Via Botteghelle

Maricchia

Maricchia, “a mammana”, piccola e tozza, con una grossa testa di ricci crespi e grigi, camminava con passo cauto (nza’ mai na caruta) sul basolato lucido per l’umidità della notte. La luce giallastra di un lampione sospeso tra le case, proiettava, sul terreno, dietro di lei, la sua ombra infagottata in un cappottaccio sformato, di un indefinito marrone stinto: con una mano reggeva una vecchia borsa scura nella quale conservava i sui ferri da ostetrica; l’altra era nascosta, chiusa a pugno, nella tasca del cappotto e stringeva una banconota stropicciata e sudaticcia. I suoi passi s’udivano netti nel silenzio della notte, per via dei  chiodi  infissi  a rinforzo delle suole consunte.

La donna aveva una faccia tonda, gli occhi neri, il naso camuso e una traccia di peluria scura sul labbro superiore; un neo, grande quanto una lenticchia, le ornava il lato sinistro del labbro inferiore. Un paio di orecchini pendenti, di corallo, facevano da contrappunto ai suoi passi, battendole ritmicamente sul collo.

Non era stata una notte proficua, la donna che aveva partorito era una “puvirazza”, perciò Maricchia aveva dovuto accontentarsi di un compenso misero per i suoi servigi. ‘A picciridda’, che aveva tirato fuori dalla pancia, era piccolissima ma ‘accussì biddruzza, paria na pupa’. A quel pensiero il viso di Maricchia si distese e l’ombra di un sorriso le balenò tra occhi e labbra. Tanti ne aveva fatto nascere, masculiddri e fimmineddri, e perfino gemelli, per tre volte; qualche rara volta aveva anche liberato ‘picciutteddre’ sconsiderate da un peso importuno. Ma a questo Maricchia non ci voleva pensare.

Aveva dieci anni, Maricchia, quando sua madre l’aveva svegliata nel cuore della notte, in preda alle doglie di un parto prematuro. Nell’ombra della stanzuccia in cui dormiva, in mucchio, con quattro fratelli più piccoli, aveva visto il sangue scivolare viscoso lungo le cosce della madre, raccogliendosi in una pozza scura sul pavimento.

“ Vado a chiamare la mammana?” aveva chiesto, allarmata.

“ No! Non c’è tempo. Aiutami” e senza un lamento, aveva guidato la figlia ad accogliere tra le mani una creaturina mugolante. Nessuno dei bambini s’era svegliato al lieve trambusto e Maricchia rise piano davanti a quel miracolo della natura,  per non disturbare il loro sonno. Con il solo fiato, a fior di labbra, cantò una ninna nanna, mentre cambiava le lenzuola e sistemava, sul petto della madre, il piccolino. Asciugò il volto della donna e le pettinò i capelli intrisi di sudore, poi sedette ai piedi del letto ad aspettare il ritorno del padre. L’uomo giunse ch’era da poco spuntato il sole: le spalle curvate dalla fatica, il viso indurito, arso dalla salsedine e dal vento, si fece sulla soglia della stanza e guardando la moglie sorrise amaro, poi si avvicinò al piccolo e lo accarezzò, con gentilezza, sulla testina calva: “ Benvenuto a far la fame in famiglia” disse, poggiando sul tavolo un cestino pieno di pesci. Il ricavato di una notte trascorsa in mare.

Così, Maricchia aveva imparato il suo mestiere, non in una scuola ma a casa sua, aiutando la madre a sgravarsi, al ritmo di un figlio ogni due anni scarsi.  Era diventata la levatrice di tutte le donne del quartiere, tanto povere da non poter pagare una professionista. Lei si accontentava di poco.  E quel poco, nel tempo, era stato accuratamente messo da parte, nascosto in una scatola di cartone dentro l’armadio della sua camera. Lei conosceva la miseria e la fame, quel denaro le dava fiducia per una vecchiaia tranquilla.

 Persa nei suoi pensieri, caracollando, si immerse nell’oscurità di stretti vicoli imprigionati tra case semidistrutte e macerie, testimoni disperati di una guerra appena finita. Passò accanto alla grande chiesa di San Pietro, rimasta miracolosamente indenne dai feroci bombardamenti, si fece il segno della croce e alzò lo sguardo verso il cielo: limpida, in mezzo ad un cerchio di nuvole, la luna piena illuminava la grande cupola di marmo verde. Svoltò l’angolo della strada e sbucò in via Botteghelle. Abitava in quella via da quando erano morti i genitori e la sua numerosa famiglia si era dispersa, in cerca di fortuna, ai quattro angoli del mondo. Quanti anni aveva, allora? Forse venti, forse trenta, non ricordava. Nessun uomo era giunto per amarla e magari sposarla, ormai era tardi, pensava.

