l’altra verità

Coscienze

Era un bellissimo giorno di sole, ma non per lui.

La luce lo accecava, forse perché da molto tempo era costretto a svegliarsi all’alba, senza muri intorno e senza finestre da oscurare per prolungare la notte. Spostò con il gomito i cartoni  sotto i quali aveva dormito e per un attimo, dovette coprirsi gli occhi prima di mettere a fuoco il nuovo giorno. Poteva essere lunedì, martedì o…chi se ne importa! Poteva anche essere il suo ultimo giorno e la cosa,  non gli sarebbe per niente dispiaciuta poiché considerava la sua, un’esistenza inutile.

La sua casa era uno dei tanti  pilastri che reggevano il ponte e quando il fiume era in piena, doveva trasferirsi  nella  residenza secondaria con l’odore dei rifiuti della discarica adiacente a tenergli compagnia. In ultimo c’era il rifugio per l’assistenza ai senza tetto, in cui vi regnava un tale caos che preferiva recarvisi solo quando il freddo rischiava di ucciderlo e la fame gli spaccava lo stomaco.

I suoi problemi con l’equo canone, l’amministrazione del condominio, le imposte sul passo carraio e quant’altro, erano finiti da un pezzo. Nessuno poteva più chiedergli di pagare le tasse giacché non aveva nulla da farsi pignorare, né una casa, né uno stipendio. L’unica cosa che non lo aveva abbandonato era la sua coscienza, solo per questo si era ridotto a fare il barbone piuttosto che il delinquente.  Sua madre aveva scelto di vivere con un uomo che a lui non andava a genio, quindi li aveva piantati in asso entrambi per cercare fortuna.

Aveva sopportato fino ad allora le violenze di quell’uomo, che occupava abusivamente il posto del suo vero padre, solo perché la madre prometteva ogni giorno di abbandonarlo e, visto che quel giorno non arrivava mai, era uscito sbattendo la porta, dopo l’ennesimo litigio. La paura e la convinzione di essere diventato un peso gli fecero decidere finalmente di andarsene; di sparire completamente dalla loro misera vita. Non aveva un soldo in tasca e si era addormentato per strada appoggiato ad una colonna del portico della chiesa. Al suo risveglio, aveva trovato accanto a se una manciata di monete. La gente lo aveva scambiato per un barbone. Così era cominciata la sua nuova vita.

Suo padre, quello vero, non sapeva neanche se stesse al mondo, e la madre non voleva mai parlarne. Alle sue richieste, lei rispondeva: ‘Che t’importa di conoscere un padre che non ti ha mai voluto!’

Roberto era un giovane alto un metro e ottanta, con i capelli castano chiaro che diventavano biondi durante la stagione del sole. I suoi muscoli che un tempo ne facevano un bel ragazzo, ora erano rilassati dall’inedia degli ultimi mesi e dai pasti irregolari. 

Camminava a testa bassa, piegato dal peso dell’umiliazione che provava per quella sua triste e misera vita. Dondolava come un vecchio instabile ed aveva solo ventiquattro anni. La barba lunga e i capelli,  altrettanto incolti gli ricadevano sulle spalle e lo rendevano irriconoscibile anche a se stesso. Nelle rare occasioni in cui si trovava di fronte uno specchio o la vetrina di un negozio che gli rendeva la sua immagine riflessa, a ricordargli il suo stato, si girava immediatamente, come se ciò bastasse a farlo sentire ancora un uomo, con qualche speranza per il suo futuro. Aveva conosciuto altri barboni in quella cittadina di gente per bene e qualcuno si trovava a vivere così da oltre vent’anni, senza che mai qualcosa fosse successo per invertire la rotta e tornare ad essere un uomo. Per uomo intendeva, l’avere un tetto sotto al quale rifugiarsi e un lavoro che gli permettesse tutta una serie di cose che agli uomini piace avere anche se, spesso non se ne conosce bene la ragione e tutto succede come in una storia già scritta da qualcun altro, che ci ha destinato la parte da protagonista, con l’unica grande incognita che nessuno conosce la trama e neanche il finale. Per non parlare poi del titolo che forse, sarà assegnato alla propria storia, solo dopo che sarà terminata e il protagonista è già uscito dalla scena, senza avere capito nemmeno il perché. Si appoggiò al muro di un caseggiato di fianco ad una finestra illuminata dall’interno. C’erano persone allegre e sicuramente molto felici. Stavano ornando un albero di natale con palle colorate e ghirlande dorate, c’era anche un bambino di circa dodici anni che stava aiutando la madre. Ricordava di aver trascorso giornate simili molto raramente, eppure di natali c’è n’erano stati parecchi anche per lui ma solo per questione di calendario.

Cosa gli porterà questo natale?

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11 Commenti

  • Ciao, le premesse sono state mantenute!!! Un suggerimento? “Natale” si scrive con la maiuscola e fa un po’ più attenzione alle virgole, gioia e condanna di tutti gli scrittori.
    D’istinto avrei votato “in solitudine”, ma un diavoletto mi ha suggerito il sindaco. Voglio proprio vedere cosa si è inventato!!!

  • Ciao Roberto, vedo che la maggior parte delle frasi stavolta sono decisamente più corte 😀
    Te ne segnalo solo una, che forse poteva essere un poco più concisa: “Quando il direttore ebbe terminato Roberto aspettava con il braccio sollevato per chiedere la parola e tutti restarono silenziosi in atteggiamento di rispetto per quell’uomo che in un certo senso era il loro capo”.
    Per il resto, bel capitolo, aspetto il terzo per vedere cosa succederà.
    Alla prossima!

  • Ciao benvenuto nuovo racconto.
    Anch’io ho apprezzato il tema e lo stile composto che hai scelto,e anche io vorrei darti un consiglio se vuoi tenerne conto. Sono due parole che hai usato che mi suonano “stonate” …equo canone… Avrei scritto semplicemente “affitto”; e nella frase “e prometteva ogni giorno di abbandonarlo…” Io avrei usato “lasciarlo” perché un uomo del genere si lascia, non si abbandona . Tu però sei l’autore è non tenerne conto se non sei d’accordo. Voto Amore e aspetto il cap.2… Ciao🙋

  • Ciao! Bell’inizio, triste ma molto appassionato. Mi piace il tuo stile di scrittura e seguo la storia molto volentieri. Ti vorrei dare solo un suggerimento: alcune frasi sono particolarmente lunghe, ti consiglio di farle più corte, magari mettendo un punto in più 🙂 altrimenti rischi di rendere la lettura meno fluida e più difficile.
    Benvenuto e al prossimo capitolo!

  • Ciao!!! Che inizio triste… ma pieno di patos. Voglio proprio vedere come proseguirà. Per ora, in segno di benvenuto, ti segnalo sol un errore (magari è solo un refuso!!!) “accanto a se” sé, la prossima volta non dimenticare l’accento!!! Voto anch’io per amore.

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