Dove eravamo rimasti?
Ipnopedia
– Mi guardi come se ti stessi chiedendo di ridipingere la cappella sistina usando i piedi.
– Il che risulterebbe comunque più semplice che crederti – risposi, conscio delle mie inesistenti abilità artistiche. – La trama del tuo racconto è piena di buchi, Sky! Rischio di essere condannato per uno stupro che non ricordo di aver commesso, e tu ti prendi la libertà di comparire a tuo piacimento per ammorbarmi con i tuoi drammi familiari, senza neanche darmi una fottutissima spiegazione del perché io sia l’unico stronzo che riesce a vederti, – in quel momento, i nostri occhi erano come magneti dello stesso polo avvicinati a forza da mani invisibili, costretti a rincorrersi ma senza mai incontrarsi. – E tutto questo per un romanzo di merda? – conclusi, consapevole che un giorno o l’altro mi sarei pentito di tanta cattiveria. M’aspettavo che scappasse via in lacrime, ma Sky, sulla strada delle mie aspettative, amava viaggiare contromano.
– Vedo che stai ritrovando le forze, – sorrise.
– Non fraintendermi, sono felice. Ma questo significa che abbiamo poco tempo.
– Perché, dove devi andare?
– Io da nessuna parte, – e spingendosi col piede sul tronco iniziò a fluttuare verso la stanza di quattro metri quadri, scivolando all’interno dalla piccola finestrella quadrata, volubile come il fumo sulla canna di una pistola dopo aver premuto il grilletto.
– Ma il tuo tempo qui è giunto al termine, – aggiunse, cingendomi il viso con le mani sorprendentemente calde, mentre il resto del corpo ritrovava la sua densità naturale un atomo alla volta.
Volevo dire qualcosa, qualunque cosa, ma ero paralizzato. Mi sentivo come il giorno in cui persi la verginità: incredibilmente eccitato da ciò che stava per succedere, ma con una paura fottuta di ciò che sarebbe successo dopo.
– Ora cerca di non interrompermi, a breve saranno qui.
Stavo per chiederle “chi”, ma un fantasma mi aveva appena chiesto di non interromperlo e io non avevo intenzione di disubbidire.
Gustave era l’orgoglio dei suoi genitori. I buoni voti di Sky e la sua dedizione con la pallavolo erano solo il riflesso della pressione che, involontariamente, il fratello maggiore le aveva lasciato in eredità. Di tanto in tanto, nei bar del paese, serpeggiavano voci su qualche avance di troppo o su complimenti poco eleganti che Gustave avrebbe rivolto alle compagne di classe, ma Sky non gli aveva mai dato importanza. Quelle voci erano solo le cattiverie di falene invidiose, bramose di luce, ma troppo mediocri per brillare da sole.
A Olivia però non interessava Gustave, anzi, non le interessavano i ragazzi in generale. Scelse biologia perché sognava di diventare zoologa, nella stessa università di Gustave, che evidentemente fraintese quella decisione. Lui si faceva ogni giorno più insistente, ma Olivia non mollava di un centimetro. Ogni sera, dal dormitorio, chiamava Sky per aggiornarla sulla sua nuova vita e sui goffi tentativi di rimorchio del fratello. Ridevano fino alle lacrime.
La sera in cui il telegiornale annunciò l’assassinio di Olivia, Sky venne avvolta da un terribile presentimento, un’ombra tanto livorosa da impedirle persino di piangere la morte dell’amica. La stessa orribile sensazione vissuta la notte del mio pedinamento, quando intravide il giacchetto di Gustave sparire da una delle porte sul retro di quello stesso vicolo, dalla quale qualche istante prima, l’urlo disperato di Sophie aveva prepotentemente interrotto i festeggiamenti in Rue Belle Epoque.
– Se becco di nuovo quella ragazzina giuro che la sbatto dentro! – minacciava una voce in lontananza.
Sky rivolse uno sguardo fulmineo alla porta e mi strinse la mano.
– Ora devo andare. Mi raccomando Met, la prima versione che darai alla polizia sarà fondamentale. Portali da Gustave.
– Ma quale prima versione Sky! – avevo ritrovato la voce, e lei aveva nuovamente perso il senno. – Sono giorni che parlo con loro!
– Già, la sbattiamo dentro! – echeggiava qualcun altro.
– No Met, sono giorni che ASCOLTI la polizia, così come sono giorni che ASCOLTI me. Ora devo scappare, spero solo che al tuo risveglio ricorderai tutto questo. – e poggiandomi le labbra sulla guancia destra si precipitò verso l’uscita.
Non appena Sky girò la maniglia, una corrente sovrannaturale iniziò a trascinarmi verso la finestra che nel frattempo si era trasformata in un buco nero. Provai istintivamente ad aggrapparmi a qualcosa, ma non c’erano appigli. Vorrei dirvi che lottai fino allo stremo delle forze, ma mentirei. Morire fagocitato dall’oscurità non mi sembrava l’epilogo peggiore. Mi lasciai inghiottire.
Riaprì gli occhi di soprassalto, come quando sogni di cadere nel vuoto, in un lettino, pieno di flebo nelle braccia e con un orribile vestaglia a pallini blu. Due uomini avevano appena chiuso la porta dopo aver cacciato qualcuno dalla stanza e si stavano avvicinando.
– Finalmente si è svegliato Signor Lynch, – esordì quello vestito male.
– Sono il detective Dubois, e avrei qualche domanda da porle.
– Già, qualche domanda da porle! – echeggiò quello vestito peggio.

26/08/2025 at 11:08
Ciao Mattia!
Ho finito di leggere il racconto. Confesso che ho dovuto vederlo un paio di volte per capire la direzione della storia. Poi, grazie ai commenti degli altri lettori e, appunto, una lettura più attenta, ho agganciato il senso della storia. In definitiva, ritengo il finale interessante (aperto) e giusto (far finire tutto in un sogno, è una scorciatoia).
Ancora una volta il limite dei caratteri ha colpito e fare i tagli corretti è un’impresa.
Comunque un ottimo lavoro, ben scritto e con idee interessanti.