Penso, dunque “divaneggio”

Dove eravamo rimasti?

Si prosegue, diamo un titolo al prossimo capitolo: - Un’altalena per due (44%)

UN’ALTALENA PER DUE

Lo chiamavano Fun. Solo Fun.

E aveva un fratello, Yes, nato tre anni dopo.

Fun era geloso dell’altro. Rimasto figlio unico incontrastato per tanto tempo, non intendeva rinunciare ai diritti acquisiti. In famiglia era stato padrone assoluto dello spazio fisico e affettivo e non era disposto a condividerlo con chicchessia. Escludeva categoricamente la possibilità di diventare comandante in seconda.

Nei tratti fisici i due fratelli erano come due gocce d’acqua, ma molto diversi per carattere: Se Yes era lo sbadiglio, Fun era la risata.

Con la nascita di Yes, Fun si sentì, di punto in bianco, assediato dai più svariati divieti. Non poteva fare più niente, non si divertiva più.

Quando Yes cominciò a camminare e poi fu in grado di parlare, la rivalità tra i due si esasperò. La madre, sino a quel momento premurosa e accondiscendente, cominciò a rimproverare Fun, divenne iperprotettiva e ansiosa.

Con una rabbia a stento repressa, Fun si chiedeva: «Perché preferisce mio fratello a me? Cos’ha lui che a me manca?» Intanto, Yes saliva sul podio dei consensi a sua insaputa. La loro infanzia trascorse, comunque, in relativa serenità: Fun spensierato e irrequieto, a volte maldestro, Yes, il più piccolo, pignolo, disciplinato e perfezionista. Litigavano, tenevano il broncio, facevano pace per poi tornare a giocare insieme.

Gli anni dell’adolescenza, si sa, non sono facili: Fun e Yes diventarono ora irascibili, ora taciturni.  Erano indefiniti, come tutte le creature allo stato di transizione.

Dovettero fare i conti con conflitti e contraddizioni di ogni sorta, alternando armonia con se stessi e disarmonia con gli altri.

Fun mugugnava di continuo: «Non è giusto!». «È sempre la stessa tiritera, a casa e a scuola: «Prima Yes e dopo Fun!». Anche i contrasti con i genitori si accentuarono. Persino il Don della parrocchia, amico di famiglia di lunga data, si era messo in mezzo. Un giorno, si era lasciato andare a uno sfogo con il loro papà: «Cosa succede al tuo ragazzo più grande, Fun? Non riesco a capire. Sono preoccupato. Ti confesso che lo vedo allontanarsi sempre più dalla chiesa, ha la testa tra le nuvole.» Il padre corrugò la fronte, e rispose con un silenzio sospirato. Era un uomo di poche parole. La verità è che i due ragazzi con il padre non parlavano mai. O meglio, lui voleva molto bene ai figli ma non parlava mai con loro. Chiedere «Com’è andata la scuola? Non mangi? Hai finito in bagno?» non è parlare, sono comunicazioni di servizio.

Ma un giorno arrivò l’amore.

Per ironia della sorte, s’invaghirono della stessa ragazza. Lei usciva con entrambi, straconvinta che non ci fosse nulla di male.  Si divertiva a stuzzicare la loro rivalità, in un gioco affettivo di mordi e fuggi.

A chi la criticava per il suo fare ambivalente, diceva: «Che c’è di male? Voglio bene a tutte e due!» E precisava: «Fun è impulsivo e passionale, mi fa sognare. Mi ricarica di energia. Non voglio rinunciare a lui.» Le amiche si prodigavano in consigli. Come tutte le vere esperte di sentimenti e complicanze altrui, non sapevano quello che dicevano o dicevano male quello che sapevano: «E allora? È semplice no? Lascia Yes e tieniti Fun!»,

«Non potete capire! Yes, anche se a volte è un po’ noioso, m’ ispira fiducia.» ribatteva la ragazza. In effetti, Yes aveva l’aspetto di “persona seria”, tutta casa e famiglia e quella era la sua carta vincente, salvo poi concedersi qualche deroga.

Col passare del tempo i fratelli cominciarono a dare segni di insofferenza. Non stavano più nella pelle. Percepivano qualcosa di sbagliato a cui non riuscivano a dare un nome.  Ogni volta che uscivano con la ragazza, una specie di senso di stranezza saliva alla superficie della coscienza come un grido soffocato.

Così, un bel giorno, come spinti da un accordo tacito, senza consultarsi l’uno con l’altro, misero fine alla relazione.

Intanto, una vocina mormorava dentro di loro: «Ora basta “fratelli coltelli”. Voi non siete due facce della stessa medaglia ma la medaglia stessa.  Siete strumenti nelle mani di altri, siete in balia delle aspettative altrui.»

«Fun ascoltami bene!» disse Yes, schiarendosi la voce: «Da quando eravamo piccoli che non ci accettano per quello che siamo, ci usano a seconda le convenienze! Ci hanno fatto credere che c’è posto solo per l’uno o per l’altro, non per tutte e due.» E continuò con aria grave: «Noi invece siamo come due gemelli siamesi, che non si possono separare senza la morte di uno dei due o di entrambi.»

Con un cenno del capo, Fun annuì: «Difficile è accettarlo, fare capire alla gente che non siamo alternative, siamo due in uno.»

Ne seguì un silenzio complice. Si abbracciarono, commossi.

Dal creativo Fun e dal riflessivo Yes nacque subito un’idea: lavorare insieme.

