Se non saranno rose, andranno bene girasoli.

Dove eravamo rimasti?

Parole chiave del prossimo capitolo. Chalet di legno e neve. (75%)

“Ti amo”

Il confronto è stato lungo, esasperante. Ho preso coraggio e gli ho detto che avremmo dovuto parlare. Quell’esserino piccolo e amorevole che ero aveva tirato fuori i coglioni. Non che non li avessi mai avuti perché mi è sempre piaciuto fare da me e di testa mia, ma con lui funziona diversamente. Mi fa questo effetto. Non riesco a parlarci chiaro e tondo senza aver premeditato esattamente le parole.

Ci siamo lanciati i cuscini, un biscotto e lui ha provato con la tazza.

Erano le otto di mattina e stavamo facendo colazione. Per qualche strano motivo abbiamo la capacità di far finta che tutto sia perfetto, che tutto vada alla grande pur di stare insieme, piuttosto senza parlarci.

La sera prima è stato come se niente fosse. Aleggiava nell’aria quella sensazione di una guerra che sta per scoppiare, ma noi ci siamo mangiati la nostra pizza, abbiamo bevuto le nostre birre e siamo andati a dormire.

Il mattino dopo ho sganciato la bomba.

Succede così: si tengono dentro certe parole, certi sospiri, certe urla per così tanto tempo, pensandole e ripensandole che poi quando arriva il momento ultimo escono pure male.

Gli ho detto che così non va, che io non ne posso più. Sono stufa di questa storia. Non sono più la stessa.

Lui non si interessa a me e io ho perso la voglia di interessarmi a lui.

Ha iniziato a gridare.

Odio quando fa così. Nell’ultimo periodo mi sono concentrata talmente tanto sui lati negativi da riuscire a fare una lista, senza troppi problemi, dei suoi difetti. Mi ha rinfacciato fatti successi anni prima solo per il gusto di aver ragione. Viviamo con il disperato intento di far vedere che siamo meglio noi dell’altro, siamo noi quelli che fanno di più, quelli dalla parte del giusto, superuomini.

Non ha mai accettato che io abbia dovuto cambiare città per studiare. Avevo iniziato a lavorare nel suo stesso posto, tutti i giorni, molte ore, ma ho capito ben presto che non faceva per me. Mi piace studiare. Lui sostiene io sia “scappata”. Anche da lui. Un po’ forse si. Ora sono più contenta.

Torno a casa solo il week end ed è in quei giorni che ci vediamo. Come ogni domenica lui alle otto e mezza deve scappare a lavoro. Questo gli mangia tutto: tempo, energie, voglia di fare. 

Gli ho urlato dietro che è facile per lui uscirsene sempre come la vittima che se ne va. Ho urlato forte. Le mie parole l’hanno rincorso lungo la tromba delle scale come il rinculo della pistola dopo aver sparato un colpo.

Stavo per andarmene. Stavo per scappare davvero questa volta. Mi sono fermata e ho pensato che non avessi risolto questa situazione il giorno stesso, questa cosa avrebbe finito con lo soffocarmi. Così, una volta tornato, glielo ho proposto.

Tu hai due giorni liberi. Andiamocene via insieme.

Ho prenotato last-minute una camera in uno chalet ad alta quota. Spostandoci di giusto due ore con la macchina riusciamo a raggiungere l’alta montagna decorata con ancora un bel po’ di neve rimasta. Il paese è piccolo, esclusivo come piace a me. Il viaggio come si poteva immaginare è stato silenzioso. Mi ha chiesto giusto un paio di volte le indicazioni mentre guardavo la mappa sul navigatore. Poi ho accesso la radio. Mi piace cantare e sono il tipo di persona che non si vergogna ad essere stonata. Ho cantato da sola mentre gioivo vedendo fuori dal finestrino gli alberi come scheletri ghiacciati e i mucchi di neve a bordo strada. Una volta arrivati ci hanno accompagnati nel ristorante dell’hotel situato su di un’enorme terrazza riscaldata con vista sui pendii. Una favola.

Indossavo un maglione beige che mi aveva regalato lui qualche anno prima. Ho ordinato un hamburger della casa con doppia porzione di patatine e una birra grande. Lui ha fatto lo stesso.

Come se la magia adagiata su ogni centimetro di quel posto in legno adorno di candele e fiori rossi, si fosse adagiata anche su di noi, abbiamo iniziato a mangiare e a dialogare di gusto. Abbiamo riso molto mentre ordinavamo ancora una birra e dopo un’altra ancora. Mi ha raccontato di aneddoti che non ricordavo e io, tappandomi il naso con le dita, ho imitato la voce del professore più noioso che abbiamo a lezione. Siamo rimasti fino a chiusura insieme al personale aiutandoli ad alzare sul tavolo pure le nostre sedie.

Poi siamo saliti in camera. Ci siamo lasciati andare trasportati dall’emozione che si propagava in quel fantastico posto. Abbiamo scopato forte, contro la porta con l’intento di svegliare i vicini nella camera affianco. Mi ha messo una mano in bocca e mentre mi vedeva soffocare le urla, lui mi ha sussurrato “ti amo”. Abbiamo scopato sì, come non facevamo da tempo colmando tutte quelle voglie dimenticate da troppo, ma abbiamo fatto anche l’amore perché entrambi eravamo lì con il corpo e con in testa nient’altro che noi.

                                                                  —

Guardandomi allo specchio poco dopo ho riso. Sulla mia schiena due lunghi graffi incisi, sotto la base del collo. Nulla di quello che state pensando, mi è saltato in spalla il gatto il giorno prima.

"Tu bionda!" chi lo dice è:

  • Stanco con due marcate occhiaie. Gli piace fare festa la sera. (50%)
    50
  • In forma, tenuto bene. Si vede che corre tutti i giorni. (25%)
    25
  • Brizzolato e con una morbida pancetta. Sorride ammirato. (25%)
    25
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41 Commenti

  • Capitolo 9)

    Ehi! Anche se non ho commentato, ti seguo ancora! 😛

    Siamo arrivati al finale, anche se è passato un po’ di tempo. Durante la lettura sono riaffiorati i ricordi dei precedenti capitoli. Ho trovato interessante il discorso relativo alla facilità nel comunicare con gli sconosciuti, e ti ringrazio per avermi fornito un dettaglio importante che stavo trascurando all’interno di una mia storia (riguarda il taglio dei capelli! Per uno che li taglia quando capita, è sempre un po’ difficile calarsi in certe dinamiche!) 😉
    Leggere serve anche a questo!

    Aspetto il finale!
    Continua così! 😉

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