IL SOLE è UN CIARLATANO

LO SPECCHIO INFAME

A trentasette anni si è giovani, dicono. Lo specchio era ovunque, santo dio. E non sembrava d’accordo. Stazionava all’ingresso, in bagno, in camera. Aveva i riflessi pronti, si potrebbe dire, quelli di uno sputasentenze. Lo adocchiavo da lontano, intimorita. Nell’istante prima d’incrociare il mio sguardo, modificavo il passo e trattenevo il respiro. Pancia in dentro e petto in fuori. Sfilavo con la leggiadria agile d’una gazzella. E mi scrutavo nel dettaglio. Ma chi ce l’ha lo specchio di quella stronza di Biancaneve? Pensavo tra me. Era quello il principio infame d’ogni mia giornata. Camminavo nel perimetro d’un giorno vuoto. Il centro disadorno, semideserto, punteggiato da lumini fiochi. L’aria di festa latita malgrado fosse dicembre. Gli umori si rannicchiavano nel ventre d’un inverno rigido. Sfogliavo le sensazioni appuntate tra i miei pensieri. Il ritmo d’un battito sordo di pioggia strideva col rumore dei miei tacchi sull’asfalto bagnato. L’acre del muschio cresciuto tra le crepe dei mattoni m’invadeva le narici. L’odore è lo sguardo più intimo, rincorre una paura senza forma e veglia su ogni istante perduto. La faccia delle case, qui, è sempre stata torturata dal tempo trascorso. Sulle pareti scrostate si possono indovinare ancora disegni dalle sagome strane. Cavalieri, unicorni, uomini barbuti. Un popolo di fantasie a cui appendere gli stupori di una bimba cresciuta, contesa dai due inganni elementari di ogni infanzia: la meraviglia e l’oblio. Cadevo e mi sbucciavo le ginocchia, da piccola. A corse troppo ripide, sono obbligata dall’indole. Eppure, da bambini si maneggiano consolazioni variopinte come i coriandoli d’un caleidoscopio. Si afferrano incanti che non tradiscono e sembra impossibile perdere sul serio. E a ogni capitolazione accidentale, si finisce nel sacco di un imperativo adulto che ha la fisionomia di un’illusione capiente, ancora più confortevole. Non piangere mai, ti dicono, il dolore, da grandi, si dimentica. €rederci equivale a diventare una cliente affezionata al mercato delle truffe più costose. La voce roca d’un rombo di motore, ruppe il silenzio. €osi, si spezzava la curva sinuosa delle mie fantasticherie. Mi sento ancora protetta​dalla quiete di questa piccola città, appoggiata su un respiro di colline vaste, sospeso tra Marche e Umbria. La natura qui vive fregandosene del resto. €ampagne coltivate, terre affrescate dal giallo dei girasoli o dal rosso dei papaveri d’estate. Le recinzioni di filo spinato separano le proprietà, distese erbose, al tramonto, corrono lungo l’orizzonte. Lo spaventapasseri, chiuso in un vecchio abito di velluto a coste, con un cappello di paglia e gli arti lignei distesi in un ampio abbraccio, se ne sta lì, triste, a compiere il suo dovere. A settembre nei vigneti superstiti si radunano gruppi di persone a raccogliere, dai tralci, pesanti grappoli d’uva, armati di cesti e cesoie. Il profumo di mosto, dalle cantine, la desolata armonia dei filari nudi, la gioia per il raccolto dopo una faticosa vendemmia, narrano l’agra e ciclica eternità di un sapere in grado di scandire le stagioni e l’esistenza, senza smarrirle. Da bambina seguivo mia nonna nei campi. Mi riparava la testa con un foulard e passavo ore sotto il sole, cercando di rendermi utile. Mi rivedo piegata sulle ginocchia con la gonna che saliva, le guance che scottavano e le smorfie del volto a improvvisare improbabili tentativi di fugare le api. Le sette fontane rivelano un aspetto curioso di questo paese. Il giorno del Santo Patrono ci si lava il viso con l’acqua attinta da tutte le fonti, unita a sette specie di fiori diversi. La primavera esplode con peschi e ciliegi in fiore. Non è l’unico spettacolo che si celebra tra le mura salde di questa terra cruda e ospitale al contempo.

D’inverno il panorama muta. Il parco, che in estate è gremito di bambini di tutte le età, ora sembra dormire sotto una coltre di foglie giallastre. Le panchine vuote lasciano intravedere le scritte intagliate sul legno di ragazzini che si giurano amore eterno. Promesse d’una stagione, semiscomparse, destinate a cancellare le proprie tracce anche dalla realtà. Il fiume ha ripreso nuova vita e sbatte sugli argini, lo guardo scorrere tra le fessure del ponte di legno che lo attraversa. La fontana domina, al centro. Ha i tratti spigolosi e severi d’una bella donna, ingentilita dai segni dell’età.

DOVE SI STA RECANDO CRISTINA?

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19 Commenti

  • Brava, apprezzo sempre più le tue metafore per tradurre in immagini chiare e forti ogni più piccola emozione o sentimento. Anche a me piace usare certi artifici ma non so con che successo, in ogni caso finché non si esagera è un bel leggere… Io penso che il tipo sia uno stolker, oggi si chiama così chi rompe con gli squilli anonimi, ma spero di sbagliarmi e voto per l’ex di Cristina, così la cosa si complica ancora un po’. Cia, buon lavoro, ciao 🙂

    • Ciao,

      in realtà sono stata indecisa sulla categoria da scegliere perché probabilmente, in effetti, è più rosa che eros. Ci saranno però momenti di passione a scaldare un po’ l’atmosfera.
      p.s. descrivere luoghi e persone mi piace proprio 🙂 Così credo che il lettora possa calarsi meglio nella parte.
      grazie mille e a presto

  • ciao la Sere,
    il tuo racconto mi è piaciuto molto. Le descrizioni minuziose e ricche di particolari mi tirano dentro la storia come se fossi la protagonista o qualcuna che la guarda silenziosamente.
    Non vedo l’ora che la storia entri nel vivo
    Mia

  • ciao La_Sere,
    mi è piaciuto l’incipit della tua storia, per diversi motivi: l’incedere lento, quasi sognante delle descrizioni, la padronanza linguistica, la capacità espressiva. Brava. Ho votato per lo psicoterapeuta, mi sembra che la protagonista abbia un problema con la sua immagine. mi farebbe piacere se tu venissi a leggere il mio racconto. sto per finirlo e ogni consiglio mi aiuterebbe per il finale. Grazie e a presto. Ti seguo.

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