Cumuli di vita

Dove eravamo rimasti?

Nel prossimo episodio, abbandoniamoci a un po' di... Autocritiche (67%)

Un passo alla volta

Ciao, Grigio, mi hai svegliata. Che succede? Hai fame? Che ore sono? Pensare che una volta ero assolutamente incapace di dormire fino a tardi. Ma a passare la vita su questa poltrona giorno notte, siesta e veglia si inseguono e accavallano. Almeno, quando ancora dormivo in camera… ma con questa gamba le scale sono una croce. Mi guardi storto, eh, micio? Sì, è una scusa, avevo smesso di dormire in camera già da molto prima. Ma dopo che Sergio è partito, ho cominciato a riempire di roba la sua metà dell’armadio, poi il comodino, il comò, il pavimento… per non vedere il vuoto, non lo sopporto più il vuoto. Non che ne sia rimasto molto di spazio vuoto in questa casa, mi dirai.

Forse ce l’ho dentro io.

Ma che te ne importa a te, hai ragione, dai, mi tiro su e vengo a riempirti la ciotola. E Rossa? È ancora a spasso o è nei paraggi? Ormai siete gli unici a entrare e uscire da qui. Per fortuna ci siete voi, o sembrerebbe davvero una casa all’abbandono. Infestata.

La casa stregata. Ogni quartiere ne ha una, nel mio, quando ero ragazzina, c’era la casa dalle cento finestre. No, non erano cento, solo tante, non credo che nessuno le abbia mai contate. Ma grande com’era, persa nel nulla di un antico parco signorile abbandonato a se stesso, gli infissi storti e divelti da cui passava il vento sibilando… sembrava davvero una dimora di fantasmi. Certe volte oltre al vento sentivi uscirne delle strane voci umane, stridule, a volte irose, a volte ridanciane. Con gli amici adoravamo stare lì a fissarla e tremare d’inquietudine. Che bello quel periodo della vita in cui si è così sereni e spensierati che la paura è solo un gioco.

Abbiamo capito presto che in realtà le voci erano quelle dei disperati che ci andavano a bucarsi e dormire. Chissà che fantasmi vedevano, nei loro viaggi artificiali.

Mi sono rimessa a divagare, a volte mi chiedo se non sto perdendo la testa. Buondì, Rossa, hai sentito il rumore dei croccantini? Ecco, ecco, buon appetito.

Se penso a come li giudicavo e condannavo, quei tossici, da ragazza. Gente che butta via la salute, l’affetto della famiglia, che non ha più rispetto per niente, né per gli altri né per sé, che sabota la propria vita, la lascia scorrere via iniettandosi menzogne nelle vene. E adesso come dovrei giudicare me? Guarda come la lascio scivolare via la mia vita.

Eppure Sergio ci ha provato. “Ci sono coppie che dalla sofferenza per la perdita di un figlio escono più forti, possiamo farcela, Clelia”. Ma non lo volevo ascoltare, non ce la facevo. Perdita… non l’ho mica perso al supermercato, il mio bambino. L’ho aiutato a crescere, a diventare adulto, un giovane adulto meraviglioso e gentile, che aveva tutta la vita davanti. Aveva appena iniziato a costruirsela: la casa, il lavoro… E un imbecille ubriaco gliel’ha tolta. Mentre aspettava il verde a un passaggio pedonale. Cristo! Anni a farmi i patemi quando usciva con la moto e me l’ammazzano a piedi, all’imbocco delle strisce. C’era un’ironia da cogliere?

Non volevo andare avanti, uscirne più forte, trovare obiettivi su cui dirigere il dolore e l’affetto strappato… rabbia e dolore errano la sola cosa che mi restava, e se Sergio non lo capiva poteva andarsene al diavolo, per ricostruirsi e dare un senso alla tragedia, buon per lui!

Eppure, ha fatto resistenza. Cocciuto, ci ha provato e provato, e provato ancora. Ma o colava a fondo con me o tentava di tornare a galla.

Quando se n’è andato, non lo avrei mai confessato, ma ero quasi contenta: un nuovo dolore, un nuovo torto della vita per cui piangermi addosso, in cui abbandonarmi. Potevo urlare “non ho bisogno di nessuno, non ho più nessuno”, riempire il vuoto di lacrime, bestemmie e ricordi. Ricordi… all’inizio forse, ma adesso? Guarda questa cucina, Clelia: cataloghi del market, pubblicità del nuovo centro estetico, con l’invito all’inaugurazione… sei mesi fa. E le scatole delle pizze? Sono ricordi anche quelli? Monumenti alle pizzate della domenica sera quando Luca era piccolo? Luca. Chissà che direbbe, a vedermi così. Io che gli ho insegnato che piangersi addosso non serve a nulla. Fortuna che non può veder… ah, no! Questo no, Clelia, non azzardarti a dire una cosa del genere! Sarebbe finire troppo in basso. Troppo.

Basta con le scuse, con i povera me… non l’hanno strappato solo a me, Luca, ma sono la sola a essermi ridotta così.

