Talee

Dove eravamo rimasti?

Come concludere questa decina? apertura della tomba di zia Palmira Galloni (100%)

Fata madrina

«Palmira,» disse papà una sera «domani ho la prova generale, lo sai no? Vorrei che tu venissi. Ho preparato questo copione che ti permetterà di seguire tutto, un po’ come all’opera. Ti va? Ci tengo.» Pensai che lo facesse per me, perché mi vedeva giù di corda; però, magari ci teneva veramente, e allora dissi sì.

«Ti stroncherò.» scherzai abbracciandolo; e la sera dopo mi feci bella, uscii presto e al teatro rubai un posto in prima fila.

Ero eccitata, e mi divertivo perfino, nonostante fossi attorniata da facce tese, nervose; gente su di giri che si stava giocando una buona fetta di credibilità e anche lo stipendio.

Poi, erano le undici passate, mi arrivò il primo messaggio di Paride: “Raggiungimi, ti devo parlare; o dimmi dove sei.”

Non posso, non ora. Scusa.” fu la mia risposta.

A mezzanotte quando la commedia era al terzo atto, sembrava funzionare, e le facce intorno erano più distese, ecco il secondo messaggio: “Vieni subito, dove stai, mi uccido! Café EST, via Giotto.

“Capirai: mi uccido!” pensai “Sai che perdita.” La serata era rovinata. Detti mi scusai con papà; e mi feci chiamare un tassì.

Poco dopo ero al Cafè Est, un rinomato ritrovo senza orario gestito da cinesi immigrati di terza, quarta generazione. Mi guardai intorno ed entrai.

Lui, l’aspirante suicida, il fenomeno, stava seduto a un tavolo da solo; aveva l’aria stanca, ed era sicuramente mezzo ubriaco. La cosa, inutile dire, mi fece incavolare, anche se un po’ me lo aspettavo, perché che fa un uomo quando la terra gli frana sotto i piedi? Chiama la mamma, e nell’attesa beve.

Lui nel vedermi cercò di alzarsi; la sedia urlò, e allora sedette di nuovo, e accese una sigaretta che, viste le occhiatacce della gente, gli tolsi subito di bocca.

«Eccomi badrone!» dissi volutamente strafottente «Ti sei perso?»

«Che bevi?» disse l’uomo di mondo «Vuoi un caffè?»

«A mezzanotte? No. Che c’è si può sapere? Avevo la prova generale stasera.»

«La prova?» disse lui, che adesso aveva il singhiozzo. «A-anche io, anca mì, cara mia. Domani apriamo quella t-tomba e temo che succeda.»

«Che succeda che? Uhm, domani hai detto? Cavolo Paride, figo, Finalmente!» mi sedetti.

«Eh, figo, come no! Questa storia è cominciata con t-te, altro che figo; e con te deve finire.»

«Ah, capito: vuoi che venga.»

«Uhm…»

«Sì o no?»

«…non è solo questo.»

«No? Che altro c’è?»

«L-leggi!»

A quel punto con un gesto goffo tirò fuori dalla tasca il cellulare che si incastrava nella fodera. Lo mise sul tavolo, spinse due, tre tasti, e lo allungò strusciandolo sul piano verso di me.

Lessi: “Ciao. Carlotta ha bisogno di te e credo anch’io. Ho deciso di tornare. C’è ancora posto per me accanto al ragazzo che ho sposato? Agata.»

Confesso che mi venne da ridere; avrei voluto dire lo sapevo e invece dissi: «Carlotta? Meno male! Dammi un po’ di quella cosa che hai nel bicchiere; cavolo, la fatina!»

«È cognac; t-tieni. Non è Carlotta il problema.»

«Ah, questo lo so. Paride che vuoi da me, posso saperlo?»

«Da te? Vorrei non averti mai incontrata, questo vorrei. Hai minato ogni mia certezza. T-tu sei una demolitrice di certezze. Ecco che sei. Mi hai messo in tanti di quei casini… altro che figo! È t-tutta colpa tua.»

Mi alzai; non me l’aspettavo; era delusa e offesa, e volevo andare via.

