Il consulente

Dove eravamo rimasti?

Come finirà? Il balordo morirà tra atroci sofferenze per mano di Domenico (100%)

Tutto torna, ogni cerchio si chiude

Un forno in una sala al secondo piano di una villa? Vi sarete chiesti.
Era una grezza costruzione di blocchetti grigi, collegata ad un’apertura nel muro retrostante che faceva da sfiatatoio.
Domenico era lì davanti che smuoveva la brace. 
Vi usciva fuori un calore asfissiante.
La voce dietro di me che prima aveva domandato se fosse tutto pronto era di Don Mario, un uomo grande e grosso con il cranio pelato e il volto austero.
Stringeva una grossa bibbia tra le mani.
Si piazzò davanti al balordo, insieme a Marica e Claudio.
«Che… cosa volete fare… vi ammazzo tutti…» bofonchiò il balordo.
Marica si chinò su di me, schiacciandomi l’enorme seno sul petto e baciandomi nuovamente: le sue labbra erano gelide.
«Ora sai…» mi sussurrò all’orecchio, facendo seguire una specie di sospiro.
La sua pelle ormai era quasi cinerea, il suo corpo emanava ondate di gelo.
«È questo il tuo ruolo in tutto questo» disse, e io sapevo benissimo di cosa parlava, ora mi era tutto chiaro.
«È tutto pronto» annunciò Domenico.
«Bene» rispose Marica.
Il maniaco cominciò a dimenarsi sulla sedia. «Slegatemi! Figli di puttana vi ammazzo!»
Domenico raccolse un coltello da terra e avvicinò la lama alle braci ardenti.
«Che cazzo volete fare?» urlò il balordo.
Domenico gli si avvicinò e con un colpo secco gli fece un taglio dietro il gomito; il balordo cominciò ad urlare.
Poi, con calma glaciale, sotto i nostri sguardi attenti, tagliò con la lama rovente l’altro tendine del gomito ed entrambi gli stinchi. Le urla del balordo saturarono la sala.
Lo slegò. I tagli erano profondissimi e bruciacchiati.
Il balordo, impossibilitato a muoversi, cominciò a supplicare.
«Avanti, aiutami» abbaiò Domenico. «Prendilo per i piedi» mi ordinò.
Nel frattempo Don Mario aprì la bibbia.
Aiutai Domenico a infilare il maniaco nel forno.
Dentro non vi era il fuoco acceso ma solo braci roventi, capii subito che la loro intenzione era quella di farlo soffrire.
Di lì a poco quel maniaco assassino avrebbe sperimentato la più atroce delle sofferenze.
Lo infilammo dentro, mentre piangeva e supplicava: «Vi prego, no, abbiate pietà! Non è colpa mia, sono malato! Ho bisogno di aiuto!»
Poi Domenico chiuse lo sportello.
Urla disumane e agghiaccianti risuonarono all’interno del forno, mentre i primi sbuffi di fumo fuoriuscivano dallo sfiatatoio e l’odore di carne bruciata permeava l’ambiente.
Don Mario iniziò una lunga e ininterrotta litania in latino.
Il crepitante lamento di una vecchia si aggiunse alle letture del prete, sovrastandole. Alzai gli occhi al soffitto: fiumi di ragni neri si andavano ammassando da tutte le direzioni in un solo punto, creando una massa nera che via via andava volumizzandosi sempre di più fino a creare un corpo.
Rimanemmo a fissarla per qualche istante io, Marica, Claudio e Domenico.
«Avanti, è il momento» mi sussurrò Marica, ormai bianca cadaverica, gli occhi completamente spenti.
Mi sedetti, chiusi gli occhi e mi concentrai, pensando al volto angelico di quella donna e alla visione che avevo avuto di lei e suo figlio.
La stanza cominciò a tremare.
Le urla del balordo che bruciava tra le braci ardenti nel forno, l’infinita cantilena di Don Mario e i lamenti dell’entità fecero spazio al fracasso dei mobili che in ogni stanza della villa cadevano infrangendosi al suolo; in poco tempo l’intera villa cominciò a tremare.
Cominciai a sentirmi male: conati di vomito che non riuscii a trattenere e di nuovo buttai fuori quella massa ectoplasmatica con al centro il volto della donna.
Il balordo urlava, urlava, urlava.
L’entità nera si consolidò in una figura alta e slanciata, con le sembianze di una vecchia decrepita che strillava con una vocina sottile e tagliente.
Don Mario continuava a predicare.
Marica, guardando l’ectoplasma, scoppiò a piangere, riacquistando però colorito e luce negli occhi, mentre proteggeva Claudio tenendolo dietro di sé.
Anche Domenico sembrò riacquistare vitalità.
Ci fu un’ultima fortissima scossa in tutta la Villa, seguita da un potentissimo soffio di vento che spinse la vecchia contro l’ectoplasma.
Un ultimo urlo agghiacciante, poi le due energie si congiunsero e volarono via fuori dallo sfiatatoio, spinte da quello stesso vento.
Silenzio assoluto, il balordo era morto, Don Mario cessò la messa. Io svenni.