Giunta al portone di casa, entrò, lasciando fuori il buio e il freddo di una notte di febbraio. La casa non era troppo fredda; uscendo aveva lasciato acceso, in cucina, il braciere con la carbonella ma, ad ogni buon conto, si mise sulle spalle lo sciallino di lana e si riscaldò  una tazza di latte, la bevve dietro i vetri della finestra. Il vicolo era deserto e silenzioso; un dolce torpore le intorpidì le spalle ; poi spense il lume e andò a dormire.

Questa via, così particolare, ha una lunga storia e tanti figuranti. Chi vuoi conoscere?

  • Santino: la bella e la bestia (33%)
    33
  • Angelina: bambina speciale (50%)
    50
  • Agata: single complicata (17%)
    17
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132 Commenti

  • Capitolo 8 – 9)

    Mi sono perso un capitolo? Oppure li hai pubblicati entrambi in questi giorni?
    Ho recuperato il capitolo 8 ora, mentre sto editando il video. Mi dispiace di aver saltato l’ottavo! 🙁

    Bel colpo di scena! Anche se ho letto a ritroso, è stato un piacere scoprire come ci si è arrivati. Ancora i miei complimenti!

    Leggerti è sempre un grandissimo piacere!

    Trovi la lettura sempre su Youtube:
    https://youtu.be/95NORqZrFRs
    Alla prossima (e ultima)!

    • Grazie G.G.Pintore,
      la storia sta per concludersi e spero che anche l’ultimo capitolo ti piaccia. Anche se in ritardo andrò ad ascoltare la tua lettura. non ho capito se leggerai i due capitoli ma è un dubbio che mi tolgo immediatamente. Ciao e grazie ancora per avermi dedicato il tuo tempo. È stato un piacere sentirti leggere.
      Ciao e a presto.

  • Ciao, struggente e ben descritto!!! L’ambiente s’intona bene con la vicenda così cruda e straziante!!! Da una madre non ci si aspetterebbe mai una cosa del genere, abbandonare una figlia per i soldi e l’illusione di una vita migliore…
    Ho votato per Agata, credo che a questo punto il finale spetti a lei!!! Alla prossima.

    • Sarebbe impensabile cercare di vivere una nuova vita, lasciando nella precedente quanto di più sacro si possiede: un figlio. Ma Agata ha mille pensieri, anche se non pensa ‘seriamente’ .
      Conosco bene il posto che ho descritto, desolato e incantevole nella sua solitudine, vi crescono, in quell’arida spiaggia, splendidi gigli della sabbia.
      Il finale a presto.

  • Ciao, Anna.
    Voto Agata, lo deve alla storia, deve assolutamente redimersi dopo questo episodio. Come può una mamma rinunciare alla sua bambina? Io so, come gli altri lettori, che scapperà (o almeno ci proverà) coi soldi; quindi, non ha ai miei occhi alcuna giustificazione. Hai reso bene l’angoscia e la disperazione della piccola Angelina, il modo in cui gli adulti hanno deciso del suo futuro, passandosela come una commessa o una scatola di nulla. A proposito di scatole, noto che molti usano la parola “scatolo”, che credo derivi dal dialetto siciliano. Forse, nella narrazione lo avrei evitato, magari poteva starci in uno dei dialoghi. Ma il narratore è siciliano e, magari, sto sbagliando io. 😉
    Ti segnalo un minuscolo refuso in questa frase: “era n luogo che non conosceva” (manca la “u”) e te lo segnalo solo per agevolarti nella correzione del testo su file 🙂 so che è una svista di infinitesimale importanza in questo scritto, curato e toccante.
    Ti auguro una buonissima settimana.

    Alla prossima!

    • Hai ragione Keziarica,
      scatola è la forma corretta, mi sono lasciata prendere dal parlato locale e me ne scuso.
      Agata non ha scuse se non la ‘leggerezza’ della sua mente dove la moralità è sinonimo di convenienza; neanche a lungo termine, non vede al di là del suo naso. Non è madre, lei ha bisogno di una madre, ma penso non l’abbia mai avuta.
      A presto.

