Voce del verbo cambiare

Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate

Le mie giornate sembrano uscite da un frullatore.

Sì, esattamente.

Sono una semplice segretaria in un ufficio di provincia, ma sento il peso del mondo sulle spalle. Come se tutte le energie a mia disposizione si esaurissero qui, tra queste scrivanie.

Ho pensato di appendere un cartello “Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate” forse basterebbe a far comprendere l’aria che si respira una volta dentro. E io, che sono una portatrice sana d’ansia, finisco per diventare una spugna per tutte queste emozioni che non so farmi scivolare addosso.

E io non ce la faccio più, ho raggiunto il fondo. Sento l’ansia crescere come una valanga che man mano che rotola porta sempre più neve con sé e diventa sempre più grande. Stiamo solo aspettando che si schianti contro un albero per ritornare semplicemente neve. O che ci porti via con sé.

Forse dovrei trovare un’alternativa, studiare di più per i concorsi, concludere il libro che sto scrivendo, crederci di più.

Se in un posto non ci stai bene vedi di andare via, di scappare altrove, di chiudere.

E io ho sempre avuto un po’ di problemi con questo verbo, come se aspettassi sempre che le situazioni seguissero da sole il loro corso. Come se la gente che non vuole più starci esca dalla tua vita, come se fossi incapace di scegliere e cambiare tutto.

Sarà per questo che ci ho messo troppo tempo per capire che la mia storia era finita, che non eravamo più in grado di farci del bene. E quando due persone non ne sono più capaci, devono accettarlo. Altrimenti sarebbe come prendere una stoffa pregiata e tirarla, tirarla il più possibile. Si slabbra, perde tutta la preziosità e intanto non smetti di pensare a quanto fosse bella prima.

“Tranquilla Emma, oggi verrà un ragazzo e aiuterà un po’ tutti” mi annuncia Enrico così all’improvviso, mentre cerchiamo di districarci tra le carte che ingombrano la scrivania di vetro trasparente. Pensare che era così bella, ora neppure si vede più dato che i bigliettini e le cartelline sono il suo vestito abituale.

Finalmente avrò un collega, che poi non è solo la mole di lavoro a pesare sulle spalle, ma soprattutto la solitudine perché è brutto non potersi confrontare, interfacciarsi solo con uno schermo, non scambiare una parola, una risata.

Il lavoro è cresciuto e non riesco più a gestire tutto, a portare avanti ogni cosa come dovrei e questo mi costringe a pensare al lavoro anche a casa, e non è da me.

Entra un ragazzo e dal suo imbarazzo capisco che non è qui per comprare una caldaia, ma è lui il prescelto, è lui a saltare nella barca con me e a lasciare ogni speranza.

“Piacere Leonardo, io inizio oggi a lavorare. Il signor Enrico non c’è?” mi dice porgendomi la mano.

La voce è calda, il tono basso, il timbro deciso e calibrato, le pause giuste.

“Torna subito, è andato in magazzino. Sono Emma, finalmente qualcuno qui dentro! Benvenuto!” dico di corsa come sempre, con un entusiasmo che di solito non mi appartiene, ma che oggi è tutto mio perché sono troppo felice di condividere questo inferno con qualcuno. E come se potessi riprendere a respirare, non sono sola, non deve passare tutto dalle mie mani, fosse anche solo per rispondere a telefono.

Sorride, ma si vede così poco.

Ha gli occhi neri, i capelli ancor di più e una barba decisamente lunga che ne nasconde i lineamenti. La camicia è nera e il pantalone pure, ma perché?

Emma, tu che avevi fatto strani pensieri vedi? Neanche stavolta troverai l’uomo della tua vita!

Perché sì, ci avevo sperato in un bel colpo di fulmine tipo quelli dei film. Lui arriva con la camicia bianca, il volto glabro, gli occhi verdi e la carnagione chiara e si innamora così, a prima vista e mi bacia tra gli scaffali!

Smettila Emma! Non è un provino per uomini e donne!

“Ehi?” richiama la mia attenzione perché come sempre mi sono persa nei miei pensieri.

“Scusa, mi sono distratta. Puoi ripetere?”

“Che scuola hai fatto? Credo che abbiamo la stessa età, ma non ti ho mai vista”

“La ragioneria, tu? Sì in effetti neanche io, però vabbè io non faccio testo. Le mie amiche dicono sempre che non sono di Alife!” rido.

