Racconti da New Pretoria: l’operaio e il poeta morto

Il solido platonico

A New Pretoria non pioveva mai. 

Eppure Gabe sognava le gocce di pioggia sulla pelle, specie quando, come in quel momento, fuori dalla cupola le nubi arancioni davano vita a un temporale e il vento sferzava l’acqua contro gli esagoni in Vetrex della struttura. Fantasticava sulle colonie, era stufo di sentirsi come una pianta in una serra.

La mano destra sfiorò il cubo nella tasca dei pantaloni, il freddo del metallo lo riportò alla realtà. Riprese a salire i gradini della scala antincendio del suo palazzo, mancavano ancora quattro piani per raggiungere l’ultimo e l’appartamento di Zoe. Non conosceva nessun’altro che si intendesse di elettronica e non poteva certo chiedere informazioni in fabbrica visto come ne era entrato in possesso. Lei era la sola speranza di svelare quel mistero a forma di cubo: per fortuna abitava pochi piani sopra di lui, oltre ad essere l’unica amica tra quella variegata umanità che l’edificio J ospitava. 

Non la sentiva da una settimana, da quando se ne era andato con la  promessa di rivederla, mascherata da futile scusa di un visore rotto.

Più saliva e più il rivestimento dell’edificio era rovinato. Alcune porzioni, della dimensione di un vagone della monorotaia, si erano completamente staccate e lasciavano intravedere la struttura sottostante, ma non poteva lamentarsi, era la moda del quartiere.

Raggiunto l’appartamento di Zoe, riprese fiato e respirò a pieni polmoni: l’odore di muffa si mischiava a quello della ruggine e tossì. 

Picchiettò con le nocche sul vetro della finestra, le luci erano accese, ma non proveniva alcun rumore dalla casa. Nonostante la mancanza di preavviso, era fiducioso di trovarla: usciva raramente, impegnata tra il lavoro sulla rete e i suoi automi di riciclo, Gabe era convinto li preferisse alle persone in carne e ossa.

La donna sbucò dalla cucina, con una tuta che le segnava tutti i chili di troppo. Aprì la finestra a ghigliottina e gli fece cenno di entrare.

-Ciao Zoe, scusa l’improvvisata ma devo parlarti- esordì Gabe mentre scavalcava la finestra.

-Non preoccuparti, mi casa es su casa- disse lei e lo fece accomodare sul divano in soggiorno. -Cosa è successo? Spero nulla di grave- continuò.

-Bentornato, signor Gabe!- esclamò una voce robotica. Dalla penombra spuntò Dot con la sua andatura claudicante: Zoe non era riuscita a trovare due gambe della stessa lunghezza per il suo maggiordomo elettronico. A lui ricordava il personaggio di un vecchio film che vedeva con suo nonno, solo una versione riciclata, piena di bozzi.

-Principessa, vieni a salutare il nostro ospite- disse il robot e dall’altra stanza sbucò un automa dalle fattezze di una ballerina classica: aveva due ruote al posto delle gambe. Sfrecciò fino a fermarsi a un passo da lui, osservandolo con il piccolo cilindro dal cuore rosso che sostituiva l’occhio sinistro. Le braccia si spostarono lentamente dalla prima alla terza posizione.  

-Ciao Piccola- disse Gabe, le accarezzò la testa.

-Ora che hai salutato tutta la famiglia, mi spieghi perchè sei qui? Quando le persone mi dicono “ti devo parlare” mi metto in agitazione, non ti avranno mica beccato a rubare i pezzi che ti ho chiesto.

-Ma no, ma no, stai tranquilla- disse lui. Fece scivolare una mano sulla testa rasata: sudava e non per le scale.

-Menomale, allora che c’è?

-Un collega mi ha dato una cosa- disse Gabe ed estrasse dalla tasca il cubo, lo mise in mostra sul palmo della mano.

-Dot, accendi luce salotto- ordinò Zoe e, dopo un’iniziale incertezza, un lungo neon sul soffitto si accese, dando manforte alla fioca luce dell’applique sul muro.

La donna prese in mano l’oggetto e ne scrutò ogni angolo, lo accarezzò, ne sentì perfino il sapore con la punta della lingua. Alla fine, scompigliò la sua frangetta bionda con un soffio e disse: -Non ho mai visto niente di simile, ma il tuo collega non può spiegarti cos’è?

-Glielo chiederei volentieri, se non fosse morto.

-In cosa ti sei cacciato?

