Epuloni da copertina

Dove eravamo rimasti?

Come volete che l’autore continui la narrazione? Con un flashback. (75%)

Il titolo

Non era vero che andò in camera sua. Beh, tecnicamente ci andò verso, ma non dentro. Il corridoio che portava alla sua stanza, vedeva come prima porta sulla sinistra quella del bagno, e Alberto ci si tuffò. Se la casa era in linea di massima modesta, il bagno racchiudeva tutti i desideri relativi alla “casa perfetta” che iniziano a formarsi nelle mente delle giovani coppie appena sposate. Seppure Alberto non fosse un esperto di bagni, riconosceva il locale come il più bello dell’appartamento. Con le sue mattonelle bianche scintillanti, il doppio lavandino in marmo e le pareti azzurre a riprendere il panorama marittimo, faceva invidia ai colori tetri e “classici” del resto dell’abitazione. Ma ciò che Alberto amava di più della stanza era lo specchio. Non per ragioni di vanità e narcisismo, che proprio non appartenevano al ragazzo, ma perché fin da piccolo aveva sempre analizzato il suo riflesso e revisionato giornalmente tutti i suoi cambiamenti. E così, anche quel giorno, Alberto si specchiò. Studiando il suo riflesso si vide sempre più ringiovanire. Il ciuffo sporgente ridursi, il pomo d’Adamo scomparire, gli occhi marroni acquistare sfrontatezza bambina, fino a riuscire a vedere solo la sua fronte a causa dell’altezza.

Un bambino normale, in una famiglia normale, in una casa normale. Questo era Alberto, un “pischello” -secondo il gergo locale- come tutti gli altri. E, come tutti gli altri, con un grande sogno.

Era il 2 Giugno 2008 e Alberto aveva sette anni. Stava giocando con le macchinine sul salotto, nel quale aveva costruito una pista con tutti gli oggetti a lui disponibili. Il rettilineo percorreva diagonalmente la stanza fino a una curva sanguinosa che piegava sulla sinistra, girando dietro al divano. Staccata, entrata in curva e uscita verso la chicane prima del giaciglio di Bruno, un fulvo gatto europeo che sedeva sornione, spettatore della gara. Ultima curva a sinistra con uscita verso il traguardo. Bandiera a scacchi sventolata e macchinina rossa vincitrice. Bruno, che sperava nella vittoria di un altro concorrente, tornò a sonnecchiare sconsolato. O forse sembrò solo ad Alberto. Che poi si era sempre chiesto di che tipo di daltonismo soffrissero i genitori per chiamare un gatto rosso, Bruno. Un boato dagli spalti sembrava acclamare il vincitore del gran premio, quando mamma Rebecca, affacciandosi alla porta urlò:

-Ci sono le frecce tricolori, Alberto!

Il bambino si precipitò verso il balcone incurante del pilota della macchinina rossa che lo aspettava per ricevere la coppa del vincitore sul gradino più alto del podio. Ma Alberto era già rapito dalla magia di quelle scie colorate che solcavano il cielo. Inizialmente aveva notato solamente le tre di colore rosso e, personalmente, gli sembrò un po’ troppo eccessivo come festeggiamento per la macchinina, seppur il gran premio fosse il più importante della stagione. Poi notò anche le tre bianche e le tre verdi e ogni briciolo di pensiero sulle macchinine scomparve dalla sua mente.

Aveva sempre sognato fare il pilota di aerei da grande, vedere tutto dall’alto, scappare dall’asfalto della città e riuscire a toccare le nuvole con le ali del suo velivolo. Poi, se il panorama prevedeva un mare sottostante, anche meglio. La madre gli aveva sempre detto che, durante la sua “età degli omogeneizzati”, Alberto fingeva sempre di non voler mangiare per ricevere il famoso “aeroplanino”. Poi, crescendo, cominciò a prendere questa storia più come una leggenda quale era, ma senza mai dirlo alla madre, alla quale lasciava inventare miti sulla sua passione.

Restò a fissare il cielo fino a quando non scomparvero gli aerei dalle scie colorate e, con essi, anche quelle. Rientrato in salotto dal balcone, la macchinina rossa stava ancora aspettando il suo premio, ma ormai ad Alberto non interessava più nulla di tutto quello. Il rettilineo, la staccata, la chicane e la “curva del gatto” non erano altro che decorazioni del salotto. E lo stesso pensava forse Bruno, che ormai correva alla ricerca di farfalle e topi nel mondo dei sogni. “Non sai che ti sei perso, gatto” pensò Alberto con la testa tra le nuvole, o meglio, persa tra pensieri di nuvole.