“Il liceo scientifico. Strano davvero, hai 26 anni come me?” mentre pensa si tocca la barba come se lo aiutasse a concentrarsi.

“Si”

Gli mostro la sua postazione, spiego l’abc per segnare le chiamate di richiesta di manutenzione, di cosa ci occupiamo e lui annuisce convinto.

Mi dà la sensazione che mi ascolti davvero, che presti attenzione ed è un po’ che non mi succedeva visto che sono abituata a ripetere le cose mille volte.

Va bene. Perfetto. Chiarissima le sue parole più frequenti e a me viene voglia di chiedere “ma davvero?”

Enrico rientra e lascio che sia lui (e la sua ansia) a mostrare quello che ha già visto con me, in una maniera sicuramente più convincente, anche se decisamente più prolissa.

Lui annuisce serafico, la barba lo fa con lui piegandosi contro il petto, la mano è sulla pancia.

Trascorsa la mattinata si avvicina alla mia scrivania, il passo è felpato e l’andamento ondeggiante.

“Posso farti una domanda?” chiede.

Cosa chiede Leonardo a Emma?

  • Che ne dici se stasera ci bevessimo una birra? (0%)
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  • Posso avere un trailer di come si vive qua dentro, almeno per avere un'idea? (100%)
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  • Perché sei così stressata? (0%)
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13 Commenti

  • Ciao Annamaria.
    Il capitolo mi è piaciuto, così come le riflessioni che hai fatto.
    Il capitolo è ben scritto, tranne qualche piccolo refuso qua e la. Personalmente avrei chiuso il capitolo al “Bum.” finale, ma è la tua storia e quindi giusto che la formuli a modo tuo.
    Leonardo potrebbe chiederle cosa volesse Tonino.

  • Ciao annamaria.
    Ho trovato la tua storia per caso tra le ultime aggiunte. Il primo capitolo molto leggero, introduttivo e che fa capire come è l’ambiente lavorativo e come è la protagonista. Il secondo capitolo molto meglio, ampli la conoscenza di Emma parlando di ciò che prova e delle domande che si fa e, indirettamente, anche del suo passato con Carlo.

    Voto per Ludovica e al prossimo capitolo 🙋‍♂️

  • Ciao!
    Ho votato per la seconda opzione perché sennò sembrerebbe come affrettare il racconto e il corso degli eventi. L’affinità cresce piano piano.
    Comunque ho notato che non aggiorni da un po’, spero torni a scrivere presto perché il primo capitolo mi è piaciuto. A presto 🙂

  • Ciao Annamaria!
    Beh ovviamente qui ci vuole un bel trailer su come vanno le cose in ufficio!! Già me lo immagino!
    Mi piace il tuo stile, a tratti intravedo un’ autoironia fantastica! La protagonista deve avere un bel caratterino, e non vedo l’ ora di sentirla terrorizzare il nuovo arrivato ?
    Ti seguo!
    Ps: anche la mia Pervinca lavora come impiegata e preferirebbe farsi asfaltare da un carrarmato che entrare in ufficio!

  • Ciao, bemvenuta. Dai piccoli uffici possono partire grandi storie. Vediamo cosa ci proporrai in seguito. Per ora bene, mi piace. La ragazza avrà compagnia e forse un amico in più, o una storia, chissà, l’ufficio è complice!
    C’è una frase che non ho capito: “Enrico rientra e lascio che sia lui (e la sua ansia) a mostrare quello che ha già visto con me, in una maniera sicuramente più convincente, anche se decisamente più prolissa”.
    Auguri, a presto!?? ciao

  • Capitolo 1)

    Ciao Annamaria!

    Ti leggo per la prima vota su The Incipit: benvenuta!
    Il capitolo è scorrevole, anche se in qualche passaggio c’è da ricontrollare qualcosina. Dai “Si” senza accento, alla mancanza di ” . ” al termine di alcune frase. Nulla di troppo grave.
    C’è poi il passaggio a seguito del “chiarissima” che non ho trovato proprio chiarissimo.
    L’idea è simpatica, e sono curioso di sapere come proseguirai.
    Non sono un amante delle storie rosa – anche se proprio adesso mi sto cimentando nella scrittura di una – ma voglio vedere come andrai avanti!

    Alla prossima!

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