Il battesimo delle bambole

La mia nascita

Venni al mondo in una giornata non meglio definita dell’anno 1954 dalle mani perite di un artigiano siciliano.Credo fossimo in piena stagione estiva per lo tsunami di luce da cui fui sommersa quando,dipintimi gli occhi,misi a fuoco un paio di mani che spalancavano le persiane verdi della finestra della stanza in cui mi trovavo.L’afa era tale da produrre piccole colonne ascendenti di aria che distorcevano i contorni degli oggetti facendoli oscillare come ubriachi.Le bianche pareti della stanza supportavano lunghi scaffali carichi di balocchi monchi–macchinine senza ruote,ciocchi di legno appena intagliati– in attesa che Mastro Beppe si decidesse ad ultimarli e quella mattina venne il mio turno.L’aria era satura di colla e lo scalpiccio dei passi del capo putìa veniva attutito dai trucioli di legno dispersi per il pavimento.

Il centro della stanza era occupato da un tavolo rotondo su cui ero stata adagiata in attesa delle ultime rifiniture.

Quantu sì bedda!”–esclamò mastro Beppe annodando un nastrino rosso al termine della mia treccia sinistra.Stava per fare la stessa cosa con quella di destra quando lo scampanellio della porta lo attrasse dall’altra parte della bottega–un cliente era appena entrato.Nell’attesa,rivolsi lo sguardo verso la parete che mi era prospiciente e osservai la mia figura per la prima volta attraverso lo specchio che ne sovrastava i tre quarti.I miei occhi erano azzurri ed un nasino a patata sormontava labbra fini abbozzate in un timido sorriso;la mia pelle era di vello e le mie nudità plastiche erano coperte un abitino bianco di merletto;infine,due scarpette beige facevano capolino da sotto la gonna.“Ehi, c’è nessuno?”dissi rivolgendomi ai miei fratellini dei ripiani più alti,ma non ottenni risposta.Lo specchio mi mostrò un pubblico di occhi vitrei e spenti che fissava il vuoto senza alcuna reazione.In quel momento compresi di essere diversa–molto tempo dopo avrei compreso quanto la mia unicità fosse un pregio ma,al contempo,un pesante fardello da portare–e mentre mi chiedevo il motivo di quella singolarità,un rumore di passi mi riportò al presente.Avrei voluto vedere chi fosse,ma non riuscii a voltarmi–a quanto pare potevo pensare,vedere,ascoltare,ma non muovermi–dunque osservai la stanza attraverso il riflesso dello specchio e da destra vidi comparire un uomo alto con un pesante cappotto di feltro che mi passò accanto per poi prendermi tra le mani.Mi osservò con ammaliato stupore.

Aiu finutu proprio ora di muntarla”–disse Mastro Beppe rivolgendosi a quell’uomo.

Aviatu ragiuni:mai vitti ‘na bambola accussì nnicca!”.In quel momento gli occhi dello sconosciuto si accesero come piccole fiammelle.“E’ la bambola adatta a’a me picciridda!”

“Il giocattolo cchiu bello da putìa pp’a picciridda cchiu bedda du munnu!”esclamò, da buon mercante,Mastro Beppe che cominciò sottobanco a far ondeggiare le dita come se avesse già delle banconote fra le mani.E fu così che,dopo un’estenuante trattativa,mi trovai di fronte ad una graziosa e paffuta bimba di nome Venera.

Venera aveva quattro anni quando i nostri destini si incrociarono.Era la figlia di Toni e di Agnese–il primo banchiere presso un importante istituto di credito,l’altra ostetrica condotta del paese.Entrambi di famiglia benestante,si erano trasferiti in una villa in campagna per garantire alla futura prole un posto salubre dove crescere. Era un villino talmente antico che neanche al catasto erano in grado di risalire alla data di edificazione–tutti gli atti erano andati perduti chissà dove–e molte dicerie gravitavano attorno a quella casa.Si diceva che fosse stata abitata,nei secoli,da una famiglia avvezza a riti poco ortodossi e che durante la Grande Guerra i bombardamenti l’avessero distrutta,uccidendo tutti gli inquilini.Un lontano parente americano avrebbe voluto usucapirla ma,durante un sopralluogo,assistette a fenomeni che fecero da deterrente all’impresa e non si fece mai più vivo in paese.Toni e Agnese,invece,condannarono queste dicerie e appurarono che la logistica del luogo faceva al caso loro,dunque ricostruirono sui ruderi e vi si trasferirono a lavori conclusi.Dopo qualche anno nacque Venera.

Quando mi vide,mi prese fra le braccia per non lasciarmi mai più.Venera era una bambina speciale:ogni qualvolta giocavamo in giardino,sembrava sempre che la natura l’assecondasse.Giammai potrò scordarmi di come una volta, contrariata con la madre,cominciò a piangere ed il cielo, da terso,si rannuvolò scatenando un violento acquazzone.Uno scettico avrebbe pensato ad una coincidenza;io pensavo ci fosse del magico in lei–ma ero solo una bambola senziente e la mia opinione contava poco.

Una mattina si svegliò prima del solito e,come d’abitudine,mi prese con sé ed uscì dalla stanza.Il profumo di Agnese aleggiava per tutto il corridoio e Venera ne seguì la scia per fermarsi di fronte la porta socchiusa della cantina.Uno strano cigolio proveniva dalla stanza.Mi sentii stringere e, poco dopo,vidi la sua manina protendersi ad aprire la porta.

Cosa c'è oltre quella porta?

  • Delle creature sovrannaturali che... (10%)
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  • Uno strano grammofono che... (60%)
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  • Agnese intenta in una strana pratica... (30%)
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6 Commenti

  • Ciao, molto intrigante la storia: secondo me hai messo giù fin troppa roba, si certo punto potresti anche esprimerti con più lentezza perché hai la tecnica e le idee per suscitare atmosfere ( il primo vagito della nuova bambola per esempio) insomma hai capito. Anch’io ho notato la mancanza degli spazi, sembra quasi siano intenzionali… Voto il grammofono. Ciao, Brava!🌻🙋

  • Partiamo dal Grammofono: le creature soprannaturali le riveliamo dopo.

    Un applauso per l’incipit: mi ha catturato fin dai primi caratteri! Mi sono già “innamorato” di Venera e della bambola senziente (a cui dovremo prima o poi trovare un nome) e vediamo dove ci porta la storia 🙂

    Ciao 🙂

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