-Io non ho fatto niente: stavo saldando quelle dannate schede quando un tizio mi travolge, si rialza e  continua a correre, sparendo oltre gli scaffali sul retro. Peter e Joe, i caporali, sono comparsi subito dopo, anche loro andavano di fretta e sono scomparsi dalla stessa parte. Poi ho sentito degli spari. Sbirciando fuori dal mio cubicolo, li ho visti trascinare il tizio per le gambe: lasciava una scia di sangue come una di quelle lumache infette che infestano la discarica.

-E cosa hai fatto?

-Niente, ho continuato a lavorare. Lo sai, la nostra è una fabbrica clandestina, sono fortunato se mi pagano.

-E il cubo?

-Fammi finire e ci arrivo- disse Gabe spazientito. -Me lo sono trovato nella tuta quando mi sono cambiato per il fine turno.

-Pensi che il tuo collega, nello scontro, te lo ha messo di proposito addosso?- suggerì Zoe.

 -Esatto, sperava di recuperarlo una volta scappato, forse.

-Ma perchè te, lo conoscevi?

-No, è proprio questo il punto! Da come era vestito so per certo che non era un operaio. Ma tu non hai proprio idea di cosa possa essere?

Come continua la storia?

  • Zoe non ne sa nulla, ma Dot invece... (45%)
    45
  • Zoe ha un amico che può aiutarlo (9%)
    9
  • Zoe ha notato un particolare che può aiutare Gabe (45%)
    45
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51 Commenti

  • Ciao, Gabriele.
    Come forse ti ho già scritto, fatico a tenere a mente gli avvenimenti e i personaggi perché passa troppo tempo tra un episodio e l’altro; quindi, valuto per quel che leggo al momento, un po’ fuori dal contesto della storia.
    Il capitolo mi è piaciuto: scrivere, sai scrivere, i personaggi e le atmosfere prendono vita tra le righe, mi è piaciuta la (non) descrizione dell’ambiente circostante e il gancio finale che invoglia a proseguire la storia. Chi è questo Emmet (che se avesse due “t” mi farebbe venire in mente un certo Emmett Brown), tipo strambo, in debito con Zoe?
    Io voto “non gli basta un favore come ricompensa” che, tra l’altro, il favore lo deve lui a lei quindi la ricompensa sarebbe mettersi a pari 🙂

    Spero di rileggerti presto. Ciao e alla prossima!

  • Ciao e bentornato! Sono passati mesi e non mi ricordo un granché di quello che è successo ma voto “Una fonte anonima è disposta a rivelare l’ubicazione del prototipo N7, ma solo dietro un lauto compenso” perché mi sembra adatto a New Pretoria 😉

    Ciao 🙂

  • Ciao, Gabriele.
    È passato del tempo e non ricordo esattamente i fatti precedenti a questo capitolo, appena ho un po’ di tempi vado a rileggere i primi due capitoli.
    Le capacità non mancano e la storia è verosimile e ben raccontata.
    Voto il tizio del Black Market, siamo ancora agli inizi, non serve ancora una svolta secca.
    Buona giornata e alla prossima!

  • Ciao Gabriele,
    avevo cominciato a leggerti qualche giorno fa ma mi ero malauguratamente interrotto a metà del capitolo.
    Eccoci, finalmente.
    Ti segnalo subito in modo molto antipatico e da nazi-grammar il refuso “nessun’altro” del primo capitolo.
    Come sono cattivo.
    Scherzi a parte, ho un debole per le storie distopiche e questa tua città rinchiusa sotto una gigantesca cupola… Poi mi sono innamorato dei personaggi, tutti e cinque (contando anche Keats) interagiscono tra di loro in modo così naturale. Che tenerezza la piccola Principessa.
    Porti avanti di pari passo la trama con la descrizione del mondo che hai immaginato creando un tutt’uno tra sequenze descrittive, narrative e dialogate. Dopo mi spieghi dove hai nascosto la tua bacchetta magica.
    Ciao,
    a presto.

  • Rieccomi, Gabriele. Ho votato per il tentativo di fuga.
    Ehi, John Keats è un colpo basso 😀
    Una delle cose che apprezzo di più nelle storie di fantascienza è la naturalezza della narrazione, vale a dire la capacità dell’autore di raccontarci mondi e società diverse dalla nostra senza essere didascalici, facendo fluire naturalmente le informazioni necessarie. Questo capitolo ne è un grande esempio!
    Poi, se ci rimane qualche dubbio, c’è sempre san Google, che – ohibò! – ci fa scoprire che il PLA, come l’ichnusaite, esiste davvero! 😀
    Bravissimo, fai venir voglia anche a un me di scrivere “vera” fantascienza.

