Talee

La Soglia

In due nel letto caldo si sta benissimo.

«Chi l’avrebbe detto che un giorno…»

«Zitto non parlare, fammi un po’ di posto: sono grassa.»

«È il carico che porti, non è grasso. Scusa, mi sposto, ma il tuo calore… Non posso credere che dopo il miracolo di Palmira, ora anche noi due…»

«Noi tre, amore mio, non scordarti del fagottino.»

«Quanto tempo abbiamo buttato! Dobbiamo recuperare dolce amica mia. Adesso lavoro a Roma per un po’, spero per molto, e non parto più, è una promessa.»

«Lascia stare le promesse, non ti si addicono. E poi: amica a chi? Io sono, ero, tua moglie. Piuttosto dimmi un po’ di questo lavoro; so che avete già un teatro… Dai, stiamo un altro po’ a letto.»

Mario sospirò soddisfatto, aggiustò il cuscino, e guardò in su, lontano, ad occhi chiusi.

«Certo, l’Eliseo, forse. Il nostro è un vero esperimento. Spero riesca. Ti ricordi Berenice, “Bik”, quella dell’ Enrico IV? Adesso vuole affrontare i “Personaggi” in una chiave diversa, spiazzante.»

«Cioè?»

«Te lo dico, ma è tutto da scrivere… I personaggi sono sei anime morte imprigionate in eterno in un dramma, sempre lo stesso, quello che avevano rivendicato il diritto di “rivivere” senza la mediazione degli attori, in quel teatro immaginato da Pirandello. Nella nostra commedia, invece, cercano in ogni modo di liberarsene, per varcare la fatidica soglia e perdersi nel vuoto che li respinge.»

«Mamma mia, mi spaventi Isabella! “La soglia”; uhm, chi vorrà mai vedere una cosa del genere?»

«Be’, io la vedrei; ma io non conto. Comunque l’inizio non è stato molto incoraggiante: sentirai. Prima però… grazie; mi hai suggerito un gran titolo! Premetto che ci siamo dati due mesi di tempo per andare in scena e dobbiamo correre per non pagare la penale. La Bik ha accettato un contratto capestro pur di infilarsi in un buco di programmazione di un teatro così prestigioso, e allora si deve correre, correre senza lasciarsi impressionare da segni avversi, quali che siano.»

Rosetta disse certo! E lui raccontò del sopralluogo al cimitero.

I partecipanti, cinque più Bik che li aveva convocati nel mattino di una giornata uggiosa, presero la cosa un po’ come una gita, disse, abituati com’erano al chiuso, e alla polvere del palcoscenico.

Lui invece, autore teatrale cinquantenne perennemente in attesa di sfondare, poiché era un vero appassionato, tanto da chiamare Palmira la sua unica figlia, diligentemente appuntava tutto quello che l’intorno gli suggeriva. Prima di tutto l’aria che c’era: grigia, stabile e incerta al tempo stesso, come sospesa, quella di certi luoghi dove sembra che il sole e la luce non siano graditi.

I sei camminavano piano, in mezzo a marmi ossidati, oppressi dalla nera lava polverosa dei cipressi che era dappertutto, e contrastava col bianco dei vialetti, del pietrisco che pizzicava sotto le suole leggere, e rispondeva scricchiolando lamentoso al tormento dei passi.

Un guardiano sbragato, annoiato, (Quasimodo si chiamava), precedeva tutti, e quelli di lui, oltre la tozza figura, potevano vedere solo i ricci incolti, scomposti, e la pelata bozzoluta.

Man mano che la visita andava avanti il gruppetto si sfaldava, tutti erano attratti chi qua, chi là, da questa o quella lapide, da questo o quel nome strambo, di quelli che dici: “Hai visto questo? Trento Quaranta!? E quello? Felice Mesto!?”

Alessia, la prima attrice, attratta da certi fiori rossi, ne rubò uno da una tomba. Poco dopo cacciò un grido. La mano e il fiore che teneva, ora le insanguinavano il petto, e lei tremava tutta, in preda al panico. Quasimodo guardava altrove; Vik Staio, il regista, e Bik dicevano fate qualcosa; e il primo attore, Loris Genna, recitava incoerente: «Non è nulla… andiamo via.»

