Il battesimo delle bambole

Dove eravamo rimasti?

Cosa c'è oltre quella porta? Uno strano grammofono che... (60%)

Agnese

La porta si spalancò e aprì la scena ad una stanza in penombra in cui spiragli di luce solitari sgattaiolavano fuori da un pesante tendaggio di velluto. Ghirigori danzanti di polvere incorniciavano il luccichio proveniente da un angolo della massiccia cervantes posta a destra della stanza. Il cigolio sembrava provenire da lì. Le note di gelsomino del profumo di Agnese si insinuavano tra i fumi dell’olibano bruciato dentro il turibolo di ceramica blu posto in prossimità del finestrone del salone. Avanzammo per un pò nel buio, senza una direzione precisa, con il ticchettio dell’orologio a scandire i nostri passi. Il tamburellare sostenuto del cuore di Venera mi faceva rimbalzare avanti e indietro. Il cigolio fu sostituito dal fastidioso stridere di due superfici metalliche interrotto da un periodico tonfo secco. Le braccia di Venera diventarono ispide per la paura, ma la piccola si diresse comunque in quella direzione, tenendo il tenero braccio proteso in avanti per evitare gli ostacoli. L’improvviso sbattere della porta dietro di noi ci fece sobbalzare. Un tacchettio svelto di passi fece voltare la bambina di scatto che mollò la presa e mi fece cadere. 

“Lily, dove sei?…ah, eccoti!”- disse Venera dopo essersi inginocchiata per riprendermi. Quando alzammo la testa, due intensi occhi verdi ci stavano fissando. 

“Aaaaah!” – strillò Venera, che scoppiò a piangere e mi lasciò cadere a terra di nuovo. Si udì un altro tacchettio veloce di passi allontanarsi verso la finestra finché una mano fece scorrere il drappo rosso che liberò la luce del giorno all’interno della stanza. In piedi, accanto alla finestra, comparì la snella figura di Agnese che si slanciò verso la bimba e la prese in braccio. Alzai lo sguardo e mi accorsi di essere rotolata fino ai piedi della cervantes sulla cui cima imperava un grosso grammofono con un ampio imbuto d’ottone la cui puntina si era incastrata tra il vinile e il margine esterno del piatto.

“No, angelo mio, non piangere, la mamma è qui!” – esclamò smielatamente Agnese il cui sguardo mi sbirciava di sottecchi. L’azzurro intenso di quegli occhi mi fece rabbrividire. 

“Scia’ meu, picchi chianci?”.Toni piombò dentro la stanza e strappò Venera dalle braccia della madre. Dopo aver stretto e tranquillizato la figlia, alzò con la punta dell’indice la punta del vecchio grammofono dal piatto e la riposizionò sul vinile che, intanto, continuava a girare a vuoto.La stanza risuonò di una vecchia melodia blues. 

“Dovresti smettere di ascoltarlo, questo qui” – disse Toni serio – “è davvero inquietante”.

Everybody say she got a mojo, now she’s been using that stuff…” – canticchiò Agnese che baciò il marito mentre una furtiva mano sinistra stringeva qualcosa che prontamente venne infilato nella tasca dei pantaloni.

“Cosa stavi facendo qui a quest’ora?”- domandò Toni guardandosi intorno.

“Cosi ‘i fimmini!” – rispose mentre mi raccoglieva da terra. Sospesa in aria tra le sue mani, venni esaminata con interesse dalla testa ai piedi. I suoi occhi si fermarono a fissare i miei e la bocca si piegò in uno strano ghigno: sembrava mi stesse leggendo nel pensiero. Mi consegnò a Venera e quando uscimmo dalla stanza chiuse dietro di sé la porta.

Dopo quell’episodio quella stanza rimane chiusa per parecchie settimane. Venera non si svegliò più prima del suo abituale risveglio mattutino, ma ebbi spesso l’impressione di sentire tutte le mattine, alla stessa ora, la stessa musica, lo stesso cigolio strozzato ed ebbi anche sentore che l’interesse di Agnese per me fosse cresciuto nel tempo, tant’è che una mattina baciò la figlia e chiese: “Venerù, a’ mammina, che ne dici di comprare qualche bel vestitino a Lily?” Venera accolse con entusiasmo la proposta e fu così che ci trovammo a passeggiare per le vie del paese . Non era un girovagare casuale perché quando Venera chiedeva di entrare in un negozio, Agnese persuadeva la figlia di andare da qualche altra parte dove “sicuramente ci sarebbe stato di meglio”. Ci infilammo, quindi, in una vannedda scura la cui strada era sterrata. Le chiacchiere di strada, ora, erano un brusio di sottofondo e i palazzi di mattoni che costeggiammo pigolavano dalle fessure che accoglievano nidi di piccioni. In una rientranza di questi muri giaceva una piccola scaletta che si approfondava al di sotto del livello della strada e portava ad un portoncino il cui rosso vermiglio dell’originaria verniciatura era attraversato da solchi color ruggine scavati dal tempo. Agnese si guardò furtivamente attorno, poi recuperò da una tasca una robusta chiave di ottone con la quale aprì il portoncino e ci trovammo di fronte ad un corridoio angusto e illuminato solo dalla luce dei candelabri attaccati alle pareti. L’aria profumava di cannella ed incenso. “Non aver paura, la mamma è qui!”- disse Agnese ad una Venera che opponeva resistenza perché impaurita di fronte l’ignoto. Agnese le strinse la manina e la tirò con forza dentro. La porta, cigolando, lentamente si chiuse. Avanzammo nella semioscurità. 

Cosa troveranno alla fine del corridoio?

  • Un giardino interno pieno di altalene, rose e bambole (67%)
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  • Una rugosa anziana seduta al tavolo di una cucina intenta a preparare uno strano infuso (17%)
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  • Un salone dalle pareti di specchi con donne incappucciate di rosso intente a danzare (17%)
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8 Commenti

  • Ciao, molto intrigante la storia: secondo me hai messo giù fin troppa roba, si certo punto potresti anche esprimerti con più lentezza perché hai la tecnica e le idee per suscitare atmosfere ( il primo vagito della nuova bambola per esempio) insomma hai capito. Anch’io ho notato la mancanza degli spazi, sembra quasi siano intenzionali… Voto il grammofono. Ciao, Brava!🌻🙋

  • Partiamo dal Grammofono: le creature soprannaturali le riveliamo dopo.

    Un applauso per l’incipit: mi ha catturato fin dai primi caratteri! Mi sono già “innamorato” di Venera e della bambola senziente (a cui dovremo prima o poi trovare un nome) e vediamo dove ci porta la storia 🙂

    Ciao 🙂

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