Giosuè Casare

Chi sono?

“Ahaaaaaaaaaaa..!!.” ho aperto gli occhi che ancora stavo gridando e mi sono sentito immediatamente molto, molto stupido. Tanti troppi occhi erano puntati su di me e mi fissavano, incuriositi divertiti, spaventati a loro volta. L’assistente del volo si era precipitato su di me e a furia di scrolloni mi aveva svegliato dall’incubo nel quale ero finito.

“Va tutto bene, Signore?”, mi chiede.

Imbarazzato come pochi cerco di darmi un contegno che non ho, mi sistemo meglio nel sedile e annuisco lanciando appena una occhiata a lui e agli altri che divertiti ritornano nei loro mondi. Gli chiedo un bicchiere d’acqua per calmare il cuore che non ne vuole sapere di decellerare. Lui annuisce e procede.

Non riesco ad afferrare il sogno che stavo facendo. E li vicino, ma sembra fuori portata. Per fortuna il sedile accanto al mio è vuoto. Prendo fiato e mi sistemo un po’ di traverso per distendere le gambe. Oltre i sedili c’è l’oblò del finestrino, subito prima dell’ala. Ho una vista limitata, ma pur sempre una vista a differenza dei posti centrali. Stiamo sorvolando le montagne, si vedono le cime coperte di neve e le basse nuvole biancastre che cozzano loro contro. qualche piccola turbolenza la sentiamo a causa delle correnti, ma niente di drammatico. Lo steward mi porta l’acqua e se ne va.

Bevo un sorso e lo appoggio sul tavolinetto del sedile vuoto, poi prendo lo zainetto con il quale viaggio sempre e guardo ancora una volta la destinazione. Torino.

Non ho idea del perchè abbia scelto di scendere a Torino.

In realtà in questo momento non ho idea del perchè sia in volo o da dove sia partito..il biglietto dice Monaco, ma dovessi esserne certo non me lo ricordo.

il biglietto e a nome di Casare Giosuè. immagino dovrei essere io, non me lo ricordo. Momento di panico. Cerco i miei documenti, devo averli dei documenti per essere salito su di un volo. Eccoli. Passaporto, carta d’identità elettronica, tutti indicano lo stesso nominativo, la stessa foto. Quello dovrei essere io? Non ho uno specchio per guardarmi, ma in bagno uno specchio c’è. Mi alzo e lo steward mi fulmina con lo sguardo,  indica sopra di me il display che annuncia cinture allacciate, mentre dall’interfono si annuncia l’imminente discesa sull’areoporto di Torino.

E niente torno a sedermi.

L’atterraggio è pulito. Appena le ruote hanno toccato l’asfalto gli altri occupanti del mezzo si sono alzati tutti in blocco a recuperare i loro oggetti. ho preferito aspettare visto che stava ancora rullando fino al gate.

Si può perdere la memoria così? mi chiesi mentre guardavo gli altri affannarsi. Non riuscivo a ricordare cosa ci fossi andato a fare a Monaco, o se ero a Monaco cosa ci stessi andando a fare a Torino. Niente. tabula rasa.

Portelloni aperti, la gente stava uscendo. Mi alzai e mi misi in coda. Salutai l’assistente di volo che era già impegnato a fare altro.

L’aria era gonfia di odore di nafta. Un velivolo si stava muovendo sulle piste per raggiungere la rampa di decollo. Il gruppo dei miei compari di volo si muoveva in scame verso l’ingresso dello scalo.

“Non di la” mi disse una voce e la mano che mi si piantò sulla spalla destra trattenendomi. “Da questa parte!” mi tirò via dallo scame conducendomi verso altri lidi.

“Ehi che diavolo!” protestai ad alta voce. Il rumore dei jet però copriva quasi tutto. ERano in due. Uno mi teneva per le spalle e il suo compare, dopo avermi bloccato il braccio dietro la schiena, mi spingeva in avanti per un ingresso laterale. Sparimmo in tre dietro a dei vetri a specchio.

“Lasciatemi stare o chiamo le guardie!”, protestai cercando di scrollarmeli di dosso.

L’energumeno che serrava il mio braccio lo fece un po’ di più strappandomi un sussulto. “Urla quanto ti pare” disse lui.

“Giosuè, Casare. Nato a Monaco di Baviera. ma davvero?”. il primo dei due mise la foto del passaporto accanto alla sua faccia per paragone. “Il 4/ 07/ 1960, ma davvero?” ripeteva. “Ci avete preso per dei completi idioti?” quanto hai pagato per imbarcarti con questi documenti? sei il suo prestanome o semplicemente sei talmente stupido da averlo fatto?!”.

A quel punto lui, si vide. Nel vetro a specchio delle porte. Oltre i due energumeni che lo tenevano. Capelli scuri, ingrigiti. Viso ovale, carnagione chiara, barba incolta. Non l’immagine del passaporto. neppure una rassomiglianza. scuoteva la testa incredulo.

I due uomini si scambiarono una occhiata d’intesa. “In ogni caso adesso andiamo al commissariato. Dovrà formire un bel po’ di spiegazioni!”. Lo amanettarono e lui non oppose alcuna resistenza. 

Cosa succede adesso?

  • Il blocco di memoria.. (0%)
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  • Lo credono un prestanome molto stupido (50%)
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  • LO ingabbiano per falsa identità (50%)
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1 Commenti

  • Ciao, benvenuto, lo credono un prestanome. Ai vuoti di memoria non crede mai nessuno!
    Storia aperta a mille indirizzi ma è una avventura: giusto così.
    C’è qualche refuso in giro, niente di che, mi sembra un buon incipit da seguire…
    Alla prossima. ?‍♂️

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