Detto fatto, fondarono una start-up di consulenza, a responsabilità limitata, e la chiamarono Conflitti & Brothers Ltd. Il nome italo-inglese non era un caso. Ne volevano far un brand e intendevano espandere l’attività all’estero. Sei mesi dopo, erano quotati alla Borsa di New York.

Nel prossimo episodio:

  • - Lettere al vento (33%)
    33
  • - L’erba del vicino è sempre più verde (17%)
    17
  • - Effetti collaterali di una dieta dimagrante (50%)
    50
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65 Commenti

  • Ciao Louise,
    sono tornata a leggere ora le altre storie che hai pubblicato. Davvero mi fanno riflettere, oltre che divertirmi. I due fratelli che, sembrano due, sono per me due facce di un’unica persona alla ricerca di un equilibrio tra i diversi aspetti di una personalità complicata. Quella O, poi, a chi non rassomiglia?
    Storie, le tue, originali, lievi e profonde allo stesso tempo e per non farsi mancare niente scritte magistralmente.

  • Ciao Louise!
    Mi accodo ai complimenti per le storie e per lo stile. Sai scrivere, e bene. Qui la storia mi ha ricordato Gianni Rodari, che tanto si leggeva alle elementari, salvo poi scoprire nei suoi scritti messaggi destinati a tutti. Come in fondo nella storia della “O” scontenta di sé.
    Brava! Scelgo il litigio.
    Ciao!

  • Eccomi. Seguo per curiosità verso un genere lontano dalle mie preferenze e dal mio modo di scrivere, nel quale mi sembri molto a tuo agio. Scrivi bene, le storie sono piacevoli da leggere e c’è sempre da imparare da gli altri. Aspetto il prossimo, magari più avanti potresti provare la sfida di scrivere un’unica fiaba in dieci capitoli e avere un po’ meno il controllo di tutto.

  • Rieccomi, Louise. Ho votato “rivalità”.
    La stilo altezzosa, i fratelli coltelli, la O dismorfofobica 😂. Piccole storie strapiene di fantasia, ognuna a dimostrarci che, nonostante le difficoltà, per ognuno c’è un posto nel mondo. Eppure, l’ultimo capitolo mi ha messo un dubbio: ma non sarà che l’8 è una O tutta intorcinata in posizione yoga? 🤣
    Ciao, ti auguro un fantastico weekend!

  • Ciao, Louise.
    In pochi caratteri un messaggio molto importante sull’accettazione di sé. Come ho scritto a Erri, molte volte, potresti pensare di pubblicare questi micro racconti, magari con delle belle illustrazioni e farne libri per l’infanzia. Le tue storie sono portatrici di allegria e insegnamenti, cosa non semplice 🙂
    Brava!

    Voto per il litigio e aspetto con curiosità.

    Alla prossima!

  • Ciao Louise!
    Questo lo vedrei come l’incipit di un racconto, ovviamente con tempi più dilatati; la storia della loro vita potrebbe essere lo spunto per un racconto… impressione mia of course 😊.
    il linguaggio garbato è in effetti da fiaba, ma ci trovo arguzie che portano al sorriso, come “Come tutte le vere esperte di sentimenti e complicanze altrui, non sapevano quello che dicevano o dicevano male quello che sapevano”, che ritrovo spesso, (anche in me!).
    Brava, voto per la dieta, che mi sembra si prestimeglio.
    Ciao!

  • Ciao Louise, trovo le tue storie belle originali, molto ben scritte e soprattutto divertenti, Fanno sorridere ma anche riflettere su situazioni fuori da quel contesto fantasy che le fa sembrare lievi giochi di una mente acuta. Complimenti

  • Ciao, Louise.
    Bello anche questo racconto, intelligente e davvero ben scritto. Efficace la descrizione di ogni oggetto: la spina dorsale fragile delle matite e il righello egocentrico… 🙂
    Ho votato per “la metà di uno”, vediamo che ne viene fuori.

    Alla prossima!

  • Rieccomi, Louise. Ho votato per un oggetto reale ma non troppo.
    Ah, gli specchi, alleati, quando ti segnalano punti di barba mal fatta o sbavature di nutella, impietosi quando ti sbattono in faccia indecorosi tripli menti 😀
    Se non altro, questo ha avuto il fatto suo 😀

    Ciao, ti auguro un’ottima giornata

  • Ciao, Louise.
    Bentornata.
    Quindi, hai deciso di scrivere tanti racconti autoconclusivi, non è male poter leggere una storia senza preoccuparsi di ricordare cosa è successo prima o come si chiama chi; tuttavia, questo toglie al lettore la possibilità di interagire con il racconto. Nonostante ciò, ho trovato carino il primo racconto e ho votato per leggere di un oggetto di fantasia nel prossimo.

    Alla prossima!

  • Buogiorno Louise,
    lo specchio come protagonista di una storia è una scelta originale. Non conoscevo il quadro di Magritte e sono andata a cercarlo, inquietante e rassicurante allo stesso tempo. Brava, il tuo racconto mi ha incuriosito, Mi piace anche il tuo stile di scrittura leggero e divertente. Ti seguo … alla prossima

  • Davvero ben scritto anche per me. Ben vengano le fiabe col loro messaggio implicito anche se non più di moda. Bella l’idea che ci si deve abituare all’idea che un giorno si possa essere messi da parte, pensionati, sostituiti: bella lezione! voto oggetto reale ma non troppo tanto per rimanere in tema specchio… brava alla prossima.

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