BIANCO

Dove eravamo rimasti?

Ti va di scegliere il personaggio che ****** nel prossimo episodio? Papà (63%)

Invisibili

Le giornate sono lunghe e noiose. E fredde.
La noia ti stritola, soprattutto durante il giorno; poi arriva la notte, la paura comincia a graffiarti il cuore e a rosicchiarti il cervello, e alla noia non ci pensi più.

Mi ritrovo a piangere, di notte, quando la paura diventa insopportabile. Faccio fatica a respirare, di notte, perché mi premo il tessuto della coperta sulla faccia per non farmi sentire dagli altri.
Poi mi addormento.
Poi mi sveglio.
Poi mi annoio.
E poi arrivano la paura e le lacrime.
Poi mi addormento.
E poi mi sveglio.
È ciclico, un po’ come il meteo là fuori: neve, pioggia e neve. Neve, pioggia e ancora neve.

Viviamo in cinque, in questa casa: io, Giulia, Papà, Mamma e la Paura.
La nostra vecchia casa giù in città l’abbiamo abbandonata, ce la siamo dimenticata come ci si può dimenticare di andare a buttare l’immondizia. Non ci pensiamo più, alla vecchia casa: o almeno non ne parliamo più, della vecchia casa.

Io, all’inizio, i primi giorni che ci siamo trasferiti qui, ne avrei voluto parlare. Ma ho capito che non è il caso: i miei genitori sono agitati, soprattutto Papà, e basta un niente per farli esplodere.
Si finisce sempre che poi si inizia a urlare, e le urla vengono messe a tacere con la forza: mani gelide sulle labbra livide, occhi impauriti. E la voce sussurrata – che sia quella di Mamma o quella di Papà, ha lo stesso tono – che dice shhh!, scusa, scusa! Che dice non dobbiamo far rumore. Che dice nessuno deve sapere che siamo qui.
È ciclico. È come rivedere la stessa puntata della stessa serie TV: alla fine finisci che impari a memoria le battute.

Papà ci ha portati nella casa che il nonno ha comprato qualche anno fa: alle volte ci veniamo per passare qualche week end o per fare una grigliata. È una specie di casa delle vacanze, ché mio nonno abita nello stesso viale dove abitiamo noi. Dove abitavamo noi.

La casa delle vacanze non è distante, dalla città, ma qui non ci sono case per chilometri e chilometri. E quindi non ci sono persone. E quindi non ci sono neanche i mostri.
Ci sono pini innevati, e mucchi di neve. E basta.

Abbiamo lasciato il furgone sul ciglio della strada; ce la siamo fatta tutta a piedi, col vento che ci fischiava nelle orecchie.

Di tanto in tanto, sopra di noi, sfrecciava qualche aereo a bassa quota o qualche elicottero. Nessuno ci ha visto, nessuno sa che siamo qui.
Il paese, coi negozi, i mostri e tutto il caos, dista quindici chilometri. Così mi ha detto Papà.

«In dispensa non è rimasto granché», dice Papà. È seduto sullo sgabello, accanto alla finestra, come sempre. Con due dita tiene sollevato il lembo della tenda arancione: sta guardando fuori, come sempre.

«Possiamo accendere un fuoco, un fuoco piccolo, per scongelare la carne che c’è nel freezer… », dice Mamma. Mamma è seduta sul divano, con Giulia in braccio. Una pesante coperta di lana avvolge entrambe.

«Niente fuochi, niente gas, niente luce: nessuno deve sapere che siamo qui», dice Papà.

«Ma come… »

«Penserò a qualcosa. Ci penserò io, tranquilla», dice Papà. Ma io non ci credo. Papà è cambiato: non ha più la voce rassicurante che ha sempre avuto. Tutta colpa della paura.

Mi alzo, vado a vedere in dispensa: meglio farlo ora, con la luce bianca che entra dalle finestre.

«NON ACCENDERE LA LUC… », mi urla Papà. Poi si tappa la bocca con entrambe le mani , e sembra che gli occhi gli escano dalle orbite. Inizia a dondolare sullo sgabello, ripete shhh!, scusa, scusa! Ripete non dobbiamo far rumore.
Ripete nessuno deve sapere che siamo qui.

Guardo Mamma, e Mamma guarda me. Nei suoi occhi ci vedo terrore e disperazione. Deglutisco, mostro loro il pollice alzato e vado in dispensa. Lentamente.
Dei quattro scaffali che abbiamo trovato strapieni di scorte, è rimasto solo qualche pacco di inutile pasta. Quattro lattine di fagioli, tre lattine di mais e una confezione di crostini integrali. Un barattolo di marmellata alla fragola e diversi pacchi di farina. Un brivido mi corre lungo la schiena e mi fa sudare le ascelle.

Decido di fare due chiacchiere con Papà. Lo raggiungo alla finestra, gli sussurro nell’orecchio.

«Dobbiamo andare a cercare qualcosa da mangiare.»

«Lo so.»

«Ci possiamo andare adesso, insieme.»

Lui scuote la testa, fa per dire qualcosa, poi si porta le mani alla faccia e si tappa la bocca. I suoi occhi sono due palline da ping pong rigate di sangue, e la cosa mi dà la strizza.

Mi volto, la mano che stringe ancora la giacca a vento di mio padre; guardo Mamma: sta dando i bacini sulla guancia a Giulia. Le sta mormorando qualcosa all’orecchio che sembra interessarle molto, e intanto guarda me. Mamma mi annuisce. Tra un bacino a Giulia e un altro, mi annuisce diverse volte.

«Papà», gli bisbiglio sfiorandogli la spalla. «Ci sono io, ti aiuto io… »

«Sei troppo piccolo, Vin», dice lui. «Come credi di fare, là fuori, eh? Come CAZZO CREDI DI FARE, EH?»

Poi si tappa la bocca, come sempre, e inizia a dondolare sullo sgabello.

Sussurra shhh!, scusa, scusa!
Sussurra non dobbiamo far rumore.
Sussurra nessuno deve sapere che siamo qui.

Ti va di scegliere una parola che caratterizzerà il prossimo capitolo?

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  • Persone (14%)
    14
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    71
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118 Commenti

  • Martha, allora ti piace cucinare, leggere e uccidere zombie. Beh, in un certo senso, se ti piace la follia e il disordine mentale che proviene dalle numerose famiglie del Sud non puoi non leggere il mio giallo ” l’intricata vicenda della famiglia Mantaburro”. Bello la tua storia, aspetto altro da te .😍

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