  • Ciao Anna, la tua Angiolina mi ha evocato la piccola Matilde di “Lezioni di tango”, perché quale che sia la ragione, da piccoli in collegio si sta male, la dimensione dei piccoli è la casa, e la famiglia.
    Molta tenerezza per lei e compassione per Agata, che, ne sono certo, ha ancora da raccontare.
    Un saluto e i miei complimenti, obbligatori, per la tua prosa bellissima. Ciao.??

    • Sembra che tutti, o quasi, abbiate scelto di votare per Agata. Forse sperate che con le sue parole possa, almeno in parte, giustificare il suo tradimento nei confronti di Angelina. Ma come ho già detto, Agata non ha un cuore nel petto e la sua morale è la convenienza, il piacere. Bisogna che qualcuno o qualcosa prenda le redini della sua vita e chissà…
      Ciao Fenderman, alla prossima ed ultima puntata.

  • Buonasera Anna!
    Bastianeddu aspetta di avere assai sputazza, magnifica immagine, l’accostamento delle due parole provoca un suono bizzarro, una cacofonia allegra; il poveretto sembra avere un barlume che rischiara la sua esistenza sotto il giogo del notaio, e bisogna dargli atto che non impazzisce. La paura lo salva e lo trattiene alla sua vita poco più che istintuale. Fine descrizione di un individuo grossolano.
    Voto per la morte di Agata, cose che capitano quando girano improvvisamente i picciuli. Bravissima come ormai so bene, un bellissimo weekend pasquale a lei!

    • Tutti i personaggi del racconto, escludendo Angelina, bambina speciale, sono, ognuno a suo modo, figure di ‘ombra’. Alcune perfide, altre deboli, altre ancora senza alcuno spessore morale: sono la gente che incontriamo più di frequente. Solo le Angeline sono speciali e sono poche.
      Non penso che Agata morirà, non lo farebbe mai ora che ha i ‘picciuli’.
      Alla prossima puntata e grazie per i complimenti.

  • Agata muore, in un racconto amaro potrebbe essere un finale appropriato.
    Ciao, Anna.
    Ancora una volta ci trasporti per le tue strade e ci bagni con la tua pioggia. Sì, tue, perché scaturite dalla tua penna e dalla tua immaginazione. Un’introduzione al capitolo davvero suggestiva. Mi è piaciuto molto anche il momento toccante in cui Bastianeddu, da uomo piccolo, ha alzato la testa e compreso che i “piccioli” non sempre sono il rimedio a una vita grama.
    Vediamo chi ha ucciso il notaio, ormai manca poco, il cerchio si stringe.

    Alla prossima!

    • Imperdonabile il ritardo con cui ti sto rispondendo, chiedo scusa.
      Una vita non solo grama, quella di Bastianeddu, ma prona, asservita, nella quale la dignità, l’orgoglio non hanno posto. Si sveglia soltanto davanti all’annientamento del suo padrone, ma ancora ha paura, ora di se stesso, della sua incapacità di prendere in mano il proprio destino.
      Vedremo chi ha ucciso il notaio, non certo lui, manca di un briciolo di coraggio, nel bene e nel male.
      Alla prossima, Keziarica e grazie per il tempo che mi dedichi.

  • Ciao, il temporale è lo scenario perfetto per il precipitare degli eventi!!! Bastianeddu è un grande, in un solo istante ha capito tutto della vita, anche se magari a ispirarlo è stata solo la paura!!!
    Ho votato per Agata che scappa con i soldi, anche se ero indecisa con Agata muore. Poi, però, ho pensato che al personaggio si confaceva più la prima opzione!!! Alla prossima.

    • L’erba cattiva, si dice, non muore mai, e Agata io la vedo come l’oleandro: fiore vistoso, ma velenoso.
      Bastianeddu non ruba, non per onestà, solo perchè non saprebbe che farsene coi soldi, se non ciò che ne faceva il notaio. nessuna alternativa se non la rinuncia. Grazie Isabella per il commento e a presto.

  • Agata, Agata, ora te ne scappi, coi soldi.
    Bastianeddu, campione di onestà, (c’è gente così al mondo!), e una donna ladra e infedele… Non credo che basti ancora, ci sono altri intrecci?
    Mi affido a te e alla tua prosa solare, piena di luce.??

