Il futuro è delle donne 3

Dove eravamo rimasti?

Credi anche tu che i giovani poveri hanno meno opportunità di successo che i giovani ricchi? si (100%)

Quando i ricchi si fanno la guerra sono i poveri che muoiono. (Jean Paul Sartre)

Non volendo rispondere ad una domanda così complessa finisco di masticare lentamente il boccone gustosissimo di quel piatto povero, ma degno dei migliori ristoranti.
Nel silenzio generale, quasi gustandomi l’attenzione crescente su di me, con tono benevolo mi rivolgo al giovane interessato a diventare ricco senza faticare «Sappiamo tutti che i giovani non vogliono ascoltare i consigli degli anziani ed è forse per questo che l’umanità rimane con gli stessi problemi da quando siamo usciti dalle caverne e cioè brutale, violenta, aggressiva, avida e capace persino di uccidersi in guerre inutili.»
Alle parole guerre inutili il nonno alza d’istinto il pugno per batterlo con violenza sul tavolo ma si trattiene e lo appoggia delicatamente dicendo con tono duro e arrogante «La guerra non è solo inutile ma sporca, piene di orrori, esecuzioni, torture ed è sempre fratricida.»
«Di quale guerra stai parlando?» chiede il laureato sapendo quanto piace al nonno raccontare della guerra a cui è sopravvissuto.
«Tutte le guerre sono un brutto scherzo dei governanti per far seppellire i figli dai padri e non viceversa.» dice cercando nei miei occhi il consenso a proseguire con un esempio vissuto «Durante la mia prima battaglia, quando avanzando sul territorio conquistato vedevo i corpi straziati di ragazzi della mia età, chiesi al caporale cosa ci avevano fatto quei ragazzi per morire in una terra che non era la loro. Lui mi rispose infastidito, sono nemici. Allora gli chiesi se anche loro non sembravano dei figli che aspiravano come noi a costruire una vita migliore e con delle famiglie che li avrebbero pianti per il resto della vita. Sono nemici, confermò. Allora gli chiesi, chi glielo ha detto che sono nemici e lui rispose, il capitano. E al capitano chi glielo detto? Il generale. E al generale chi glielo ha detto? Il Presidente.»
Il nonno incollerito tace come per aver dimenticato il proseguo, allora il nipote lo anticipa facendo finta di non conoscere la storia «Da chi viene eletto il Presidente?»
«Dal popolo.» mi intrometto io.
Interviene Adrian con tono contestatore «Allora è il popolo che ha ordinato di uccidere quei ragazzi.»
Il nonno lo guarda stupito negli occhi e gli dice «Anch’io ho fatto la stessa domanda al mio caporale precisando quanti del popolo gli avevano detto di uccidere quei ragazzi nemici.»
«E cosa ti ha risposto?»
Il nonno trae un lungo respiro e dichiara semplicemente «Uno, il mio capitano.»
Il silenzio avvolge la tavolata fino a quando la nonna mi guarda come per ringraziarmi di essere li con loro e mi dice «Vuoi altre patate e polpo o un po di formaggio di capra che fa il contadino proprio su quella collinetta?» e mi indica con l’indice un casolare a metà di una verde collina alle sue spalle.
Il mio sguardo si sofferma con devozione sul suo indice, dalla pelle che sembra carta di riso, poi, sulla mano piena di rughe intravedo in ognuna un lembo di storia della sua intera vita. Penso ai miei nonni che non ho conosciuto ed ai sogni che non ho potuto costruire sulle loro rughe. Resto incantato dall’anulare dove c’è ancora il sigillo di un amore mai finito e rispondo «No, grazie, io sono a posto, forse se c’è ancora un poco di questo ottimo vino.»
In realtà gusterei ancora un poco dello squisito polpo ma notando che tutti si stanno limitando nel mangiare per lasciarne di più a me, non voglio metterli in imbarazzo.
Alain si alza e si mette a frugare nella credenza dove sul ripiano centrale vi sono allineate su un tappetino di color oro alcune vecchie fotografie, come reliquie, fra ninnoli, cimeli ed una campana di vetro.
Osservando quelle reliquie conservate per ricordare i frammenti della vita passata e salvarli dal naufragio del tempo mi rendo conto che io non ho nessuna reliquia della mia vita, neppure dei miei genitori sepolti in un lontano cimitero.
Alain, mi ondeggia una bottiglia verdastra per distogliermi dai miei pensieri e mi strizza l’occhio per interrogarmi sul da farsi. Alzo il pollice in segno di approvazione e lui appoggia sul tavolo la bottiglia con quattro bicchierini dicendo «Questo è un centerbe che facciamo noi con solo ingredienti selvatici.»
Osservo così la famiglia rasserenarsi dalla preoccupazione di fare brutta figura per mancanza di cibo mentre del centerbe ce n’era in abbondanza.
Il sole è da tempo calato dietro l’orizzonte e in quel primo buio mi invade un senso di grande soddisfazione per quella scelta di vita che mi offre l’opportunità di vivere queste impreviste serate straordinarie.
Per rinforzare questo momento di felicità e convincermi che la strada che ho scelto è quella giusta rievoco la sofferenza di quando ero in ufficio a risolvere i problemi sempre urgenti e che non riuscivo mai a sbrigare trovandomi le giornate con sempre più problemi che ore. Poi, cado in uno stato di malinconia ricordando invece la piacevole vita da studente quando ancora possedevo la libertà. Fu il periodo più felice della mia vita anche se allora non lo credevo per voler stupidamente diventare grande e presto.

Credi anche tu che sia stupido voler diventare grande e presto?

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