La parèa dei racconti incompiuti. Delitto a Teheran.

Dove eravamo rimasti?

Chi racconta la prima storia? Vassilis, che ha molta fantasia. (100%)

Vassilis a Teheran.

In quel momento arrivano Maria e Vassilis, che erano andati ad Atene a fare visita ai figli di una loro sorella, l’unica sposata e già defunta. A soli settantacinque anni.

Mentre Maria passa a offrire dei cioccolatini che avevano acquistato a Omonia, Vassilis si siede sbuffando e borbottando.

– Si può sapere cos’hai? – gli chiede Despina che ritiene di essere l’unica tra loro ad avere il diritto di brontolare. Tra loro? Diciamo pure in tutta Syros, se non in tutta l’Ellade.

Comunque Vassilis non le bada.

– E pensare che ci siamo sempre indignati perché gli islamici costringevano le donne a coprirsi il volto! – sbotta – In questi giorni ad Atene mi è sembrato di essere a Teheran dopo la rivoluzione.

– Sei stato a Teheran? – Stella ha un amico iraniano, un pochino più giovane di lei, di cui crede di essere invaghita, e tende a entusiasmarsi per qualsiasi riferimento all’Iran.

– Ho fatto parte del primo gruppo di occidentali rientrati in Iran nel gennaio del 1989, dopo la fine della guerra con l’Iraq. A proposito! – S’interruppe e ci guardò con l’espressione sorniona di chi sta per presentare una sorpresa – Vi ho mai detto che a Teheran, proprio nel 1989, sono stato testimone di un omicidio?

Partì un applauso, sembrava che le sue parole avessero risvegliato il gruppo.

– Ecco cosa intendevo! – esclama Despina – Bravo Vassili! Se tu fossi più giovane ti darei un bacio.

– Vedi la differenza? – le risponde lui sogghignando e dando di gomito a Panaghiotis, seduto vicino a lui. – A me non interessava baciarti nemmeno quando eri giovane.

– Come vuoi, come vuoi, non m’interessa. Non divagare e raccontaci una bella storia perché mi sto annoiando da morire.

Vassilis non parla molto: a differenza di Maria, che comincia a chiacchierare non appena si è seduta e ha preso dalla borsa l’eterno pizzo all’uncinetto, lui sembra costantemente immerso in qualche sogno o in ascolto di suoni che solo lui può sentire. Però gli piace molto parlare di sé e quando ne ha l’occasione, si trasforma in un bravo narratore. Un poco fantasioso, forse, ma una storia è una storia, ed è fatta anche di fantasia. Sul gruppo cala il silenzio. 

Avevo trascorso due anni a Teheran, prima della rivoluzione: regnava ancora lo Shah e io ero stato chiamato a dirigere l’orchestra giovanile di corte. Tutti impazzivano per il mio modo di dirigere, fatto di piccoli gesti quasi impercettibili. Una novità assoluta! 

In quei giorni ero invitato a tutte le feste, non saltavo una sera. Un periodo fantastico: io ero giovane e nell’ambiente di corte girava, a quel tempo, una ricchezza inimmaginabile! Pensate che, alla fine di ogni ricevimento, i padroni di casa donavano agli invitati monete d’oro, come fossero quelle di cioccolato che noi regaliamo ai bambini.

Poi tutto finì e quando mi capitò di tornare in Iran, dopo la rivoluzione e la guerra con l’Iraq, nulla era più come prima. Teheran era una città cupa che diventava ancor più tenebrosa quando il sole spariva.  Le strade erano costellate di posti di blocco presidiati da Pasdarān giovanissimi, troppo giovani per maneggiare armi. 

Il fatto che vi voglio raccontare accadde al termine di una cena nel Ristorante Armeno, quello vicino all’Ambasciata Italiana. Era il 2 marzo del 1989, un giovedì.

Non si trattava di un’occasione speciale e nemmeno di una cena di lavoro ma solo di un’abitudine che stavamo acquisendo noi stranieri, incastrati com’eravamo in una città dove non esisteva più nessuna forma di vita sociale. Se non sapevi come trascorrere la serata prendevi l’elenco del personale delle ditte e delle ambasciate, scorrevi i nomi e i numeri di telefono e cominciavi a telefonare. C’era sempre qualcuno che non aveva nulla da fare, come te.