    • Il timore, non l’onestà muove il servo. La paura di non saper gestire i suoi impulsi, che, purtroppo, egli sa essere insiti nel suo animo ma che non vuole dover fronteggiare, per incapacità, per vigliaccheria.
      Agata, dal canto suo, è audace, senza scrupoli, senza morale, non un pensiero che non sia la sua convenienza. No non basta ancora. Alla prossima Ottaviano e buona giornata.

  • Ho votato il pittore. Ma tutte e tre le soluzioni sono plausibili.
    Mi scuso con te e con tutti per la lunga assenza dal sito, ma questa guerra insensata mi ha affievolito la voglia di scrivere. Cerco di non pensarci troppo, ma le nostre vite non saranno più le stesse e mi dispiace soprattutto per i giovani.

    • Bentornato @dottore51.
      Mi piacerebbe scrivere un racconto intitolato ‘la guerra gentile’, nel quale si dichiari guerra al vicino, portandogli un vassoio di cannoli per mangiarli insieme, si bombardino le città con coriandoli e stelle filanti, si preparino tavolate di dialogo, assaporando il ragù fatto dal ministro della difesa, e si chieda agli Stati vicini di fare il tifo per uno dei due nemici, sventolando la bandiera della pace.
      Ma, il mondo non va così. Noi scriviamo, sperando che chi ci legge si diverta, malgrado tutto.

  • Buonasera Anna!
    Finalmente arrivo a Via Botteghelle. Tortorici me lo vedo come il funzionario che si arma di una pazienza infinita, sapendo di dover rimestare nel torbido di una vicenda privata oscena di un uomo importante, e di dover combattere con le resistenze della gente che viveva intorno al morto. E’ una strada in salita, e ci vuole persona determinata . viene certo da pensare a Montalbano, ma una figura che adoro è il Bellodi di Sciascia, anche se lì si parlava di mafia.
    Dialoghi fantastici, mentre leggo mi immagino di sentirli dal vivo. Voto Santino e le auguro un gran fine settimana!

    • Buona sera a te, Minollo.
      Non sarà Santino a far luce sull’accaduto. Con lui di luce non si parla, né intelletualmente, né spiritualmente. Il nostro commissario è uomo di mondo, rispettoso della legge, della legalità, ma ancor di più, lo vedo rispettoso della sua coscienza. Grazie per l’apprezzamento sui dialoghi; vi ho prestato particolare attenzione, per renderli efficaci e aderenti ai personaggi. A presto e ciao, ciao.

  • Ciao, Anna.
    Be’ tiro in ballo il pittore che, di certo, un movente lo aveva.
    A proposito dei dialoghi, di cui si parlava nel gruppo, hai fatto un ottimo lavoro, il commissario parla la lingua degli interrogati, usa l’italiano (dato che è comunque un pubblico ufficiale e parlare in italiano e non in dialetto aumenta anche la sua autorità), ma ci infila dentro qualche parola in dialetto (perché questo lo rende agli occhi degli intervistati più vicino a loro, crea fiducia); Santino e Agata e Bastianeddu sono più sul dialetto. Una cosa però non ho capito: “Tuppulìa” che vuol dire? È un dettaglio minuscolo che non toglie nulla al discorso e non cambia il significato, ma non sapere che significa, in qualche modo, distrae dal discorso.
    Brava, come sempre. I tuoi personaggi sono vivi e quando il commissario ha picchiato il pugno sul tavolo ho trasalito anche io 😉

    Alla prossima!

  • Ciao, bellissimo il dialogo tra il commissario e Agata, mi è sembrato di essere lì con loro!!! Sai creare davvero bene le scene, sono sempre davvero vivide, complimenti!!!
    Ho votato per Bastianeddu. Visto che abbiamo finito con lui, cominciamo la prossima sempre con lui!!! Alla prossima.

  • Ciao, Anna.
    Voto il ladro.
    Mi hai spiazzato, sei passata dalla leggerezza del primo amore, con tutta la fase d’innamoramento di pennellata in pennellata, fino all’incontro con il notaio, viscido e odioso. Mi ha dato fastidio e questo vuol dire che sai come suscitare emozioni in chi legge. Questo capitolo mi fa venire in mente un caso di cronaca, avvenuto proprio in Sicilia qualche anno fa, non c’entra nulla con questa storia, ma le tue parole mi ci hanno fatto pensare. Povere ragazze in balia di uomini senza scrupoli.
    Giusto per non farti troppi complimenti, ti segnalo un Bastianddu senza “e”, ma è proprio per trovare il pelo nell’uovo, un uovo enorme e un pelo minuscolo ?

    Alla prossima!

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