Però, forse, posso ancora tirarmene fuori. Basta deciderlo davvero. Potrei iniziare con riprendere possesso della camera. Svuotare poco a poco il letto, il pavimento, poi l’armadio dalle cose inutili… chissà, potrei perfino ritrovarci quella famosa lettera. Sì, ma con la gamba, come faccio? Smettila! Non trovare l’ennesima scusa. Se mi tengo al mancorrente, e vado piano, sono sicura di farcela. Forse poi portare giù tutto sarà più complicato, ma posso far scivolare la roba lungo le scale, o calarla dalla finestra e poi chiamare qualcuno per aiutarmi a portarla via. Chi?

Piano, Clelia, una cosa alla volta, cominciamo con salire le scale.

Un passo alla volta.

Ho deciso: devo andare in camera. Nel prossimo episodio:

  • in camera e all'uscita dalla camera (75%)
    75
  • arrivo in camera e ci resto (25%)
    25
  • qualcosa mi blocca prima di arrivare in camera (0%)
    0
Loading ... Loading ...
Categorie

Lascia un commento

26 Commenti

  • Arriva in camera e ci resta, almeno, questo è quello che vorrei.
    Ciao, B.
    Stavo riflettendo sulle cose che ho conservato e su quelle di cui mi sono liberata e anche io, spesso, penso che potrebbero tornarmi comode, poi le butto o le regalo; non lo avessi fatto, non avrei dovuto comprare materassi e armadio nuovi 😅, ma Clelia ha un problema diverso e con i cumuli nasconde una vita che non le è stata lieve. Bello, fa riflettere ed è, come sempre, ben scritto.

    Alla prossima!

  • Capitolo 3)

    Questo è un proprio un tuffo all’interno dei problemi della protagonista, dell’autocritica e della sofferenza. Trovo che si riuscita a trascinarci a fondo con lei, permettendoci di sperimentare quel dolore profondo che deve essere perdere un figlio e perdere sé stessi. Ben fatto.
    Immagino che sarà nostro compito guidarla verso la luce, a poco a poco, senza strafare, onde evitare di dare al tutto l’impressione di qualcosa di troppo affrettato. Iniziamo col salire queste scale, e vediamo un po’ che succede!

    Aspetto il prossimo. Continua così!

  • Mi viene solo da dire: auguri, sono con te. Non ci sono parole per una tragedia seppur mascherata di disagio e senso di incompletezza. Puoi farcela, prendi quelle scale. Bello il racconto, bella la scrittura, lo considero un regalo.
    Grazie, scelgo che va e resta 🌻🙋‍♂️ciao.

  • Ciao BP, il tuo racconto rende davvero bene la malinconia che si nasconde dietro tante esistenze. La protagonista vive nel passato, non riesce a liberarsene, resta in casa a leccarsi le ferite e non ce la fa ad andare avanti. Voto l’autocritica perché forse ci farà capire qualcosa in più di quanto le è successo.
    Alla prossima! 😀

  • Ciao, B.
    Ti ho mandato in parità le opzioni, ho votato “fantasticherie” e vediamo dove vola la mente di Clelia.
    Semini piccoli indizi che creano aspettative e io sto lì ad aspettare che germoglino e ci raccontino cosa è successo nella vita di questa donna.
    Brava, B. ma non c’è bisogno che te li dica. 🙂

    Alla prossima e Buon Natale!!💫

  • Capitolo 2)

    Ciao Profana!

    In questo capitolo hai voluto insistere un po’ di più si determinati concetti, rendendo evidenti alcuni passaggi, già intuibili, ma trovo che tu sia riuscita a delineare con una certa delicatezza la situazione. Quella che stiamo per affrontare è una bella sfida impegnativa, e metti su noi lettori l’aspettativa e l’onere di decidere verso quale risvolto far propendere la vita di questa persona. Trovo che tu sia riuscita a renderla reale, credibile. Punto sull’autocritica, mi pare un percorso che necessiti di questo passaggio.
    Continua così! 🙂

    Alla prossima!

  • Congratulazioni!
    La tua storia è stata scelta per il primo piano di THe_iNCIPIT ed ha guadagnato una nuova copertina, creata in collaborazione con le intelligenze artificiali
    Questo significa più visibilità, più lettori e più spunti per rendere la scrittura e il gioco ancora più divertenti.
    Condividi il tuo racconto; hai un motivo in più per esserne fiero.

  • Ciao, benvenuta.
    Tocchi un tema piuttosto comune oggi che lasciarsi è facile e ricostruire no. I gatti, i milioni di cani che ci teniamo accanto sono un surrogato di quel che c’era? Lo so, non lo ammetteremmo mai, ma gli indizi, a cominciare dalla incapacità di guardare avanti anziché indietro, ci sono tutti.
    Vediamo, forse il casco da moto potrebbe fare il miracolo…
    La lettura è facile, scorrevole, piacevole.
    Aspetto i prossimi capitoli, auguri, a presto.
    🙋🌻

    • Ciao Ottaviano,
      scusa per il ritardo nella risposta, ho tempi quasi biblici, in questo periodo. Non sono ancora nemmeno riuscita a dare un’occhiata agli altri racconti in corso.
      Sì, come dici tu, lasciarsi andare è facile, riprendersi in mano molto più difficile, soprattutto se non si è sicuri che ne valga la pena. Vedremo cosa farà Clelia.
      Un saluto.