– Ehi, pilota! Non è forse l’ora della doccia? – disse mamma Rebecca mentre passava una mano tra i capelli del figlio.

Un cenno di assenso e una serie di passi verso il bagno, sostituirono una risposta a parole. Alberto non riusciva a capire se fosse felice o meno. Sicuramente era estasiato da ciò che aveva appena visto, ma poi tutto era finito e lui si era ritrovato di nuovo in un semplice salotto tra le curve di una semplice pista di semplici macchinine. In questo misto di sentimenti, spalancò la porta del bagno; e ciò che vide gli sembrò assurdo. Un adolescente dai capelli neri, gli occhi marroni con la maglia dei mondiali del 2006 e armato di zaino stava fissando il suo riflesso allo specchio.

Rispetto ad Alberto adolescente, da quando volete che continui la storia?

  • Da un mese dopo. (50%)
    50
  • Dal giorno dopo. (50%)
    50
  • Da subito dopo essersi specchiato. (0%)
    0
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13 Commenti

  • Ciao, un bel brano!!! Appassionante il “sogno” con le macchinine e le Frecce tricolori. Ho votato per un mese dopo… non so, ho voluto dargli del tempo per “digerire” il colpo di scena e fare qualcosa che forse gli ha cambiato la vita.
    Ah, solo un appunto. “Stava giocando con le macchinine sul salotto, nel quale aveva” Sarebbe più corretto “Stava giocando con le macchinine nel salotto, in cui aveva”. Gioca nel salotto, non sopra il salotto!!! Alla prossima, continua così.

  • Questo ragazzo è molto fortunato e non lo sa: tutte le donne che incontra gli danno da mangiare, scusate se è poco; e, a parte gli scherzi, ha conosciuto una perla, una che non andrà lontano, credo, senza di lui. Ben scritto, coinvolgente il capitolo, riuscito nel farti venire la voglia di leggere il seguito. Bravo! Ciao! 🙂

  • Ciao, un altro bel capitolo, mi è sembrato di sentire l’odore della salsedine nelle narici!!! Povero Alberto, che cotta disperata… Voto anch’io per il flashback, voglio proprio vedere cos’è successo in passato, magari si scopre un bel segreto!!!
    Ah, ti segnalo un refuso che mi ha fatto davvero ridere “Se nei i rapporti umani”. Scritta così, mi sono domandata cosa c’entrassero i “nei”, povere macchioline della pelle… elimina l’intrusa “i” e tutto torna al suo posto!!!

  • Ciao, mi è piaciuto molto questo inizio! Il senso di inquietudine è leggero, ma presente ed è molto interessante. Vedo che è già passato un mese dalla pubblicazione del tuo incipit, spero che pubblicherai presto il secondo capitolo! Voto che Alberto rimanga e faccia conoscenza con la nuova arrivata, anche a costo di fare un’altra brutta figura come quella che ha fatto con Marta!
    A presto!

  • Un buon inizio e una buona penna!!! Belle le metafore che usi e interessante il vago senso di inquietudine che attraversa la narrazione. Come già notato, non userei il puntino per i dialoghi (anche se credo possa essere più un problema tecnico che di tua scelta) e mi attarderei qualche istante a descrivere il luogo, magari anche con semplici notazioni sparse, in modo che il lettore riesca a immaginare la scena anche con elementi di sfondo che non vengono esplicitamente indicati. Ho votato anch’io per la (finta?) indifferenza del ragazzo all’ingresso della nuova arrivata. Aspetto con ansia gli sviluppi! E complimenti ancora per il tuo “incipit”!

  • Ciao, benvenuto, bel primo capitolo, carico di aspettative.
    Curioso il comportamento della signora che al primo che le chiede un’indicazione offre di andare a casa sua… ci sarà una ragione spiegata in seguito immagino…
    Curioso il modo di introdurre il parlato con quel punto a inizio riga…
    Il resto, ripeto è interessante, promette bene, bravo.
    Forse, visto il tipo, cercherà di squagliarsela, vediamo. Ciao 🙂

  • Ciao, piacere di conoscerti, mi piace come scrivi. Usi termini che un ragazzo della tua età non è abituato a usare, lo so per esperienza!!!
    Posso darti un suggerimento da “lettrice”? Cerca di andare a capo un po’ più spesso, dà la possibilità al mio cervello di “respirare” e rendere la lettura più leggera.
    Alla prossima, ho votato per restare ma ignorare la ragazza… una tattica per attirare la sua attenzione e aprire a molte possibilità!!!

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