    Ciao, ti auguro un’ottima settimana

    • Ciao Erri, ero sicuro che la citazione l’avresti colta, come poteva essere diversamente 😉
      Ah, il mitico PLA, ne sono venuto a conoscenza quando ho comprato la stampante 3D, mi sembrava abbastanza natural-futuristico e l’avevo già usato in un vecchio racconto di New Pretoria. Piccolo consiglio, se mai ti capiterà di usarlo, non lasciarlo troppo al sole 😀
      Cerco sempre di evitare le infodump e sono felice di esserci riuscito.
      Sai già come la penso su un tuo eventuale racconto di “vera” fantascienza, se trovassi del tempo… grazie per i complimenti, auguro un’ottima settimana anche a te.

  • Ciao, Gabriele.
    Questo capitolo mi ha fatto venire in mente una serie Netflix: Altered Carbon, dove a contaminare l’atmosfera cyberpunk è un’intelligenza artificiale che si crede Poe e che gestisce un hotel virtuale che si chiama Corvo hotel. L’hai mai vista? È molto carina, ho preferito la prima serie, perché il protagonista, Joel Kinnaman, aggiunge una nota struggente alla trama, ma sto divagando. 🙂
    Il capitolo è scorrevole, ben scritto e ben articolato. Mi piace molto. Ti segnalo un “di” che immagino sia imperativo, senza apostrofo nella frase: “di loro N7 e loro capiranno”.
    Non ho altro da aggiungere; perciò, ti saluto e ti auguro una buona domenica.

    Alla prossima!

  • L’automa è davvero simpatico e devono trattenerlo.
    Ciao anche io non sono uno avvezzo a questo genere di racconto ma il tuo l’ho letto con piacere perché è ben confezionato e mi ha fatto venire in mente che la tecnologia potrà essere potenziata quanto si vuole ma così facendo si corre il rischio di ritrovarsi un Giacomo Leopardi con la forma di un automa, cubico o meno. Interessante. Simpatici i protagonisti, proverò a seguirti ancora sperando di non perdermi in un mondo oscuro per me tanto complicato…. ciao 🙂

  • Ciao Gabriele,
    seguo volentieri la tua storia di fantascienza che inizia trascinandomi dentro un mondo di androidi. Mi è piaciuto perché mi ha fatto venire in mente il mitico film di Blade Runner.
    Zoe mi sembra una donna intelligente e di sicuro noterà un particolare sfuggito, invece, a Gabe.
    Curiosa sul cosa possa esser il cubo.
    Un buon Incipit.
    Ilaria

  • Dot!
    Lo so che suona finto e ruffiano, ma ti assicuro che solo pochi giorni fa pensavo a quanto mi dispiacesse non poter leggere nuove storie di New Pretoria, che per me restano una delle cose più belle mai lette sul sito (e anche altri siti, ma non allarghiamoci troppo). Triplo wow! Questo 2021 inizia a migliorare 🙂
    Mi gusta tutto, nulla da ridire.
    Ben ritrovato, Gabe
    Bef.

  • Ciao, Gabriele.
    Che bello ritrovarti con una nuova storia, qualcosa si muove su TI 🙂
    Allora, veniamo al racconto: mi piace sempre leggere di mondi futuri o dispotici, mi piace immaginare come potrebbe essere la mia realtà in un altro universo (anche se non c’entra con la tua storia) o come potrebbe cambiare la vita degli esseri umani nel futuro, ma non so scriverne o forse sono solo pigra, perciò ammiro coloro che (come con il fantasy) immaginano mondi diversi e li raccontano così bene da renderli visibili agli occhi del lettore. Sono curiosa di conoscere altro sull’edificio J, su Zoe e i suoi amici sgangherati, sul protagonista e, ovviamente, sul cubo.
    Ho votato per il particolare che potrebbe essere d’aiuto, avrei potuto scegliere che la rivelazione arrivasse dal robot, ma mi va di sapere di più sulle conoscenze dell’amica; ho scartato l’intervento di un altro personaggio perché, se si contano Dot e Principessa e i “caporali” che immagino abbiano un ruolo nella storia (e li avrei inseriti con la maiuscola), ci sono già molti personaggi da ricordare 😉
    Ciò detto, sono felice che tu sia tornato, di certo la piattaforma ne gioverà.

    Alla prossima!

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