  • Capitolo 1)

    Ciao Profana!

    Ti leggo per la prima volta su The Incipit. Una bella scoperta!
    Lo stile mi piace, anche se alla lunga potrebbe risultare un po’ macchinoso per determinate situazioni. Lo trovo comunque particolare e intrigante. Complimenti!

    Ti segnalo giusto due passaggi: “per la mia mania di non conservare tutte le lettere” credo quel “non” sia di troppo per il senso della storia.

    E questo:
    “Quando ho conosciuto Sergio era alla naia” forse la frase guadagnerebbe più chiarezza con “Quando lo conobbi, Sergio era alla naia” oppure, semplicemente aggiungendo una virgola dopo il nome.

    Spero di essere tornato utile, almeno per la correzione sul file privato 🙂
    Aspetto il prossimo!

    • Ciao.
      Sì, decisamente quel “non” è un rimasuglio da “non buttare”, poi cambiato per eliminare una ripetizione. Ho detto che in questo esperimento andavo un po’ alla spericolata, invece di rileggere millemila volte come mio solito: si vedono subito i risultati.
      La frase sulla naia, invece, non so se la cambierei. Mi piace che il parlato assomigli al parlato “vero”, senza esagerare. Il difficile è sempre riconoscere quando si esagera 🙂

      Per quanto riguarda lo stile della voce narrante, sono perfettamente d’accordo con te: sarà brigoso tenerlo per tutto il racconto, spero di riuscire a spezzarlo con le storie nella storia.
      Avevo bisogno di un break nelle mie routine di scrittura e l’ho fatto fino in fondo: in genere non amo l’io narrante, ancora meno uno in soliloquio come qui, ma mi sono detta “se decidi di giocare, fallo a fondo”. Vedremo come andrà.
      Spero che resterà leggibile.
      Ciao e grazie mille.

  • Ciao, B.
    Bentornata!!!!!!! Sono contenta che tu abbia deciso di cominciare una nuova storia!
    Si comincia con la vita di una donna affranta dagli anni, sepolta dai ricordi, una di quelle persone che oggi chiamerebbero “accumulatrice seriale” una che non butta niente. Anche io vorrei non buttare niente, ma lo faccio di tanto in tanto. Un collega una volta mi disse una cosa molto saggia: “non legarti alle cose perché le cose ti legano” non ha torto. Molti finiscono per affezionarsi troppo agli oggetti, anche quelli inutili e poi ammonticchiano, stipano, incastrano fino a ritrovarsi vittime della loro mania. Le case piene di cose finiscono per essere difficili da tenere in ordine e diventano trappole maleodoranti e malsane.
    So che troverai il modo di raccontarci tante storie con questa storia, ricordi, avventure passate e magari qualche avventura nell’oggi della protagonista. Non ho capito se è tutto dialogo interiore o se parla anche tra sé e con i gatti. Il rimuginìo è tipico delle persone problematiche e credo che questa di persona di problemi ne abbia diversi, anche se ne è consciamente allo scuro.
    Quando dice: “Ve lo immaginate? ” a chi si rivolge la protagonista? Ai lettori, perché se parla tra sé forse io avrei usato “t’immagini”… ma magari parla coi gatti… non so sono le mie riflessioni strampalate, non ci fare caso.
    Aspetto il nuovo episodio, voto la macchina da cucire perché vorrei sentirle raccontare di sua madre o di sua nonna e di qualcosa che riguardi l’infanzia, almeno così immagino io. 😊

    Alla prossima e ancora bentornata!!

    • Ciao K!
      “Ve lo immaginate” era rivolto ai gatti. Ho cercato di darle un interlocutore, anche se asimmetrico, come i gatti, per non farla proprio sproloquiare da sola.
      E direi che hai centrato in pieno la mia intenzione: avendo accantonato l’ambizione del romanzo, continuo a coltivare quella della storia di storie. Mi è venuta questa idea e ho pensato, dai facciamo una prova su TI.
      Facciamo.
      un bacio.

  • Un casco da moto!

    Ciao! Bentornata! Non ho idea di dove vuoi andare a parare con questa storia, ma ti seguo sulla fiducia!
    Abbiamo una che non butta niente come me. Non esce di casa. Chissà se ha un balcone. In compenso ha dei mici abbastanza pazienti: le mie mi tirano la ciotola in faccia, se non gli davo da mangiare all’ora stabilita 😀

    Ciao 🙂

  • Questo sito usa i cookies per migliorare l'esperienza utente. Cliccando su Accetto acconsenti all'utilizzo di cookie tecnici e obbligatori e all'invio di statistiche anonime sull'uso del sito maggiori informazioni

    Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

    Chiudi