«Ferma, stupida non te ne andare, ti ho cercata io.» mugugnò lui teso, abbracciato al bicchiere.

«Questo mi pare evidente. E l’hai fatto per insultarmi.»

«P-però tu sei venuta.» disse, e alzò l’indice al cielo «Questo conta per me. Solo questo.»

«Ok, adesso posso andare Temp…»

«Non chiamarmi Temperino, non stasera. Io, io mi sono innamorato di t-te.»

La mattina del giorno dopo, luminosa, umida e calda, come mai a febbraio, il sole basso, al cimitero, ridisegnava a piacer suo ogni cosa.

Stavo con Paride; guardavamo gli operai lavorare alla tomba di Palmira. Erano sagome nere controluce, mute ombre cinesi che scalpellavano piano. “Giusto non disturbare i residenti!” pensai.

Paride era un palo; una statua con lo sguardo fisso alla lapide.

Un ultimo tocco e la pietra venne via; pochi colpi e la parete di mattoni cedette. Gli operai si fecero da parte, uno lo guardò. Lui fece un passo avanti. C’era una sola cassa: era marcia; il legno era nero, fragile, farinoso. La tirarono fuori e la calarono a terra.

Aprirono. Poi tutti guardarono a Paride. Due corpi, ossa e stracci, giacevano uno accanto all’altro, avvinti in un fragile abbraccio vecchio di trent’anni.

Gli operai che se lo aspettavano, – erano stati pagati per quello -, non mossero un muscolo. Paride si girò: era pallido, era stanco. Cercò la mia mano con la sua, gelida. Io guardai nella bara e vidi una cosa, la raccolsi; tremavo anch’io adesso: era la fata madrina; quella di Carlotta!

Nei giorni che seguirono Paride sembrò voler dimenticare tutto, – tranne la pratica per ottenere la dichiarazione di morte della madre, indispensabile per la successione -. La notizia per fortuna non arrivò ai giornali, e l’oblio l’ebbe vinta.

In quanto a me… scappavo, perché quell’uomo prese a seguirmi ovunque.

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129 Commenti

  • Ciao Fenderman,
    questa sera dopo molto tempo finalmente mi sono potuto dedicare con calma di nuovo alla lettura…mi aspettavo di leggere il 9 capitolo e ho trovato anche il 10 …fresco fresco.
    Li ho letti entrambi e come negli altri tuoi racconti, i tuoi personaggi hanno dato vita ad una storia stupenda. L’apertura della tomba è stato un momento molto intenso a tratti crudo, essere testimoni di una cosa del genere non è banale….e Zia Palmira ci ha regalato il suo ultimo segreto.
    Al prossimo racconto.
    ePP

  • Eh sì, bella storia…il genere avventura fa per me e posso anche dire che è molto più godibile leggere tutto insieme i dieci capitoli che spezzettare la lettura. Certo, questo sito nasce per far guidare la storia ai lettori, ma se uno non ha una memoria di ferro mentre naviga fra le varie storie dimentica tutto. Comunque complimenti, aspettiamo un’altra storia, magari un giallo. Io sono qui per affinare la mia scrittura dei gialli, genere che non ho mai affrointato, e quindi ne sono goloso. Ciaociao.

    • Ciao, naturalmente hai ragione quando ti preoccupi di ricollegare le puntate di una storia, ecco la mia risposta ad un commento su un mio giallo che sta nel mio carnet di the incipit: “nei gialli voglio correre per non spezzare il filo del discorso con il lettore che potrebbe dovere rileggere i capitoli passati per ricollegare i fatti e i personaggi.” Mi si diceva che pubblico rapidamente ma ritengo che nei gialli soprattutto sia obbligatorio. Pochi lettori sono disposti a ritornare ogni volta su capitoli già letti. E vale il consiglio di inserire all’inizio di ogni puntata elementi di raccordo che aiutino a ricollegare i fatti. Se vuoi scrivere un giallo qui devi tenerne conto! Grazie, a presto, sto uscendo con una storia nuova ma con gli stessi personaggi, e tanto per confermare quanto suddetto, comincerò con Paride che farà a modo suo una sintesi di quanto accaduto negli ultimi tempi a lui e a quelli che ha intorno.? grazie, ciao!

