La perdita di “Zura”, parte 3: Tradimento

Drusen

Le parole di Muris sapevano essere delicate, perfino su quella carta rovinata dalle intemperie: gli aveva inviato non una lettera ma quasi un libello. Si prese la giornata per leggerlo e distrarsi dl dovere nell’accampamento sul nuovo fronte.

Si sedette su una delle baliste, dove il sole non gli arrivasse in faccia. Sua moglie riferiva che alla villa i lavori stavano procedendo di buon passo e che presto avrebbero potuto arredare la nuova ala con i bottini esotici che lui avrebbe portato loro. Gli dei della casa li avevano benedetti con due figlie sane e un terzo in arrivo: i medici affermavano trattarsi di un maschietto, “Non saremo noi a dar credito alle loro parole, visto che le ultime due volte hanno avuto torto.” commentava Muris e lui rideva. I nuovi servi lavoravano bene, scriveva sempre sua moglie, “Hanno appreso in fretta la nostra lingua e ora eseguono i compiti con molta dedizione: affermano di essere contenti della loro posizione tra noi, per via dei pochi agi e dei gravi rischi nei loro villaggi natii e visto il nostro benessere.”

Nella lettera Muris descrisse quanto fosse trepidante per il suo ritorno da lei alla fine della campagna militare. “Quindi affrettati marito, poiché le nostre figlie chiedono di te, volendoti riabbracciare sopra ogni cosa. Nel caso il nascituro fosse un maschio, come vanno profetizzando i medici, si chiamerà Periaden, se invece nascesse una terza figlia ho optato per Tiranis. Mi hanno chiesto di inviarti dei saluti anche i tuoi genitori e tuo zio, i quali hanno però deciso di scriverti anch’essi una lettera. Ancora mi guardano di sbieco quando sbirciando le mie parole si accorgono che non uso la forma di cortesia nei tuoi confronti. Non è a loro che devo rispondere, ma a te, e tu a me, come i sacri dei del focolare agli eterni e viceversa. Così come i nostri baci alle nostre bocche.”

Continuava, descrivendo alcune cose solo per i suoi occhi, andando poi a parlare dei passatempi delle loro splendide figlie, Callis e Neitanis, delle loro danze e dei canti, degli ammonimenti del precettore, delle marachelle e infine delle tenere scuse.

Oltre alla lettera di sua moglie, lui vide che ce n’erano altre due: una scritta da Treiaden Leinun, ovvero suo padre, infine una di Fabrien Leinun, suo zio.

Quella di suo padre parlava del rammarico per non essere lì con lui, per via della gamba mancante, con la quale avrebbe potuto di nuovo combattere al fianco del figlio, così stava svolgendo al meglio delle sue possibilità l’incarico di senatore, carica guadagnata grazie alle imprese compiute e per il quale si era imposto di apprendere l’arte della retorica.

Zio Fabrien invece parlava di un possibile affare da mandare in porto con un pari del consiglio. “Sempre in cerca di metodi rapidi per guadagni facili.” Spesso si era ritrovato in malora per via delle sue abitudini da scialacquatore e delle amicizie ai limiti con la legge.

“Spero tanto che Callis e Neitanis non prendano esempio da lui.”

Si diresse verso la tenda dei raduni. L’organizzazione del campo prevedeva che essa fosse ubicata tra il centro esatto, dove erano poste le macchine e i cavalli, e la tenda del comandante. Quelle dei cavalieri erano poste tutte intorno, così da fornire protezione alla zona centrale e con lo stesso criterio attorno ad esse erano invece tutti i soldati semplici, divisi secondo l’ordinamento: lanceri con scudo, arcieri, addetti alle macchine. Attorno a tutto la palizzata con le torri di vedetta.

Al suo arrivo le due guardie all’entrata gli aprirono la tenda, salutandolo: «Sal, signore, sal.»

All’ingresso il chiasso delle risa sguaiate e l’odore del uinum si scontrarono con la pace esterna. Altri nobili come lui erano intenti a bere e festeggiare e nel vederlo si zittirono a vicenda, ponendo attenzione al suo ingresso: «Ehi, calma, calma fratelli! Vedete che fratello Leinun è fra noi!»

«Una coppa a fratello Leinun!» urlò Galun, già con le vesti macchiate di viola, così come anche metà del viso; «Anche due!» si fece largo Malliun, portandogli una coppa, versandogli dall’anfora abbastanza uinum da trasbordare e accompagnando il tutto col sorriso: «Devi bere con noi!»

«Vero!» alzò la propria coppa Tifun: «Bevi e festeggia con noi stasera! Ora il comandante non ci può fermare e nemmeno i selvaggi! Questa è la sera della sacra dea delle feste e …dei lombi!» evidenziò col bacino un movimento che riscosse fischi e incitamenti tra i presenti «Tutto l’impero stasera festeggia con noi! Mercanti, soldati, servi, senatori e le nostre amate mogli! Tutti caldi di uinum e amore!»

Galun si alzò dal cuscino su cui aveva appoggiato il proprio fondoschiena e alzò la coppa verso di lui: «Io, Tevien Galun Procien…»

«Volevi dire “porchen”!» rise sopra un altro cavaliere, portando ilarità nella tenda a tutti e trenta i cavalieri, imitando il verso del porcello.

Galun continuò: «…onoro Drusen Leinun, il Crasgadbaden

«Onore al Crasgadaden!» gridarono tutti, levando le coppe con tanta foga da sbrodolare parte del loro uinum.

Si aprono i festeggiamenti per tutto l'impero. Gli dei sono con tutti stasera, anche con Drusen. Quale lo accompagnerà a braccetto?

  • Iamonis, sovrana dei morti. (0%)
    0
  • Labris, dea del vizio. (60%)
    60
  • Gutien, dio degli scaldi. (40%)
    40
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32 Commenti

    • Conquistare è sempre stata la norma per i popoli e lo è tuttora, così anziché concentrare il racconto sul classico “chi si espande è malvagio”, ho voluto portare la telecamera ad un’altezza diversa. Mi era stato consigliato di continuare ad usare gli spiriti per le decisioni, ma avrebbe portato un messaggio sbagliato, ovvero che esistano divinità più giuste di altre in questo mondo e non era questo che volevo dalla storia; avrebbe sottointeso una forzatura in questi nuovi personaggi, sottolineandone lo stare dalla parte del torto. Drusen invece aveva bisogno di un ambiente realistico, di sentirsi “a casa” e il lettore doveva vivere casa sua. I suoi dei saranno più classici ed inquadrati, ma reali quanto gli spiriti di Tula, perciò non sottovalutateli!

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