H.

Dove eravamo rimasti?

cosa fa Febus? Raggiunge Hoville (100%)

Hoville

Dopo aver preparato le valigie e annullato tutto i miei appuntamenti, giunsi a Hoville una domenica.  

Sceso dal taxi notai con disappunto che la città dei miei antenati non era cambiata affatto. Le case che c’erano allora c’erano ancora oggi, le strade erano fango e quando pioveva era impossibile camminarci, il dipartimento di polizia era nello stesso posto dove l’avevo lasciato vent’anni prima e l’insegna di Pop! aveva sempre quello stesso difetto di allora. Nulla era cambiato. Sembrava che il tempo si fosse fermato.  

Pagai il mio taxista e mi incamminai in direzione nell’unico emporio presente in tutta la città. La mia entrata fu preceduta dal suono del campanellino posto in cima all’entrata, i presenti si voltarono e mi scrutarono con curiosità e diffidenza. Dopotutto ero uno straniero per i loro occhi. Non tutti i giorni capitava di vedere un damerino newyorkese come me in quel posto dimenticato da dio.  

Dopo essere entrato mi diressi verso gli scaffali. Non c’era molto. Se a Nord la Grande Depressione aveva fatto i suoi danni, a Sud gli effetti erano duplicati. Le persone indossavano i loro vestiti anche più di un giorno, le donne avevano smesso di andare dal parrucchiere e di fare compere il sabato pomeriggio. I bambini andavano in giro scalzi e quando uno di essi indossava un paio di scarpe, queste erano sicuramente bucate o avevano la suola consumata.  

Presi un barattolo di piselli e una gomma da masticare. Contai le monete e mi misi in fila. La gente di Hoville aveva un odore diverso da quelli di New York. La loro pelle bruciata dal sole e dalla fatica odorava di terra e di erba appena tagliata. Gli uomini portavano camicie celesti o bianche e pantaloni lunghi color caco, mentre le donne indossavano lunghe gonne colorate e camicie rosa o celeste chiaro. Tenevano i capelli legati più delle volte. Erano tutte truccate anche quelle più povere. Tutti e tutte cercavano di darsi un contegno. Da fuori apparivano come zingari in pellegrinaggio, ma dentro sì vedevano come Re e Regine. Il loro accento era molto marcato, impossibile sbagliare con i loro vicini oltre il fiume e il loro carattere era duro come la testuggine di una tartaruga.  

L’uomo davanti a me aveva un fazzoletto rosso intorno al collo e il cappello sporco di polvere nella mano sinistra. Quando mi posizionai alle sue spalle, lui mi lanciò un’occhiata e vidi che da un occhio ci vedeva male. Avrà avuto si e no cinquant’anni, aveva enormi mani nodose e la fede intorno al dito. I capelli erano neri come la pece. L’occhio buono era di un verde zaffiro. Se avessi avuto con me il mio amico Jack, che di professione faceva il fotografo, sicuramente gli avrebbe scattato immediatamente una foto. Per sua fortuna aveva ancora tutti i denti ma quando mi rivolse la parola, mi accorsi che aveva un problema di pronuncia. Non pronunciava bene le S. 

Dopo avermi chiesto il nome mi domandò cosa ci facesse un nordista da quelle parti. E quando seppe che dì cognome facevo Fraser i suoi occhi si spalancarono e non fu il solo. Dì colpo mi ritrovai a stringere mani di sconosciuti che mi porgevano le loro condoglianze.  

“Fatelo passare” disse qualcuno e le persone si spostarono quel tanto per farmi arrivare alla cassa. 

La cassiera, una donna sulla quarantina, nel vedermi mi sorrise e mi sfilò dalle mani il barattolo di piselli e la gomma da masticare. Controllò il prezzo scritto su di essi e poi disse: “Offre la casa”. 

Restai per qualche secondo immobile poi dissi: “Assolutamente no. Ecco tenga.” 

Tirai fuori una banconota da dieci dollari e dopo averla posata vicino alla cassa me ne andai. 

 Avevo appuntamento con un certo Signor Hook. Non sapevo nulla di codesto signore. Sapevo che mi aveva mandato una lettera e dato un orario e un luogo preciso dove incontrarci. L’appuntamento sarebbe avvenuto nell’unico parco della città. Misi in tasca il barattolo di piselli e in bocca la gomma da masticare. Attraversai di nuovo la strada e imboccai una stradina che mi avrebbe portato dritto dritto al parco. 

Il parco chiamato St. Augustine era situato al centro di due “fazioni”. A destra avevamo la comunità bianca e a sinistra quella nera. Ai bianchi erano dedicati tutto, ai neri solo due panchine. Ed era già tanto, credetemi. Su ogni panchina, eccetto quella per i neri, sì ricordava che era vietato sedersi se non eri bianco e se non appartenevi al genere umano. In poche parole i neri venivano messi sullo stesso piano degli animali. Mi sedetti su una panchina e aspettai. 

Chi è Hook?

  • un professore (0%)
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  • un amico della famiglia Fraser (33%)
    33
  • lavora in banca, si occupa delle finanze dei Fraser (67%)
    67
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32 Commenti

  • Ciao, questa storia somiglia sempre meno ad un horror e sempre più ad un giallo a sfondo sociale, forse dovevi scegliere appunto il “giallo”. Sei al nono capitolo ed è un peccato perché la vera storia sembra stia appena per cominciare, ti suggerisco di pensare ad un seguito.
    Il consiglio di oggi è di non avere fretta nel pubblicare, impari in fretta e puoi correggere gli errori che vedresti meglio rileggendo quello che hai scritto, magari il giorno dopo. Buon lavoro ciao ??

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