Aprii gli occhi.
«Amore, finalmente sei sveglio.» 
Era la dolce voce di Silvia.
Mi girai verso di lei e la abbracciai forte. Il suo corpo nudo avvinghiato al mio sotto le coperte emanava un conturbante odore di lavanda.
«Hai dormito due giorni» mi disse.
«Che è successo?»
«Non ricordi? Il lavoro a Villa Quadrelli?»
«Ah…già…» la nebbia di ricordi confusi e sbiaditi nella mia mente cominciò a dissolversi.
«E com’è andata? Non ricordo nulla…»
«Nulla nulla?»
«Nulla, dall’inizio alla fine…»
Sorrise, aveva la luce negli occhi. Mi porse una lettera imbustata.
«Scusa se l’ho aperta, ma dovresti vedere.»
Tirai fuori la lettera e lessi:

Grazie di tutto. Marica e Claudio hanno finalmente trovato la pace eterna.
Allegato alla lettera c’è un assegno da 20.000 euro.

Domenico Quadrelli

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59 Commenti

  • ti devo dire che la frase “una coccinella, che cammina e avanza inesorabile.” rende questo capitolo un gioiello .Aldi là del caleidoscopico inseguirsi di fendenti al corpo e tutto il resto l’immagine della coccinella che non sta a guardarsi intorno e va avanti comunque, sempre mi ha ha colpito perché la considero una metafora del ‘onesto vivere, avanti tutta senza guardarsi intorno, come solo un’anima semplice e inattaccabile può. Magari non c’o capito niente ma grazie di averlo scritto. ciao.

    • Ben detto Fenderman, ben detto: vivere onestamente e andare avanti senza guardarsi troppo intorno, come un’anima semplice e inattaccabile può. Bellissima frase, davvero. Sarà che è il mio concetto di vivere e forse anche inconsciamente l’ho trasmesso in questo capitolo, come una sorta di riscatto a quella sofferenza e crudeltà che ho dovuto descrivere. Grazie di cuore per il commento, al prossimo capitolo!

  • Uh, scene dense di roba forte. La palata in testa tipica di certe usanze contadine ci voleva però mi confonde quando arriviamo al finale. Sembrano tutti d’accordo per fare cosa a chi non si sa. E siccome Francesco mi sembra l’unico, a ‘sto punto, elemento estraneo, voto per lui, speriamo che la sfanghi. Ottimo lavoro, ah non dimenticare di recuperare il teschio, non fartelo fregare. ciao, alla prossima, buon lavoro.

    • Ciao Fenderman e buon fine settimana. Questo capitolo è stato duro e mi sono arrovellato su parecchi passaggi che proprio non mi suonavano bene ( e nonostante questo rileggendo ho trovato qualche ripetizione e refuso) ma la trama e gli elementi sono abbastanza ben calcolati. Spero di non deludervi proprio alla fine! 💪

  • Ciao L.C.!

    Ho votato Domenico, personaggio misterioso che secondo me ne sa ben di più. Mi piace l’elemento religioso, sin dai tempi dell’esorcista mi sembra un passaggio “naturale” del genere di cui scrivi. Marica che tronca le parole è un elemento che smorza la drammaticità, ma ci sta bene secondo me.
    Ciao!

  • Ciao L.C.!
    Dico che andranno in cantina, luogo fatidico. Ho recuperato il quinto episodio; gli eventi precipitano e sono ben descritti, gli ultimi capitoli sono i migliori, hai più confidenza con la storia; questa almeno è la sensazione che ho e che vivo quando scrivo. Non mi sorprende il turbamento del consulente nei confronti di Marica, forse ricambiato.
    Ciao!

    • Ciao Minollo, e grazie. Se per turbamento intendi quel genere di turbamento…beh: Marica è una gran bella donna, e Francesco ha carisma, quindi chissà, potrebbe scapparci anche qualcosa – anche se ancora non lo so, sarebbe scontato e mi dispiacerebbe per Silvia – per il resto, resta sintonizzato, nei prossimi capitoli ne accadranno di tutti i colori!

