BIANCO

Dove eravamo rimasti?

Ora puoi leggere il primo capitolo! Solo allora, ma solo se ti va, potrai scegliere la parola che caratterizzerà l'ultima puntata :) Coppia (67%)

Due

Me ne sto lì, con la pala stretta nelle mani, a fissare Clo. Si sta strappando i vestiti di dosso, e continua a fissarmi col suo sguardo vacuo. I suoi occhi bianchi, enormi, sono la cosa più orrenda che abbia mai visto.
Arretro nel bianco, e lei viene verso di me, nuda, emettendo ruggiti che mi fanno accapponare la pelle. E allora i mucchi di neve attorno a noi si animano, e i mostri si svegliano. Attaccano ad annusare l’aria, i loro artigli fendono il buio.
Le bocche si spalancano, i loro denti aguzzi brillano, i loro versi diventano uno.
Vengono verso di me, che me ne sto lì, con il manico della pala stretto tra le mani e le guance rigate da spesse lacrime congelate, a fissare gli occhi bianchi di Clo.

Il primo sparo mi fa sobbalzare, un’esplosione inaspettata che fa saltare via la testa a uno dei mostri. Gli altri si chinano, annusano con curiosità il corpo caduto che si mimetizza nella neve. Mi volto, e vedo il papà di Clo con il fucile in mano. Sotto il fucile c’è Giulia, con la testa leggermente abbassata e le mani guantate a tapparsi le orecchie.

«Vin!», urla il papà di Clo. Poi prende la mira, poi un altro botto, poi un altro mostro cade nella neve. «Muoviti Vin!»

Corro nella sua direzione, con i ruggiti mostruosi e i boati degli spari nelle orecchie.

«Sono qui», dico sollevando Giulia. Lei si stringe a me, le sue labbra fredde contro la mia faccia stanno tremando di freddo e di paura.

«Andate!» Un altro sparo, un altro mostro che casca nel bianco. «Prendete l’auto, forza!» Abbassa la canna del fucile, infila la mano in tasca e mi dà il mazzo delle chiavi. «Prenditi cura di lei, Vin: io devo restare qui.»

«Ma…»

«Ho detto andate!» Il suo urlo s’incrina, si china verso Giulia e le dà un piccolo bacio sulla berretta di lana. Sta piangendo come un bambino quando mi mette una mano sulla spalla e mi mormora buona fortuna. Poi la stessa mano mi allontana con forza, e incomincio a correre verso il nostro ultimo rifugio, inciampando nel bianco, facendo attenzione a non calpestare i mucchi di neve.
Gli spari riprendono, le urla dei mostri crescono di intensità.
L’ultima cosa che riesco a distinguere è la voce di quell’uomo buono che grida il nome di Clo. La mia Clo.

*

È passato tanto tempo.
Non so quantificarlo, ma ora Giulia mi arriva alla spalla e le mie guance sono ricoperte da una lunga barba. È passato tanto tempo, da quando tutto è iniziato, e la sola cosa che non è cambiata è la neve che cade dal cielo bianco.
Siamo riusciti ad arrivare al mare, e siamo rimasti senza parole: il mare non è più mare, è solo una distesa ghiacciata. Un’infinita distesa ghiacciata.

«Cosa vuoi fare?», ho chiesto a Giulia. Era ancora piccola, quel giorno, quando l’ho sentita tirare su col naso.

«Se attraversiamo il mare, mamma e papà non ci troveranno, vero Vin?»

«No, Giulia», le ho risposto senza aggiungere altro.

«Ti ricordi quando eravamo alla casa del nonno, Vin? Ti ricordi che mamma mi parlava sempre nell’orecchio?»

«Sì», le ho detto. «Mi son sempre chiesto cos…» E in quel momento la nostalgia della vita di un tempo, della vita normale, mi ha aggredito. Ricordo di essere rimasto lì, a farmi aggredire, mentre lo stomaco mi si attorcigliava.

«Mi diceva che un giorno avrei fatto il bagno al mare. Indosserai un costume bellissimo, mi diceva, rosso. E te ne starai sdraiata al sole fino a che la pelle incomincerà a pizzicarti. Lo senti, quel sole, Giulia? Lo senti come è caldo?» La sua voce non tremava, quel giorno: mi sembrava di parlare con una donna, non con una bambina di quattro cinque anni. «Vin ti porterà al mare, Giulia, mi diceva. Stagli vicino, a tuo fratello, ok? Stagli sempre vicino

Ho sentito la sua piccola mano guantata che cercava e trovava la mia. Ricordo di averla stratta, ricordo la forza con cui Giulia ha stretto la mia.

«Quanta benzina hai?», mi ha chiesto quel giorno.

«Ho il serbatoio pieno.»

«Andiamo», ha detto Giulia. E per un attimo ho pensato che lì, sotto le bende sporche che le coprivano gli occhi, si stessero formando le lacrime.

Abbiamo attraversato il mare ghiacciato, esplorato paesi nuovi, mangiato cibi confezionati con nomi strani e impronunciabili. Abbiamo fatto tutte queste cose in silenzio, insieme, io e lei, e non abbiamo incontrato né mostri né esseri umani.

Giulia non si è più tolta le bende. Ogni tanto se le cambia, e io l’aiuto, ma non ha mai aperto gli occhi. Mi sono scordato il loro colore, così come ho scordato il colore dei miei.

Abbiamo attraversato altri mari, ho guidato decine di automobili diverse; abbiamo sentito i vestiti farsi piccoli, le scarpe stringerci i piedi fino a fare male. Le ho tagliato i capelli decine di volte, le ho scartato dozzine di aspirine effervescenti e comprato valanghe di fazzoletti di carta.

Siamo ancora vivi, in viaggio, in cerca di un mare dove fare il bagno, con in testa ancora le stesse domande che ci assillano da sempre.
L’unica cosa che sappiamo, l’unica cosa certa, è che ci servono fazzoletti di carta:
ché domani ci saranno nasi da soffiare. E lacrime da asciugare.

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118 Commenti

  • Martha, allora ti piace cucinare, leggere e uccidere zombie. Beh, in un certo senso, se ti piace la follia e il disordine mentale che proviene dalle numerose famiglie del Sud non puoi non leggere il mio giallo ” l’intricata vicenda della famiglia Mantaburro”. Bello la tua storia, aspetto altro da te .😍

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