Penso, dunque “divaneggio”

Dove eravamo rimasti?

Chiudiamo questa “avventura” come abbiamo iniziato, scrivendo di cose serie con leggerezza: - Liberi di volare (42%)

LIBERI DI VOLARE

“Questa spiaggia è molto pericolosa!” disse il gabbiano.
“Sei sicuro? Io non vedo nessuno, a parte noi due.” replicò la tartaruga, abbracciando con lo sguardo tutto l’arenile con un largo movimento della testa.
“Fidati! So quello che dico.” E poi, “E tu, che ci fai qui? Sei venuta a deporre le uova?”
“No, Dio me ne guardi. Sono ancora troppo giovane. Voglio prima viaggiare e godermi la vita.”
“Comunque ti conviene andartene al più presto. Perché, ripeto: questo non è un posto per tartarughe.”
“Wow! Davvero?” esclamò lei, sorpresa.
E con aria seccata per la predica, aggiunse: “A quanto pare non lo è neanche per gabbiani, visto che ti stai lamentando…”
“Mi spiego” insisté il gabbiano. “Devi sapere che io vengo qui tutti i giorni la mattina presto a fare colazione, approffitando del fatto che la spiaggia è ancora deserta. Ebbene, la settimana scorsa ci sono cascato di nuovo.”
“Cascato in che cosa?”
“Ho fatto uno spuntino veloce e mi sono sentito male.”
“Wow! Cos’è successo?” chiese lei, senza capire.
“In questa spiaggia vengono spesso a bivaccare e c’è la terribile usanza del tappo sospeso… un tappo insidioso e magico.”
“Magico? In che senso?” volle sapere la tartaruga, incuriosita.
“Ho la prova sicura, i tappi hanno proprio poteri magici perché ogni volta che vengono rimossi da qualcuno o mangiati da qualche mio amico bisognoso, ricompaiono di nuovo.” “Inoltre, è come se ci fosse scritto su ognuno di loro mangiami, per noi è irresistibile… sai come vanno queste cose…”
“Come vanno? Io non lo so, non sono di qua.”
“Vedi, tu arrivi qui stanco, dopo aver sorvolato a lungo i dintorni in cerca di cibo… senti un languorino fastidioso… e pensi: che sarà mai se ne mangio solo due o tre, non mi può succedere niente, lo fanno tutti… oltretutto è gratis…”
“E’ roba velenosa? Se sai che ti fanno male perché li mangi?” domandò ancora la tartaruga che faticava a seguire il ragionamento del gabbiano.
Eludendo le domande lui continuò: “… per tre giorni sono rimasto accasciato sulla sabbia, con lo stomaco appesantito e dolente. Al posto del mio verso stridulo, di cui vado fiero, mi uscivano dei ridicoli Coff! Coff! Coff!”
“Wow! Poverino.” lo compatì, in tono sincero, la tartaruga.
Al terzo “Wow” il gabbiano sbottò, indispettito: “Che strano accento hai! Chi sei? Da dove vieni?”
“Okay, okay, calma, calma! Sono americana.” precisò la tartaruga muovendo la testa per mettere in mostra le sue belle striature rosse. “Mi ci ha portato la corrente. Ero finita nel fiume.”
“Come finita?”
“Vivevo in città presso una bella famiglia con tre bambini adorabili, ero coccolata e ben nutrita ma un giorno qualcuno mi ha detto con aria disgustata “Sei troppo grande…” e non mi hanno voluto più. Da allora la mia vita è cambiata.”
“E adesso che farai?”
“Vorrei tornare al mio paese, solo che io soffro il mal di mare, sono abituata all’acqua dolce… Magari potessi volare sopra l’oceano e andare laggiù…”
“Levatelo dalla testa! Non hai le ali.” obiettò il gabbiano.
“E che problema c’è? Me le posso procurare.” ribatté la tartaruga.
Il gabbiano trasalì.
Detto fatto, la tartaruga si allontanò decisa. Percorse tutta la spiaggia in lungo e in largo a raccogliere tutte le penne lasciate in giro.
Poi le ammucchiò sulla sabbia e pensando ad alta voce disse: “Adesso come faccio ad attaccarle tra loro per fare due ali?”
In quell’istante, si sentì chiamare da un grosso gamberone che, nascosto vicino a una roccia, aveva visto tutta la scena: “Avvicinati, ho nel mio nascondiglio una bella scorta di colla di pesce e te ne posso dare un po’.”
Tre ore dopo, sotto lo sguardo incredulo del gabbiano, due splendide ali furono fissate sulle spalle della tartaruga. Il gamberone faceva dei balzi avanti e tanti indietro per la contentezza.
“Siete due matti! Brutto affare.” gridò il gabbiano.
Ancor prima che potesse dissuaderla, lei si librò nell’aria.
Il gabbiano la seguì, affiancandola. “Stai attenta a non volare troppo in alto, perché il calore del sole può sciogliere la colla e farti cadere giù, non volare troppo basso perché l’umidità del mare potrebbe appesantire le ali…”
La tartaruga non gli dava retta, saliva sempre più su, assaporando l’ebbrezza del volo. Ormai era diventata solo un puntino nero nell’azzurro del cielo.
“Fermati, torna indietro!” urlò disperato il gabiano. Non fece in tempo a finire la frase che la vidi perdere le ali e precipitare in acqua a grande velocità. Un tonfo sordo e scomparve dalla vista per sempre.
Qualche tempo dopo, si venne a sapere che un pescatore, tirando su la rete, vi trovò la tartaruga impigliata. Era gonfia e respirava a fatica. Una volta in terraferma, la portò dal dottore. Fu operata d’urgenza perché aveva inghiottito una medusa non urticante, ma molto speciale.
Sul referto medico c’era scritto: indigestione da polietilene.
Fortunatamente si salvò. Non tornò mai più in patria e oggi nuota tranquilla, insieme ad alcune connazionali, in un laghetto dedicato.

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