  • Ciao, L.C.
    I segni di un buon horror ci sono tutti. Voto per la possessione e vediamo che cosa tiri fuori.
    Nella frase:
    «Che ha detto? Stanno tutti bene?»
    «Ora glielo domando.»
    Scrissi un messaggio di risposta a Marica, dove le chiedevo se fosse tutto a posto, ma non ricevetti nessuna risposta.”
    la parte relativa al messaggio poteva essere risolta in pochi caratteri, tipo: “le mandai un messaggio, non rispose.”
    Non perché la tua sia sbagliata, ma usi troppi caratteri per raccontare la scena, senza mostrarla e qui i caratteri sono preziosi 😉
    Anche “vomitò per terra” bastava vomitò. Ma sono mie idee, che arrivano dai vari libri che leggo sulla scrittura, magari esagero.

    Alla prossima!

  • E mamma mia che paura, e che succede? Stanotte me lo sogno… Senti, lasciamo stare la cantina che sennò… facciamo che ci parla così si da una calmata… e meno male che ci sta un volto sereno e angelico, te possino.. bravo, ciao

  • Ciao, L.C.
    Accadranno cose terribili durante la cena.
    Chissà che vuole comunicare davvero la voce, quel “ti prego” lascia spazio a diverse ipotesi.
    Forse hai raccontato troppi particolari poco utili allo sviluppo della storia: gli abiti preso per il cambio, il caffè, anche la trippa col pecorino… i caratteri sono pochi e, a parer mio, andrebbero sfruttati per rendere vivida la storia. Comunque sono mie fisime, non devi dargli ascolto per forza 😉

    Alla prossima!

    • Ciao Keziarica. No no e invece hai ragione. Infatti avevo pensato di tagliare tutte quelle informazioni per dare spazio ai particolari inerenti alla storia, poi ho deciso di usare questo capitolo come una sorta di preludio a tutti gli eventi che vedremo in seguito. Infatti ho intitolato il capitolo: Calma prima della tempesta.
      Grazie come sempre, i vostri feedback mi sono molto utili per migliorarmi. Buon fine settimana. Al prossimo capitolo!

  • Ciao L.C.!
    Si entra nel vivo, piano piano stai portando al dunque la storia. Scrivi anche in maniera curata secondo me; ti segnalo solo “dei strani pacchi” in una delle tre opzioni. Sono d’accordo che la vecchia è un ingrediente spesso inquietante in questo tipo di storie, elemento debole che magari invece nasconde risorse impreviste.
    Ok a presto.
    Ciao!

  • Voto per la vecchia che lo chiama dalla cantina, molto inquietante.
    Ciao, L. C.
    Mi piace la descrizione degli interni, chissà perché mi ha fatto tornare indietro, ai tempi delle colonie estive e ai pomeriggi passati a fissare le pareti durante pisolini imposti e non desiderati.
    Ho notato che lasci uno spazio prima e, a volte, dopo le caporali, come mai?
    Concordo con quanto scritto da Fenderman e aggiungo la frase: “alta, con lunghi capelli neri e due occhioni neri” capelli e occhi neri si potevano riassumere senza ripetizioni e “occhioni” stona, a mio parere, con il genere del racconto.
    Al di là di questo, il racconto si fa interessante e la paura comincia a fare capolino, vediamo come prosegue.

    Alla prossima!

  • Voto la simpatica vecchietta.
    Qualcosa nel testo, peraltro ben scritto, non mi suona perfetto (ridosso dei boschi limitrofi.)(rinchiuso nella villa come un recluso, ) non sono errori ma mi sanno di ridondante anche se, magari è una mia impressione. Comincia ‘a paura: bene!🙋 ciao

    • Ciao Keziarica, grazie. Purtroppo il numero dei caratteri mi condiziona sempre tanto, soprattutto nell’esposizione di particolari o informazioni inerenti alla storia. Spesso devo rileggere e ” Sacrificare” alcune frasi, scegliendo e rimuovendo quelle un po’ meno utili tra le tante. E donna affascinante ma dolente sia! A presto.

  • Ecco: …l’adolescenza, “scoprii” che negli individui,… quello scoprii dovrebbe a mio parere essere: “avevo scoperto” oppure” scoprii in seguito” a seconda dei tempi in cui il fatto è inquadrato.
    Ho letto zia e mamma in maiuscolo: perché?
    “Quando provavo a svegliarmi non ci riuscivo, mi sentivo paralizzato e più di una volta credetti seriamente di stare per morire.”
    Anche questa frase potresti rivederla, ci sono modi diversi per renderla più giusta. 😎

  • Ciao. benvenuto il fantasma vestito di nero, ci voleva. Nel testo qualche forma verbale non centrata in pieno ma nel complesso va tutto bene. Anche a te mi permetto di dare il consiglio che do a tutti e soprattutto a me stesso. Riscrivere. Rileggere e riscrivere per migliorare il testo: al meglio non c’è mai fine. Bravo ti seguo, ciao.
    Voto per la donna affascinante.

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