Si cresce insieme, e poi?

Una giornata particolarmente ‘no’

Un pomeriggio caldo, sereno e pieno di suoni, come la risata di due bambini che in quel momento giocavano spensierati.

Ridendo uno di questi, sui sette anni, con i capelli color dell’oro, inseguiva la sua amichetta del cuore, che con tutta la caparbietà di cui era capace, cercava di correre lontano mentre a perdifiato rideva anch’ella facendo ondeggiare il vestitino a fiori che indossava.

I capelli rossi di lei svolazzavano di qua e di là, sembrando piccole farfalle impazzite.

Un solo secondo e la risata finì in un urletto strozzato, seguito da un rapido singulto che subito si trasformò in pianto.

“Aurora! Aurora! Ti sei fatta male?”

Chiese lui abbracciando e guardando la bambina rannicchiata sulle punte, tremante come un piccolo fiore smosso dal vento.

Gli occhi verde pallido tanto ricolmi di lacrime, da sembrare fatti di vetro, si alzarono sul biondo spaventati, muovendosi in modo concitato in quelli azzurri e limpidi di lui.

“Un’ape! C’era un’ape!”

Singhiozzò quasi in un sussurro aggrappandosi a piccoli pugni, con tutta la forza che aveva, alla maglietta di lui.

“Non ti ha punto, vero? Ora ci sono io qua..”

Sorrise guardandola, mentre con dolci carezze cercava di trasmetterle quanto più possibile un senso di sicurezza.

Aurora guardò prima il ragazzino ancora impaurita e poco dopo, tirando su col naso, il suo vestitino a fiori che ora era ricoperto di terra e sporco, e scosse la testa in tono negativo, velocemente, in risposta alla domanda.

“La prossima volta che un’ape si avvicina, urla il mio nome, e io sarò subito qui e ti proteggerò sempre… va bene?”

Lei credette fermamente a quella frase, ci credette con tutto il suo cuoricino; Ora lo sguardo di lei era quieto, ma al contempo alcune lacrime continuavano a fare capolinea da quelle immense pozzanghere verdi mentre pian piano un sorriso si faceva largo tra di esse.

“Ti voglio bene Davide…”

Troppo esausta anche solo per pensare al lontano ricordo che avevo sognato, poggiai affranta i piedi in terra trasalendo ai mille brividi che sentii salirle lungo la schiena al contatto col pavimento gelido.

Che freddo!

Corsi velocemente in bagno solo per stazionare sul caldo tappetino vicino al lavandino e presi a lavarmi i denti, di malavoglia, per togliere quel fastidioso e poco gradevole gusto dalla bocca, dovuto all’alito post sonno.

Sempre stata veloce la mattina, 15 minuti dopo ero già bella che pronta, peccato che la mia corsa giù per le scale fu interrotta malamente da uno scatolone poggiato sul primo gradino.

Porca miseria!

Restai così, a gattoni, per alcuni secondi ferma a maledire il dolore che provavo al polso sinistro, cercando di non dire qualche parola sconveniente che mia madre potesse sentire.

“Non puoi vedere dove metti i piedi, talpy?”

Talpy stava per talpa, soprannome che mi aveva affibbiato mio fratello maggiore da bambina, giusto perchè adorava sottolineare la mia poca capacità visiva.

Deficiente!

Risposi verso la soglia di casa mentre ascoltavo le solite raccomandazioni sul fare la brava, non litigare con il fratello in partenza per Milano, e di studiare tanto da parte di mia madre. Uscii.

Sbuffai dando un’occhiata veloce allo schermo dell’iPhone.

Corsi verso l’auto a perdifiato, fermandomi solo per salutare il Labrador del vicino che non appena mi vide decise di saltarmi addosso attraverso la cancellata che separava i rispettivi giardini. Ed ecco la seconda disgrazia, una zampata sulla maglia bianca.

Arrivai in università con 10 minuti abbondanti di ritardo.

“Andiamo, accompagnami…”

Iniziò la sua supplica, in un sussurro, Arianna, la mia compagna di corso e migliore amica.

“Tu aspetta e fai la fila, ok Ari? Non ho molta fame, prendi solo un caffè per me, io intanto vado a fumare.”

“Ok”

Scrollò le spalle lei con un sorrisone stampato in viso.

Uscii sul piccolo pianerottolo delle scale, chiusi in fretta la sigaretta, ma qualcosa o meglio qualcuno mi urtò facendo quasi cascare quest’ultima dalle labbra.

“Spostati, tigre. Sei d’intralcio.”

Guardai i due ragazzi che mi si pararono di fianco.

Storsi il naso cercando di guardare solamente il moro, questo era un ragazzo snello e dai lineamenti un po’ affilati, e occhi profondi.

“Se cerchi la tua ragazza, arriverà tra poco. È alle macchinette”

Borbottai, e lo sguardo cadde sul biondo che era un fascio leggero e ben proporzionato di muscoli, che si notavano anche sotto la maglia nera che indossava in quel momento, e gli occhi azzurri.

“Amore!”

Cinguettò la mia migliore amica, andando ad abbracciare il moro.

“Attenta, che così mi fai cascare il caffè!”

Arianna alzò gli occhi al cielo.

“Il mio cognome poi è Gatto. Non micio, ne’ micetto, ne’ tigre. Gatto!”

Continuai, mentre cercavo invano un modo di reggere la sigaretta e il caffè in una mano e l’iPhone nell’altra, per cercare l’accendino nella borsa.

Passai il caffè ad Arianna, che fu intercettato e bevuto dal biondo.

Il caffè!

“Tigre ti si addice di più”

Sussurrò divertito.

“Davide!”

Samuele lo riprese.

Dal nervoso buttai la sigaretta intatta nel bicchiere vuoto, oramai contaminato dalla stupidità.

Cosa succederà nel prossimo capitolo?

  • Pallina da tennis (67%)
    67
  • Continuerà la sua giornata ‘no’ nel peggiore dei modi (33%)
    33
  • Riuscirà a bere il suo caffe dando una svolta positiva alla giornata (0%)
    0
Loading ... Loading ...
Categorie

Lascia un commento

4 Commenti

  • Questo sito usa i cookies per migliorare l'esperienza utente. Cliccando su Accetto acconsenti all'utilizzo di cookie tecnici e obbligatori e all'invio di statistiche anonime sull'uso del sito maggiori informazioni

    Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

    Chiudi