Talita del Fuoco

Capitolo 1

Il vento che soffiava dal nord si era fatto più impetuoso. Svetla si strinse sulle spalle il ruvido scialle di lana grigia e scrutò il cielo terso con aria accigliata. Non c’era una nuvola in vista, eppure i raggi del sole d’inizio estate non riuscivano a mitigare le sferzate di quel vento che aveva ancora il sapore dell’inverno e della neve.

Attorno a lei pascolavano la dozzina di capre di proprietà del piccolo convento di montagna nel quale risiedeva ormai da anni. Era ancora giovane – aveva solo vent’anni – e dunque quel compito toccava a lei: il terreno della regione era impervio, ricco di pascoli ripidi, fitti boschi di conifere e inaccessibili pareti rocciose e non si poteva certo pretendere che fossero le consorelle più anziane a occuparsi degli animali.

Se solo non facesse così freddo, pensò la ragazza con una smorfia. I vestiti che portava durante l’inverno erano perfettamente in grado di proteggerla dai rigori della montagna, ma a inizio giugno giacevano sul fondo di un baule di cui solo la Superiora aveva le chiavi.

“Sei mesi di freddo e sei mesi di caldo” diceva sempre la vecchia monaca, e tutte le sue consorelle dovevano adeguarsi al suo volere. L’inverno per la Superiora finiva esattamente il primo giorno d’aprile, così come stabilito dai Libri Sacri.

Una raffica particolarmente violenta la colpì le spalle e le scompigliò i capelli stretti nella treccia severa che portava arrotolata alla base della nuca. Con un moto di stizza, Svetla ricacciò indietro la ciocca di capelli chiari – talmente pallidi da sembrare quasi incolori – che le era caduta sugli occhi. La camicia di lino, troppo leggera per quel clima, le aderì alle spalle esili e la ragazza fu percorsa da un brivido violento.

D’accordo! Si disse risoluta. Basta così: se prendo freddo e mi ammalo non sarò utile a nessuno.

Aggrappandosi al bastone con la punta di ferro che serviva al tempo stesso da supporto e da difesa contro i lupi che di tanto in tanto si avvicinano troppo al bestiame, Svetla si issò in piedi e prese a contare le capre.

Se era vero che quelle bestie erano capaci di sfruttare i pascoli più poveri, quelli che le mucche non amavano, era altrettanto vero che non disdegnavano nemmeno i germogli che si trovavano alle quote più basse. Loro avranno di che mangiare e io non mi prenderò una polmonite!

Nella porzione di prato che circondava la roccia sulla quale si era accovacciata c’erano dodici capre, il che significava che ne mancava una all’appello. Dov’è quella gravida? Si chiese Svetla. Possibile che abbia deciso di partorire proprio adesso?

Alcune capre preferivano appartarsi, quando veniva il momento di mettere al mondo i propri piccoli, e la giovane femmina nera che si era separata dalle compagne doveva fare parte di quella categoria.

«Per la miseria!» sospirò ad alta voce la ragazza, che già vedeva rovinati i suoi piani di una rapida discesa verso valle. Non poteva certo abbandonare la madre e il capretto appena nato, ma trovarli non sarebbe stato facile.

Era abbastanza sicura che la capra non fosse scesa verso il basso, il che non le lasciava altra possibilità che arrampicarsi su per il ripido pendio che conduceva verso i picchi spolverati di neve. Mentre camminava, Svetla emetteva dei fischi modulati che erano il richiamo con cui era solita comunicare con i suoi animali.

Nessuna risposta, considerò quando si fu alzata un centinaio di metri dal punto di partenza. Alla sua sinistra si estendeva un pianoro, mentre a destra il terreno degradava bruscamente: la giovane decise di proseguire sulla via più agevole e, proprio quando stava per perdere la speranza, udì un flebile belato giungere da un punto davanti a sé: era il richiamo di un piccolo appena nato.

Meno male! Pensò la giovane concedendosi un sospiro di sollievo un attimo prima di rabbuiarsi. Il terreno erboso era ora costellato da massi granitici sempre più imponenti: i residui di un’antica frana. La monaca si morse nervosamente le labbra: non era il luogo ideale in cui nascere, considerati i numerosi anfratti in cui un cucciolo così piccolo sarebbe potuto scivolare.

Persa in quei pensieri e guidata dai belati del capretto, Svetla non si accorse di come i massi attorno a lei stessero poco alla volta cambiando aspetto, facendosi alti e sottili, bianchi e ricurvi come costole piantate nel terreno, o come denti in una bocca enorme e pronta a inghiottirla, o come le vestigia di antichi archi lasciati lì da una civiltà ormai scomparsa.

La giovane se ne rese conto solo quando le rocce sembrarono chiudersi attorno a lei, alte e imponenti. Si intravedeva un passaggio, quasi una porta lasciata aperta per il viaggiatore occasionale. I belati del piccolo le fecero capire che la capra l’aveva varcata, quella soglia, e Svetla esitò, ricordando i racconti che sua madre le aveva sussurrato prima di augurarle la buona notte.

Ma lei era una monaca consacrata, godeva del favore degli Dei, e certo non temeva quelle suggestioni pagane. Con passo deciso, Svetla si infilò tra le rocce.

Le rocce in cui Svetla si è infilata hanno un nome: quale?

  • Gli Archi delle Fate (50%)
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  • I Denti del Drago (0%)
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  • La Porta dei Morti (50%)
    50
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