Delitto a Villa Serena – Un giallo della terza età

Dove eravamo rimasti?

Resta un solo capitolo per dipanare la matassa. Concludiamo giocando. Chi ha ucciso Anna Senese? L'Amore (50%)

Ritorno alla routine

Il piano della Nunziata era semplice: approfittando della contemporanea assenza di Lia e Carmela, io e Don Armando ci saremmo dovuti intrufolare nelle loro stanze per cercare prove che le collegassero al delitto.

Facile a dirsi. Meno a farsi.

Anche perché eravamo io e il mio secondo quelli che rischiavano di essere beccati con le mani nella marmellata.

Già sentivo la voce di Gabriellona che mi diceva che lo aveva sempre saputo che ero uno sporcaccione e che adesso capiva benissimo perché mi piaceva Bukowski.

Ma come c’ero finito a frugare tra i mutandoni di Lia Carfora?

Richiusi il cassetto del comò e diedi una veloce controllata a quelli del comodino: niente. Guardai sotto al letto: ancora niente.

Ero già con una mano sulla maniglia quando mi ricordai di una cosa che aveva detto Don Armando prima di sparire nella stanza di Carmela: – Nun ve scurdate ‘o cestino: nei gialli ogni vota ca l’investigatore controlla la monnezza ci trova sempre qualcosa!

Mi chinai sul cestino stracolmo e cominciai a liberarlo dalla cartacce. Sul fondo spuntarono degli involucri argentati vuoti. Sul retro c’era scritto: blu-aconinit. Doveva trattarsi di quell’analgesico a base di aconitina di cui aveva parlato Gabriellona.

– Prufesso’ che ce facite ccà dinto?

Mi voltai di scatto e mi ritrovai davanti la sagoma ossuta di Lia: non l’avevo sentita entrare.

A quel punto non avevo scelta: dovevo provare a inchiodarla subito.

– Compresse a base di aconitina, – dissi porgendole uno degli involucri – la sostanza che ha ucciso la Senese: non perdiamo altro tempo e dimmi perché!

– Perché stava male! – ammise subito lei.

– Eutanasia?

– Saltate troppo velocemente alle conclusioni.

– Allora cosa?

– Lo avrete capito, – cominciò a raccontare mettendosi seduta sul bordo del letto – avevo una simpatia per Anna e quando le regalai quel quadro la vidi finalmente corrisposta. 

– Il quadro coi fiori di Aconito?

Annuì.

– Non sapevo cosa fossero. Lei invece lo sapeva fin troppo bene. Finse che le interessavano i miei quadri e mi convinse a raccogliere quei fiori per lei. Nel farlo mi procurai na brutta distorsione. Gabriella mi prescrisse queste pillole: me ne passava una al giorno, ma io ne prendevo al massimo una ogni due; se posso evito le medicine: troppe controindicazioni.

– E Gabriella non ti controllava la bocca?

– Alla mia dentiera manca un molare: nascondevo la pillola nello spazio vuoto.

– Hai dato delle pillole a Anna la sera della sua morte?

Sospirò.

– Una. Stava male. Non potevo sapere che aveva già ingerito na tisana che si era preparata con quei fiori.

– Doveva aver esagerato con le dosi e la pillola che le hai dato…

Non servivano altre parole. Lia affondò il viso nelle mani aperte e cominciò a piangere.

– Lo direte alla polizia?

– E perché? Anna è morta e noi lo saremo a breve. Se lo avessi fatto di proposito avrei dovuto, ma lo hai fatto per amore e io non mi sento di condannare un atto d’amore.

*

Al nipote di Don Armando raccontammo ¾ di verità. Omettemmo giusto il particolare del coinvolgimento di Lia.

Suo nipote organizzò pure una cosa simpatica col Questore, che venne a farci visita con tanto di ufficio stampa al seguito.

Il servizio fotografico finì sulle pagine di alcuni quotidiani locali. Già dal giorno successivo, però, la routine cominciò a riprendersi i propri spazi. Il resto lo fecero la scarsa capacità di concentrazione degli ospiti della Villa e la mia reticenza a parlare dell’accaduto.

Di buono fu che ci guadagnai in popolarità, non per la popolarità in sé, ma per gli effetti che questa produsse.