Quella sera l’atmosfera nelle strade era pesante. O forse la ricordo così ora. In ogni caso entrare al Club Armeno, scintillante di luci e specchi, fu un’esperienza non da poco. M’invase un senso d’irrealtà che durò tutta la sera.

Ero arrivato al ristorante attraversando una città che in quel periodo era sicuramente una delle più tristi del mondo. La guerra aveva scaraventato Teheran nella miseria. 

La medesima tecnica e la stessa disperazione affrontata, devo dire, con grande dignità dagli iraniani. Per le strade della capitale, infatti, non si vedevano mendicanti.

La povertà s’incontrava al mercato delle pulci che si teneva ogni venerdì, dove tutti vendevano tutto. Anche quello che avevano arraffato durante i saccheggi che accompagnano ogni rivoluzione e che spesso sono un modo per riprendersi il sangue che i nobili hanno succhiato per secoli.  La miseria stava togliendo a chi era già povero anche queste piccole rivincite. Mangiare la frittata con una forchetta d’argento che forse era stata usata dalla principessa Ashraf, che soddisfazione sarebbe stata! E invece no, la forchetta andava venduta per comprare il pane. E così tutto quello su cui si riusciva a mettere le mani, più o meno legalmente.

Il senso morale cambia quando si ha fame, ancora di più quando hanno fame i tuoi figli.

Entriamo al Ristorante Armeno?

  • Si e concediamoci un cenno storico alla presenza armena in Persia. (33%)
    33
  • Si e cominciamo con la descrizione del locale e del personale. (33%)
    33
  • No, restiamo ancora per le strade di Teheran. (33%)
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18 Commenti

  • Ciao Francesca,
    ho letto adesso tutti e tre i capitoli del tuo racconto. Mi è piaciuto molto il tuo stile di scrittura scorrevole e chiaro. Bella, la fila di personaggi che hai saputo descrivere con pochi tratti sapienti per renderli interessanti. Ho votato la conversazione col proprietario del ristorante. Seguo il racconto e per ora ti auguro una piacevole serata. alla prossima.

  • Ciao, Francesca.
    Sono passata a rendere la cortesia.
    Sei partita in quarta con un racconto ricco di descrizioni, eventi e personaggi ben caratterizzati. Mi piace lo stile fluido che dà informazioni , senza risultare pesante. Dato che si tratta di un giallo, e siamo al terzo capitolo, forse sarebbe utile inserire qualcosa di più sul fatto criminoso. Almeno, io farei così.
    Per il resto che dire? Seguo e direi di seguire gli invitati verso il ristorante.

    Alla prossima!

  • Buongiorno, sono riuscito a cavarmela tra tutti quei termini sconosciuti; grazie a te è come andare a scuola dove se hai voglia puoi imparare da chi ne sa più.
    Anche se quello che racconti fosse inventato, come parlassi, tu, di Marte, o della Luna sarebbe comunque un assaggio di un mondo tanto diverso dal nostro. Ha ragione Vassilis: quale storia migliore da raccontare?
    Grazie, brava, a presto.🙏

  • Il tuo modo di scrivere e descrivere è fantastico, mi piace molto e da questo punto di vista questo secondo capitolo non è da meno del primo! Aspettando il terzo capitolo io voto per entrare nel ristorante Armeno!

  • Ciao! Ottimo inizio e come ti è stato già detto strizza l’occhio a Boccaccio e la cosa mi piace molto! Sono proprio curioso di sentire le storie di questi “giovanotti con parecchie decadi alle spalle”! Io voto per Vassilis!

  • Ciao, bevenuta. Ho l privilegio di poterti dire per primo: ecco un nuovo Decamerone, altri lo faranno, lo so. Immagino che stai raccontando di gente vera che conosci. Bene. Bene le storie e il contesto, le figure vive che hai descritte. Buon viaggio, ti seguo. Stai attenta ai piccoli inciampi che capitano a tutti, tipo questo: … …dove fondarono Ermoupoli. Che a fine ‘800 era…
    Ti è scappato il punto, sicuramente in sede di revisione. Ciao alla prossima! 🙋🌻

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