THE CREEPER

Dove eravamo rimasti?

Con chi abbiamo a che fare? Chi è Mat? Siamo in un sogno (60%)

APERTURE

Dopo aver dato la buonanotte alla madre (e rimesso la Glock al suo posto), a Mat rimase giusto il tempo di raggiungere il suo letto. Anziché caderci sopra come avrebbe sperato, però, fu come se il letto, anzi la stanza intera, svanissero in un istante. Quello che vide Mat: semplicemente una totalità di nero profondo.

Ma non fermo: era come se il nero fosse fluido, onde oscure all’inseguimento di chissà qualche direzione, spaziale o temporale.

Mentre tentava invano di razionalizzare, almeno in parte, ciò che gli stesse accadendo, un profumo raggiunse il suo olfatto eclissando tutto il resto.

Albicocca. Pesca forse. Un aroma senz’altro artificiale. 

Un profumo schiumoso, denso, comunque gradevole.

Poi fu la luce a colpirlo. Una luce ustionante, diffusa in tutto l’ambiente: la luce più fredda che Mat avesse mai visto. La luce che ci si aspetta di trovare alle porte del paradiso.

Ma di paradiso sicuramente non si trattava. A meno che, diversamente da come ci hanno fatto sempre immaginare, non si tratti in realtà di uno smisurato capannone totalmente vuoto, privo persino di colonne. E di pareti, per quanto riuscisse a vedere. Solo un soffitto color ghiaccio e luce, moltissima luce.

Fu non appena i suoi occhi riuscirono a tollerare un minimo quel bruciante chiarore, che la vide.

Una donna, legata fin troppo stretta per la sua corporatura così esile. Se ne stava seduta su un piccolo sgabello, proprio davanti a lui, in una posizione forzatamente innaturale e scomoda. Ma non tremava, non si lamentava, e forse nemmeno respirava. Ricordava, in modo grottesco, un gargoyle appollaiato all’apice di un cornicione: ugualmente pietrificata, ugualmente sinistra.

Era di un biondo molto chiaro e totalmente nuda, la pelle così chiara da essere quasi traslucida, immersa in quella luce. Il profumo così fruttato e denso, i suoi capelli appena lavati. 

Come era finita lì? E lui, come ci era finito, e quando? Chi l’aveva legata con tanta forza da costringerla in quella posizione? 

Non sapeva rispondere nemmeno vagamente a nessuna di queste domande.

Voleva provarci? No, non gliene importava davvero un cazzo.

L’unica cosa che voleva capire era cosa ci fosse sul carrello alla sua sinistra. Uno di quelli che si usano in sala operatoria, in gelido acciaio inossidabile. Gelido come la luce che riempiva l’ambiente. Pulito e lucido in modo quasi fastidioso.

Ne passò in rassegna rapidamente il contenuto: svariati bisturi, scalpelli, un piccolo seghetto elettrico, suturatrici per anastomosi, forbici e pinze di varie dimensioni e poi svariate garze, contenitori che non si prese neanche la briga di esaminare, telini verdi, mascherine sterili.

Niente di minimamente utile né interessante, pensava Mat, quando la sua attenzione fu catturata da qualcosa di strano alle spalle del carrello. Sembrava un piccolo tornio, posato su un supporto alto un metro circa.

Si trattava di un poco noto, seppur molto efficace, spellacavi industriale. Uno di quelli che si usano per togliere la guaina ai grossi cavi coassiali in rame. Cavi di sei, sette, anche dieci centimetri di diametro…

E così, preso da una follia istantanea e incontrollabile, in una frazione di secondo aveva già calciato via l’inutile carrello e afferrato il macchinario; la sua foga fu tale che i piedi del supporto vomitarono uno sciame di scintille, stridendo contro il pavimento.

Tutto questo servì ad avvicinare l’infernale utensile alla donna.

Al suo braccio, per l’esattezza. 

Braccio che le prese di forza, senza sentire la minima resistenza, e che le slegò in modo sbrigativo. Sembrava pietrificata in quella posizione ma, nonostante tutto, i suoi muscoli erano rilassati.

E così inserì il braccio in quel freddo incavo, regolò l’escursione al massimo e, senza che la sua mente potesse elaborare qualcosa, azionò la leva.

Lei non urlò, non si scompose nemmeno, mentre il suo braccio veniva letteralmente scoperto, dal polso fino a poco sopra il gomito. Ma fu quello che accadde nella mente di Mat a essere davvero sorprendente: l’urlo che non era uscito dalla laringe della donna stava esplodendo nel cranio dell’uomo.

Acuto, assordante e colmo di dolore, certo, ma non solo fisico. Era un grido colmo delle più profonde delusioni, umiliazioni, perdite.

Mat si ritrovò a osservare, allo stesso tempo compiaciuto e noncurante del grido muto, come i muscoli e i tendini si muovessero sinuosi, ora senza più nessun pudore.

Le sue labbra si incresparono in un appena percettibile sorriso.

Chi è la donna?