Il mio piccolo progetto di divulgazione culturale registrò, in capo a pochi giorni, un picco di adesioni che mi costrinse a prevedere degli incontri pomeridiani.

E fu proprio nel corso di uno di questi incontri che arrivò la telefonata di Maria, l’unica dei miei figli che ancora non m’avesse chiamato per chiedermi delle foto sui giornali.

– Papà: sicuro che stai bene?

– Sto bene.

– Vuoi che venga a trovarti?

– Vorrei che lo volessi a prescindere da quello che è successo.

– Lo sai che è complicato.

– Lo so.

– Almeno ti sei fatto degli amici: lo vedi che avevamo ragione quando ti dicevamo che non sarebbe stato l’inferno che credevi?

Ricacciai indietro con uno sbuffo la delusione che sentivo montare in fondo alla stomaco.

– Scusa pa’, ma devo andare: tra poco torna Ciro e devo ancora finire di mettere a posto; ci sentiamo in settimana, va bene?

– Va bene.

– Allora ciao…

– Aspetta!

– Che c’è?

Avrei voluto dirle che le volevo bene e che mi mancava e che sì, volevo che venisse a trovarmi più spesso e che magari portasse con sé anche i miei nipotini.

Avrei voluto dirle queste e altre cose, ma c’era qualcosa che me lo impediva: la sensazione che ci fosse qualcosa di sbagliato, una sensazione resa più forte dagli sguardi disillusi dei miei allievi, sguardi velati da una malinconica rassegnazione che incombeva su tutti loro come una promessa di dannazione.

– Maria ci sei?

– Sì, solo fai in fretta che ho da fare…

– Non ti preoccupare, amore, facciamo subito; il tempo di un: Vaffanculo!

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129 Commenti

  • Lou, bravissimo! La storia fila che è una meraviglia, i personaggi ci sono tutti e i dialoghi tra il professore e don Armando sono esilaranti, direi con un tocco cabarettistico che alleggerisce la storia ma non distrae dalla curiosità verso la individuazione del colpevole. Ad majora e complimenti !

    • Ciao G. G., ho appena ascoltato la tua ultima lettura: tutto perfetto. Ti ringrazio per la recensione, sono onorato, davvero.
      Forse un pizzico troppo generoso, dai, anche se i complimenti fanno sempre piacere. Non so quando tornerò con una nuova storia. Devo dire che ho ritrovato al mio rientro un’accoglienza sorprendentemente calorosa e storie molto interessanti. Mi piacerebbe farlo presto ma prima ho un po’ di faccende altre da sbrigare. Ancora grazie di vero cuore per l’attenzione che hai dedicato al mio racconto e per le belle letture.

  • Ciao, Lou.
    Anche con te mi sono persa il capitolo precedente, ma ho rimediato.
    Finale non scontato e ben confezionato.
    Quando ero molto più giovane, con la scuola, ho fatto visita a una casa di riposo e ricordo i sorrisi dei ricoverati, così felici di averci lì, anche se eravamo un gruppo di giovani estranei che non sapevano cosa fare e cosa dire. Perciò, mi piace immaginare un posto dove gli anziani abbiano le sembianze dei tuoi protagonisti e dove possano vivere qualche avventura, anche nell’attesa lunga di una visita che stenta ad arrivare.
    Bello, ma non avevo alcun dubbio in merito. 🙂
    Solo un appunto, nella frase: “Vorrei che lo volessi a prescindere da quello che è successo” io avrei usato “facessi”, ma non conosco la tua intenzione.

    Alla prossima, spero presto con una nuova storia.

    • Grazie K., i complimenti, inutile nasconderlo, fanno sempre piacere. Si, è bello pensare che in un luogo di quel tipo ci si possa anche divertire, fare squadra e vivere persino una qualche avventura, dedicando il poco tempo che rimane a chi lo merita. Giusta la tua osservazione. Anche se bisognerebbe più che altro chiedere al Professore il perché della scelta di quel ‘volessi’. ?

  • Degno finale di un giallo grazioso, molto leggero e godibile, complimenti.
    La parolaccia finale ci sta benissimo anche se tutti o quasi gli ospiti di RSS la pensano e nessuno mai la dice.
    Un giusto tributo alla legge del racconto dove l’eccezione la vince sulla regola. Bravissimo, ti aspetto alla prossima, se vorrai. Ciao!?

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