  • Ciao, Fenderman.
    Ci riesci sempre: concludi una storia e lasci il desiderio in chi la legge di saperne di più di leggerne di più.
    Anche in questa occasione hai messo a nudo i personaggi, ce li hai raccontati e mostrati come fossero vivi e ci hai fatto penare e gioire con loro.
    Paride si è innamorato, proprio quando la moglie ha deciso di tornare; non che avrebbe chances: Palmira scappa. 🙂
    Devo filare a leggere Kloe, quindi ti lascio con l’auspicio di ritrovarti presto con un’altra storia.

    Alla prossima!

    • Buon giorno, grazie. La vita di quelle persone è all’ennesima svolta, bisogna rimescolare le carte e ricominciare un’altra mano, qualcuno medita la rivincita…
      “Ricomincio da tre”, mi viene da dire, ma non voglio essere “blasfemo”. Appuntamento, lo sai, a breve! Grazie ancora ciao!??

  • Ciao Fenderman!
    E Agata torna a casa; questo me lo sentivo. La fata madrina rivela la verità, ma forse chi l’ha vista si può tenere la cosa per sé; in fondo tutti hanno avuto qualcosa da questa vicenda, anche Paride, anche se forse lo apprezzerà più avanti. Era come se ci fosse un grande ascesso sulla villa, che la venuta di Palmira e la dipartita di Diletta hanno portato alla guarigione. E la famiglia è di nuovo felice, anche se magari la felicità che immagini a vent’anni, quando arrivi a sessanta scopri che è solo un po’ diversa da come la idealizzavi.
    Grazie caro Fenderman per le tue poesie fatte di cose. Stammi bene e leggiamoci ancora.
    Ciao!

    • Caro Minollo, ottima lettura la tua come sempre sai fare. Quello che non ti aspetti però accade. Ora che sto già pensando alla ripresa mi trovo con un Paride che evidentemente non ne ha abbastanza, fa un bilancio, si confessa ma poi corre dietro a Palmira. Chissà che combinerà.
      Mi è piaciuto molto riportare alla luce certe romantiche tracce di un amore lontano e il degrado che ne era scaturito quando s’era tramutato in stupido, cieco egoismo.
      grazie per averlo letto e naturalmente appuntamento a presto, ciao. 🙂

  • E così si conclude, temporaneamente, la vicenda. Io mi sto chiedendo se quella bimba non sia davvero una sorta di fata: tutto ciò che c’è di magico (bello o brutto che sia) ruota intorno a lei. Spero di saperne di più nella prossima storia.

    L’ultima frase mi ha fatto sorridere 🙂 (per il modo di dirlo, più che altro).

    Ciao 🙂

  • Interessante incipit, molto originale. Certo che consigliare adesso il seguito è inutile, comunque avrei optato per il salvataggio reciproco. Cosa non va? Niente, se non l’uso dei tre punti di sospensione, dei quali perfino il grande Umberto Eco metteva in guardia. In una sua famosa ” bustina di minerva” ammoniva i giovani scrittori a non usarne più di qualche unità, diciamo tre o quattro, ma in un romanzo completo. Io invece li ho sempre amati, e purtroppo cerco di non usarli troppo, visto il consiglio di Eco. Ciao, a rileggerci.
    P.S. in effetti il tuo incipit è quasi il doppio del mio, ne prendo atto.

    • Ciao, buon giorno.
      I puntini di sospensione? È vero ne abuso. (Ma non sai quanti ne cancello, come faccio coi punti esclamativi e i due punti.) Li uso nei dialoghi spesso perché in ristrettezza di caratteri certe cose meglio affidarle a piccoli silenzi che possono dire più di tante parole.
      In quanto ai “tuoi verbi” non dico che sono sbagliati, ci mancherebbe, colpa mia mi sono espresso male, vole solo dire che avrei per esempio scritto “…Pierre, che sarebbe poi diventato…” Non cambia nulla, è solo la mia impressione. Grazie per aver risposto e commentato, a presto! ?

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