Aldebaran

Crisi creativa

1.

Per mesi ho cercato di prendermi in giro, ma alla fine ho dovuto capitolare. Ero vittima del blocco dello scrittore. Tutta la mia creatività, persino la tecnica del bravo artigiano della scrittura sembrava essersi essiccata. Guardavo con rabbia lo schermo baluginante del mio notebook che stolidamente pareva aspettare quelle parole che opportunamente miscelate si sarebbero trasformate in una storia, meglio ancora, in un impasto di emozioni tale da renderne desiderabile la lettura.

Niente. Le poche volte che riuscivo a buttare giù qualche riga, l’insulsaggine stereotipata di quelle frasi mi accendevano un fuoco nello stomaco e la mano volava sul tasto DEL. Provai in tutti i modi ad avere la meglio sulla mia paralisi creativa: pianificavo le ore di scrittura, scrivevo solo di notte, con la musica, cogliendo puerili tentativi di ispirazione in qualunque contesto e momento della giornata. Tutto inutile.

Sembrava che non avessi più niente da raccontare, niente che non fosse artificio e banalità da raccontare. Iniziai ad andare in analisi, ma dopo un trimestre di sedute ero sempre al punto di partenza e contro il parere dello psicologo che riteneva fossimo a buon punto per capire le origini del blocco, abbandonai la psicoterapia.

Il mio editore era stato molto paziente. Probabilmente il successo clamoroso dei miei primi due romanzi, “La strada per Damasco” e “Giravolte” mi aveva dato un credito notevole. Adesso però a tre anni dall’uscita di “Giravolte” era arrivato l’ultimatum. Avevo sei mesi di tempo per consegnare un’opera non inferiore alle 175 pagine, all’altezza dei romanzi precedenti, oppure le nostre strade si sarebbero separate. Un modo carino per dirmi che mi avrebbe scaricato.

La situazione si stava mettendo male, avevo guadagnato molto bene con i miei primi romanzi. “La strada per Damasco” aveva venduto oltre 120.000 copie e “Giravolte” aveva sfiorato le 300.000. Ma tre anni di blocco creativo, gli alimenti da pagare a una ex moglie, una figlia esigente da mantenere agli studi e qualche investimento sbagliato avevano dissanguato il mio conto corrente.

Fu all’indomani di quella sgradevole telefonata che decisi di cercare ispirazione nella seconda passione della mia vita, il cinema. Ero un cinefilo incallito e da giovane in più di un’occasione avevo visto fino a tre film in un’unica giornata.

A quarantadue anni ero uno degli ultimi superstiti che si ostinavano a vedere i film nelle sale cinematografiche, il loro habitat naturale come lo definivo io. A casa non avevo la televisione e non possedevo nessun abbonamento a Netflix o ad una delle altre numerose piattaforme di streaming. Così quel mercoledì di novembre, una giornata gelida con un cielo plumbeo che minacciava pioggia, mi rifugiai nel vicino cinema Aldebaran, una delle poche sale cinematografiche che ancora sopravvivevano nell’epoca delle multisale grandi e piccole.

Era un cinema di quartiere, con ben seicento posti a sedere, retaggio di un’epoca preistorica, durante la quale il rito del cinema il sabato sera o la domenica pomeriggio era capace di riempire la grande platea. Le poltroncine erano scomode e antiquate e tutto il cinema aveva un aspetto vetusto e anacronistico

Quel pomeriggio oltre me c’era solo un anziano spettatore che sedeva in una delle primissime file della platea. L’Aldebaran era l’unico cinema della città che ogni giorno faceva una doppia programmazione. Le prime due proiezioni erano dedicate a quelli che pomposamente il gestore, un ometto sulla sessantina con i capelli praticamente quasi tutti bianchi stretti in una coda di cavallo, si ostinava a definire film d’essai.

Le proiezioni serali, invece erano dedicate ai film del momento, per lo più commedie all’italiana dal sapore boccaccesco e blockbuster hollywoodiani. Il film di quel pomeriggio era “Edward mani di forbice”, la prima collaborazione tra il regista Tim Burton e Johnny Depp.

Mi accomodai in una delle ultime file del cinema, la vista, contrariamente alla vena creativa, era ancora molto buona. Le luci della sala si erano spente e stava andando in onda la pubblicità che precede ogni proiezione quando la vidi entrare. Nell’oscurità era poco più che una forma indistinta, sicuramente di sesso femminile. La donna scrutò attentamente le desolate file vuote della platea, scelse la mia fila e si accomodò a tre poltroncine di distanza, sulla destra, da me. Adesso la vedevo un po’ meglio, illuminata dai bagliori azzurrognoli del grande schermo. Sì tolse il soprabito che collocò tra di noi. Era sulla quarantina e aveva un fisico slanciato, che valorizzò accavallando le gambe, inguainate in un paio di jeans aderenti. Durante il film continuai ad osservarla di tanto in tanto. Che ci faceva una donna del genere, in questo squallido cinema di periferia? Sembrava fuori contesto

Ma lei, perché era qui? Da cosa fuggiva o cosa cercava di lenire?  Cosa la portava in questo squallido cinema di periferia in tetro pomeriggio infrasettimanale?

Tra lo scrittore e la bionda misteriosa cosa avverrà?

  • Lei gli procura un orgasmo (50%)
    50
  • Litigheranno (50%)
    50
  • Niente (0%)
    0
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1 Commento

  • Ciao, una volta si diceva: si chiude una porta e si apre un portone. Mi sembra faccia al caso tuo.
    Così spero che litighino per poterne ricavare una buona storia.
    Ottimo esordio, auguri per il prosieguo.
    Ti segnalo quella che mi pare una ripetizione: “niente da raccontare, niente che non fosse artificio e banalità da raccontare”. Poca cosa in un capitolo ben scritto, ti seguo, ciaoo?

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