendo col fiato sospeso il prossimo capitolo.

  • Ma è bellissimo, non vedo l’ora di vedere cosa succederà, cosa dirà l’uomo a se stesso, se avrà il coraggio di torturarsi o se, il sé non è mai lo stesso e quindi vedrà nei suoi occhi un’altra persona.
    Vabbè, scrivi in fretta l’episodio 2 che sono curioso.
    Ovviamente ho votato la risposta che finisce con tutti 1111111, mi sembra la più calzante a questo punto del racconto.

  • Ciao, Max.
    Il tuo incipit non è male, anche se somiglia più a un racconto autoconclusivo. L’opzione l’ho scelta a caso, perché, ahimè, non l’ho capita.
    Vediamo che combini con il prossimo capitolo.

    Alla prossima… forse 😉

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