Pochi minuti dopo, tuttavia, col sangue fermato e la ragazza tranquillizzata, la “gita” continuò.

Pietro Panelli, lo scenografo, cercava ispirazione, e a forza di guardare in giro notò del fumo che usciva da una tomba. Chiamò Quasimodo, e quello disse ch’era normale, ma non era vero: era la prima volta che lo vedeva. Quella visita portava sfiga e s’era pentito di averla consentita. Quella donna e il sangue, oltretutto, lo avevano riportato a certi fatti successi anni prima. E il fumo? Meglio illudersi di non averlo visto.

Panelli invece lo fissava ipnotizzato salire da dietro il cancelletto di una cappellina: era bluastro e denso. Pensò ai fuochi fatui, ma non avendoli mai visti prima si fidò di Quasimodo che minimizzava. Intorno ronzavano grosse mosche, e, peggio, una quantità di calabroni rossi. L’uomo, che aveva trovato quello che cercava, rimase lì ad osservare; poi però il ronzare degli insetti coprì ogni altro suono e s’accorse d’essere rimasto solo.

«Sono andato io a cercarlo, gli altri ne avevano abbastanza.» disse Mario tornando a guardare Rosetta, che a sentire “mosche e calabroni” si era aggrappata al suo polso, sotto le coperte. «L’ho trovato curvato su una fontanella che si detergeva il viso. Quando s’è voltato, giuro, mi ha fatto paura: aveva la faccia deformata dalle punture di vespa!»

la prossima puntata parliamo

  • Di un salvataggio reciproco (40%)
    40
  • Di una lunga morte (50%)
    50
  • D'Amore (10%)
    10
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129 Commenti

  • Ciao Fenderman,
    questa sera dopo molto tempo finalmente mi sono potuto dedicare con calma di nuovo alla lettura…mi aspettavo di leggere il 9 capitolo e ho trovato anche il 10 …fresco fresco.
    Li ho letti entrambi e come negli altri tuoi racconti, i tuoi personaggi hanno dato vita ad una storia stupenda. L’apertura della tomba è stato un momento molto intenso a tratti crudo, essere testimoni di una cosa del genere non è banale….e Zia Palmira ci ha regalato il suo ultimo segreto.
    Al prossimo racconto.
    ePP

  • Eh sì, bella storia…il genere avventura fa per me e posso anche dire che è molto più godibile leggere tutto insieme i dieci capitoli che spezzettare la lettura. Certo, questo sito nasce per far guidare la storia ai lettori, ma se uno non ha una memoria di ferro mentre naviga fra le varie storie dimentica tutto. Comunque complimenti, aspettiamo un’altra storia, magari un giallo. Io sono qui per affinare la mia scrittura dei gialli, genere che non ho mai affrointato, e quindi ne sono goloso. Ciaociao.

    • Ciao, naturalmente hai ragione quando ti preoccupi di ricollegare le puntate di una storia, ecco la mia risposta ad un commento su un mio giallo che sta nel mio carnet di the incipit: “nei gialli voglio correre per non spezzare il filo del discorso con il lettore che potrebbe dovere rileggere i capitoli passati per ricollegare i fatti e i personaggi.” Mi si diceva che pubblico rapidamente ma ritengo che nei gialli soprattutto sia obbligatorio. Pochi lettori sono disposti a ritornare ogni volta su capitoli già letti. E vale il consiglio di inserire all’inizio di ogni puntata elementi di raccordo che aiutino a ricollegare i fatti. Se vuoi scrivere un giallo qui devi tenerne conto! Grazie, a presto, sto uscendo con una storia nuova ma con gli stessi personaggi, e tanto per confermare quanto suddetto, comincerò con Paride che farà a modo suo una sintesi di quanto accaduto negli ultimi tempi a lui e a quelli che ha intorno.? grazie, ciao!

