Si cresce insieme, e poi?

Dove eravamo rimasti?

Cosa succederà nel prossimo capitolo? Pallina da tennis (67%)

Sangue buttato

“Lo odio!”

Sbraitai appena svoltato l’angolo che portava alla biblioteca umanistica, facendo sgorgare una risata cristallina dalle labbra di Arianna.

“Lo so, Rory, lo ripeti sempre, tipo ogni volta che lo vedi?”

“Mi urta da sempre, o quasi…”

“Eppure una volta eravate amici, no?”

“Amici? Beh, si vede che lo ha dimenticato”

Dissi, spostando la treccia rossa dietro le spalle.

Discorso che mi fece ricordare il sogno.

Scossi la testa soprappensiero.

Che fine aveva fatto la mia sanità mentale?

Avevo bisogno di un caffè.

Nero, ristretto e forte, senza zucchero per migliorare la giornata.

“Sai, è ora di rimediare al caffè di prima, ti aspetto fuori”

Tranciai di netto quel filo di ricordi che avevano preso sopravvento nella mente. 

Mi alzai e come un’automa mi diressi spedita verso il bar di fronte l’uscita della biblioteca.

Necessitavo di un caffè.

Era da soli due minuti, neanche, che ero seduta sul muretto del parco da tennis adiacente al bar, aspettando che freddasse abbastanza per berlo;

Chiusi un secondo gli occhi beandomi del tepore dato dal sole leggero di inizio maggio.

Il sole tiepido, il profumo dei fiori presenti nel campus. 

“Aurora, attenta!”

Urlò qualcuno di imprecisato, non ci fu neanche il momento di capire da dove fosse arrivato quell’avvertimento che tutto ciò che percepii fu un rumore sordo.

Boom.

E dopo il rumore, seguì un dolore acuto che si spanse velocemente su tutto il viso, partendo dal naso che nel giro di pochi attimi neanche sentivo più.

D’istinto portai le mani a coprirmi la faccia.

Avevo gli occhi che pungevano colmi di lacrime, come trapassati da piccoli aghi, e gli occhiali a terra con le lenti fortunatamente integre.

Ed ecco che anche il secondo caffè della giornata era andato perso, pensai dolorante trattenendo commenti con i quali sarei andata oltre la pubblica morale.

Diamine.

Ma chi poco sano di mente poteva mai pensare che il mio naso fosse un bersaglio?

Arianna, che era da poco uscita, prese repentina le lenti mentre tenevo una mano premuta sulla parte lesa cercando invano di fermare il dolore e di mettere a fuoco quello che mi circondava, ma la vista era troppo appannata e a stento riuscii a distingue la figura di un mio compagno di corso con di fianco qualcuno che anche in versione sfocata mi stava sulle scatole.

“Ops, colpa mia… Gatto”

Ecco che la domanda di poco prima ebbe risposta.

Cecilia, la ragazza di Davide.

“Fa nulla, sto bene…”

Risposi con voce nasale e un sorriso di circostanza, riprendendo gli occhiali che mi porgeva Arianna, per rassicurare più me stessa che neanche il ragazzo che continuava a chiedere insistentemente se stessi bene.

Nel gesto di inforcarli sul naso di nuovo, cercai di trattenere una smorfia di dolore per non dare ulteriori soddisfazioni a Cecilia, e vedere quel sorrisetto da vipera fare capolinea sul visetto compiaciuto di lei.

“Non direi, cara”

Ma cara a chi? Cara cosa?

“Aurora, ti esce il sangue dal naso…”

Disse allora allarmata Arianna, facendo subito scattare le mani al mio setto nasale che iniziai a tenere stretto portando lievemente indietro la testa per non far sporcare ulteriormente la t-shirt bianca dell’Hard Rock Cafè di Barcellona.

Ci mancava che oltre la zampata sullo stomaco ora ci si mettesse anche il sangue.

Chiesi scusa appena il ragazzo mi diede un fazzoletto per tamponare e mi congedai seduta stante per dirigermi verso il bagno più vicino. Mi avviai da sola lungo le scale per il primo piano nel modo più sicuro possibile, ovvero un gradino stentato alla volta con la paura di ruzzolare al primo sbaglio.

Mi bastavano già tutte le sfighe di quella mattina, ed ero sicura che non avrei preso un terzo caffè per evitarne altre.

Maledetta quella stronza di Cecilia!

Arrivai davanti al bagno col mal di testa, bussando lievemente.

Senza ricevere risposta alcuna entrai.

Fissai il mio riflesso, distorto dalle lacrime, nello specchio pieno d’aloni.

Chiusi la porta aiutandomi con un calcio.

Calma e sangue freddo, come diceva Paolo Meneguzzi!

Che giornata.

Non so se era peggio il naso sanguinante, il polso indolenzito o la mancanza di forze, ma a quest’ultima non ci detti poi molto peso dando la colpa alla mancanza di caffeina.

Sospirai scocciata e iniziai a lavare via i residui del sangue sulla pelle per poi infilare delle piccole palline di carta igienica, trovata lì vicino, nelle narici.

Fu questione forse di un minuto o di pochi secondi, non riuscii a capirlo, che la porta si aprì di scatto, e per la spavento o forse il colpo ricevuto dalla stessa mi ritrovai rovinosamente con scarso equilibrio.

Caddi contro la parete grigia e polverosa del bagno. 

Quella mattinata sembrava non finire mai, avevo già avuto una mancata colazione e una caduta, due sfortunati incontri, una perdita doppia di caffè e uno sfortunatissimo evento. 

Si poteva immaginare di peggio? Quanto sangue dovevo ancora buttare, letteralmente, prima di avere una gioia?

Perchè non avevo chiuso a chiave?

Chi diavolo era poi, che entrava in bagno senza neanche bussare?

Punto cruciale del racconto, in cui a seconda delle scelte la scena può essere hot o tragicomica, cosa accadrà?

  • Non continua la giornata, si passa direttamente ad un capitolo successivo (0%)
    0
  • È qualcuno che ha sbagliato ad aver aperto la porta (0%)
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  • È Davide ad aver aperto la porta (100%)
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