  • Zoe (13%)
    13
  • La causa del suo sogno (63%)
    63
  • La madre di Mat (25%)
    25
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26 Commenti

  • Ciao, Hope (strano nick per un racconto che di speranza pare lasciarne poca 😉 )
    Capitolo inquietante e accecante nell’esposizione cruda dei fatti. Il sogno di un uomo con gravi problemi psichici? Oppure un sano e ligio uomo di casa che sogna la libertà? E chi lo sa… non resta che seguirti e vedere dove ci porti. Apprezzo il fatto di non indugiare sui particolari truculenti, non perché io ne abbia paura, ma perché di solito gli esordienti tentano di impressionare il lettore con scene che a loro paiono “pulp” ma risultano invece grottesche se non ridicole. Bravo, dunque, continua così.

    Alla prossima!

    • Grazie tante!
      Ho provato a seguire il più possibile i tuoi consigli riguardo il capitolo precedente. Anche se ahimè, come osservavi, ho inserito il genere errato (doveva essere horror) e non posso più cambiare. 😀

      Felice di leggere tutto ciò.

      Alla prossima!

    • Questo, in base alla domanda del primo capitolo, era un sogno.. sì 🙂
      Puoi stare “tranquilla”. Ma non troppo.

      Il fantastico aggeggio è uscito dalla mia mente ma sospettavo esistessero davvero: una breve ricerca in internet ha confermato tutto ciò!

      Grazie, mille grazie.

      Andrea

  • Ciao, chiunque sia spero solo appartenga al sogno. Non posso immaginare una scena del genere nel reale, sarebbe insopportabile. Bella la tua scrittura, molto evocativa, si adatta perfettamente al soggetto. Complimenti. Ciao🙋

  • Ciao, Hope, inizio letteralmente col botto ben scritto: promette molti cadaveri.
    Due piccole cose : “E lei accettò,” io avrei scritto ” E lei aveva accettato.”,
    poi non ho capito bene se lui è stato ucciso nel locale o nel vicolo…
    Appuntamento al prossimo capitolo ciao

  • Le prime righe mi sono parse molto intriganti e il colpo di scena mi ha spiazzato, anche se l’interruzione improvvisa mi ha un po’ deluso: come ti hanno già fatto notare, cerca di sfruttare tutti i caratteri a disposizione, che sono già pochi!
    Oltre all’errore sul punto di vista, che infatti da quel momento in poi rende la narrazione confusa, ti segnalo un errore di consecutio temporum: quando hai iniziato a raccontare avvenimenti accaduti in precedenza hai giustamente usato il trapassato prossimo, ma poi sei tornato al passato remoto prima di ritornare alla linea temporale principale.
    Per il resto ripeto che l’incipit mi è parso intrigante e sono curioso di vedere dove andrai a parare. Ho votato per il sogno visto che, anche se ormai è diventato un cliché, è l’opzione più malleabile.
    A presto 😀

  • Voto un sogno perché o abbiamo a che fare con uno zombie (ma siamo in un giallo) oppure non può essere sopravvissuto.

    Anch’io non so cosa aspettarmi da questo racconto; vediamo se porta a qualcosa che mi piace 🙂

    L’improvviso cambio del punto di vista a me è piaciuto e si colloca bene se il tutto fosse un sogno 🙂

    Ciao 🙂

  • Ciao, Hope.
    Non saprei se collocare il tuo racconto nel genere “giallo” parrebbe, piuttosto, un horror. Comunque, è una considerazione opinabile e puoi non tenerne conto. Invece, vorrei farti notare alcuni errori nell’esposizione, sempre dal mio punto di vista, sia chiaro: “E nemmeno (per ovvi motivi) il proprio cranio esplodere spargendo cervello, sangue e schegge d’osso sull’asfalto di quel vicolo fetido.” in questa frase hai commesso due errori legati al punto di vista: sei intervenuto come narratore con l’inciso tra parentesi e hai raccontato un avvenimento che il protagonista di quella scena non poteva vedere: il suo cervello, sangue e schegge d’osso sull’asfalto; e, in quel momento, il portatore di punto di vista è lui. Almeno, per quella che è la mia percezione.
    La storia potrebbe risultare interessante, però dovresti cercare di sfruttare i caratteri a disposizione per mostrare di più del tuo protagonista e di quel che gli accade intorno: hai 5000 caratteri… 🙂
    Ti consiglio di usare le caporali al posto dei segni “più e meno”.
    Detto questo, penso che la storia possa essere interessante, perciò ti seguo e aspetto il secondo capitolo.

    Alla prossima!

    p.s. le mie sono considerazioni che nascono dalla volontà di aiutare, puoi farne quel che vuoi 😉
    Ho scelto l’opzione dello schizofrenico, perché mi pare la migliore: il poliziotto maniaco omicida si è già visto, il sogno in un giallo regge sempre poco… resta la malattia mentale, non facile da rendere.

    • Ciao! Non ti giustificare, anzi ti ringrazio molto delle osservazioni.. I miei sono oggettivamente errori, dettati dalla mia totale inesperienza!
      Quindi apprezzo molto, soprattutto da chi di esperienza ne ha sicuramente più di me.

      Alla prossima!
      Andrea

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