  • Ciao, Fenderman.
    Ci riesci sempre: concludi una storia e lasci il desiderio in chi la legge di saperne di più di leggerne di più.
    Anche in questa occasione hai messo a nudo i personaggi, ce li hai raccontati e mostrati come fossero vivi e ci hai fatto penare e gioire con loro.
    Paride si è innamorato, proprio quando la moglie ha deciso di tornare; non che avrebbe chances: Palmira scappa. 🙂
    Devo filare a leggere Kloe, quindi ti lascio con l’auspicio di ritrovarti presto con un’altra storia.

    Alla prossima!

    • Buon giorno, grazie. La vita di quelle persone è all’ennesima svolta, bisogna rimescolare le carte e ricominciare un’altra mano, qualcuno medita la rivincita…
      “Ricomincio da tre”, mi viene da dire, ma non voglio essere “blasfemo”. Appuntamento, lo sai, a breve! Grazie ancora ciao!??

  • Ciao Fenderman!
    E Agata torna a casa; questo me lo sentivo. La fata madrina rivela la verità, ma forse chi l’ha vista si può tenere la cosa per sé; in fondo tutti hanno avuto qualcosa da questa vicenda, anche Paride, anche se forse lo apprezzerà più avanti. Era come se ci fosse un grande ascesso sulla villa, che la venuta di Palmira e la dipartita di Diletta hanno portato alla guarigione. E la famiglia è di nuovo felice, anche se magari la felicità che immagini a vent’anni, quando arrivi a sessanta scopri che è solo un po’ diversa da come la idealizzavi.
    Grazie caro Fenderman per le tue poesie fatte di cose. Stammi bene e leggiamoci ancora.
    Ciao!

    • Caro Minollo, ottima lettura la tua come sempre sai fare. Quello che non ti aspetti però accade. Ora che sto già pensando alla ripresa mi trovo con un Paride che evidentemente non ne ha abbastanza, fa un bilancio, si confessa ma poi corre dietro a Palmira. Chissà che combinerà.
      Mi è piaciuto molto riportare alla luce certe romantiche tracce di un amore lontano e il degrado che ne era scaturito quando s’era tramutato in stupido, cieco egoismo.
      grazie per averlo letto e naturalmente appuntamento a presto, ciao. 🙂

  • E così si conclude, temporaneamente, la vicenda. Io mi sto chiedendo se quella bimba non sia davvero una sorta di fata: tutto ciò che c’è di magico (bello o brutto che sia) ruota intorno a lei. Spero di saperne di più nella prossima storia.

    L’ultima frase mi ha fatto sorridere 🙂 (per il modo di dirlo, più che altro).

    Ciao 🙂

  • Interessante incipit, molto originale. Certo che consigliare adesso il seguito è inutile, comunque avrei optato per il salvataggio reciproco. Cosa non va? Niente, se non l’uso dei tre punti di sospensione, dei quali perfino il grande Umberto Eco metteva in guardia. In una sua famosa ” bustina di minerva” ammoniva i giovani scrittori a non usarne più di qualche unità, diciamo tre o quattro, ma in un romanzo completo. Io invece li ho sempre amati, e purtroppo cerco di non usarli troppo, visto il consiglio di Eco. Ciao, a rileggerci.
    P.S. in effetti il tuo incipit è quasi il doppio del mio, ne prendo atto.

    • Ciao, buon giorno.
      I puntini di sospensione? È vero ne abuso. (Ma non sai quanti ne cancello, come faccio coi punti esclamativi e i due punti.) Li uso nei dialoghi spesso perché in ristrettezza di caratteri certe cose meglio affidarle a piccoli silenzi che possono dire più di tante parole.
      In quanto ai “tuoi verbi” non dico che sono sbagliati, ci mancherebbe, colpa mia mi sono espresso male, vole solo dire che avrei per esempio scritto “…Pierre, che sarebbe poi diventato…” Non cambia nulla, è solo la mia impressione. Grazie per aver risposto e commentato, a presto! ?

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