BIANCO

Dove eravamo rimasti?

Ti va di scegliere una parola che caratterizzerà il prossimo capitolo? Stupore (83%)

Stupore

Mi stupisco, quando la portiera si apre; mi stupisco quando il papà di Clo mi strappa Giulia dalle mani e incomincia a correre.
Mi stupisco delle mie mani insanguinate, delle lacrime che scorrono dagli occhi di Clo mentre mi dice Vin, forza, dai! Forse ci stanno seguendo, veloce!
Mi stupisco della forza delle sue braccia, che scuotono le mie.
Mi stupisco di come il mio corpo incominci a fare cose senza che sia io a chiederglielo.
E così mi ritrovo in un corridoio semibuio, che sembra quello di un ospedale, con gli zaini in spalla e un fucile stretto tra le mani.

«Sai sparare?»

La voce ansimante di Clo arriva e poi va via, come le altre frasi che le escono dalla bocca.
Mi prende il fucile dalle mani, e io mi stupisco della gentilezza delle sue.
Provo un’irresistibile voglia di baciarla, poi vomito sul pavimento.
Poi perdo i sensi.

*

Sono passati diversi giorni, forse una settimana: i tizi che ci hanno sparato in autostrada non ci hanno seguito, ma il nervosismo è ancora alto, e le orecchie ancora ci fischiano per via dei loro spari.
Non siamo tranquilli per niente: passiamo il tempo a sorvegliare le finestre che danno sulla strada, a guardare la neve che cade, a raccontare storielle a Giulia.
Il papà di Clo le ha staccato dalla faccia tutti i frammenti di vetro, uno per uno, e giorno dopo giorno continua a farlo perché ne trova sempre di nuovi.
Ha detto che Giulia potrebbe perdere la vista.

*

Spuntano solo le labbra, e anche quelle sono ricoperte di piccole ferite che continuano a riaprirsi.
Prendo un cotton fioc imbevuto d’acqua, glielo passo sopra e poi ci soffio. Così, per cercare di farla ridere un po’.
Giulia però non ride mai.
Parla poco, si tocca spesso le bende che le ricoprono il viso: mi chiede quando potrà riaprire gli occhi.
Clo e il suo papà sono in giro a cercare cibo, e allora dico a Giulia che adesso le do un’occhiata e comincio a svolgere le bende.
Faccio attenzione, ché le ferite continuano a rilasciare sangue e pus, e si attaccano al tessuto. Procedo piano, e quando stacco quelle sugli occhi, quando sollevo i tamponi di garza, vorrei non averlo mai fatto.
Le palpebre di Giulia sono ridotte malissimo, sembrano lembi di stoffa rosicchiati dai topi. E hanno un colorito violaceo orrendo. Il pus giallo e grumoso che le sgorga abbondante dagli occhi rende tutto ancora più ripugnante.
Il papà di Clo non fa altro che disinfettare e disinfettare, mi ha detto Clo. Vorrebbe somministrarle qualche medicinale, ma non ha la minima idea di cosa dovrebbe darle.
E allora antinfiammatori, e allora antidolorifici. Cose per farle abbassare la febbre che la tormenta da settimane.

*

Il papà di Clo mi ha insegnato a guidare, ed è da qualche giorno che andiamo insieme a fare scorte in un negozio che ha un magazzino ancora ben fornito. Su quegli scaffali ci troviamo un po’ di tutto: maglioni, calze e mutande calde, bombolette per il fornelletto a gas. Coltelli da caccia. Proiettili.

«Se mi dovesse succedere qualcosa voglio che porti mia figlia verso sud, al mare, me lo prometti?»

Sono solo un ragazzino, ho una sorella a cui pensare e mille dubbi su che cosa sia giusto raccontarle. Ma quando quell’uomo mi ha fatto quella richiesta ho subito risposto di sì. Non saprei immaginare la mia vita senza Clo: Clo è la sola cosa positiva, in questo momento.
Abbiamo poco cibo, non ci sentiamo sicuri, e Giulia ha ancora la febbre: solo i piccoli baci che ci scambiamo io e Clo di notte, quando gli altri dormono, hanno il potere di farmi volare lontano da qui.

«Sì», gli ho risposto. «Te lo prometto.»

«Bravo ragazzo», ha detto lui dandomi una grattata al berretto di lana che ormai porto giorno e notte. «Domani ti insegno a sparare.»

*

Oggi Clo mi ha detto di aver visto in lontananza l’auto dei tizi che ci hanno sparato in autostrada, mi ha detto che ha sentito altri spari: il suo papà crede che sia meglio spostarsi, presto.
Mi ha detto anche che ha visto i mostri, che quando quell’auto è passata è stato come se li avesse risvegliati. Che si sono alzati dalla strada, che all’inizio pensava fossero solo mucchi di neve, e che hanno incominciato a correre dietro l’automobile. Urlando in un modo talmente pauroso che le è venuta la pelle d’oca.

*

Penso spesso ai mostri, anche se ormai siamo lontani dal posto in cui Clo li ha visti.
Ci stiamo dirigendo verso sud, verso il mare. Guardo il panorama dal finestrino, osservo i mucchi di neve con il cuore in gola, descrivo ciò che vedo a Giulia.
Non so quantificare quanto tempo è passato dal suo incidente, ma so con certezza che sta meglio. Ha ancora le bende sugli occhi, ma il pus ora è diminuito, e le sue palpebre fanno meno paura.
La sera, quando fa buio pesto, le cambio le bende e le chiedo se se la sente di provare ad aprire gli occhi. Giulia mi dice che non li vuole riaprire mai più. Ché ha meno paura, se tiene gli occhi chiusi.
Guardo il panorama dal finestrino, osservo i mucchi di neve con il cuore in gola, descrivo ciò che vedo a Giulia.
Mi stupisco nel pensare che vorrei vedere un mostro alzarsi dalla neve.

Ti va di scegliere la parola che caratterizzerà il penultimo capitolo?

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118 Commenti

  • Martha, allora ti piace cucinare, leggere e uccidere zombie. Beh, in un certo senso, se ti piace la follia e il disordine mentale che proviene dalle numerose famiglie del Sud non puoi non leggere il mio giallo ” l’intricata vicenda della famiglia Mantaburro”. Bello la tua storia, aspetto altro da te .😍

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