Una figlia per mamma

Speranze perdute

Alle volte ci si perde nella speranza di un futuro. Si abbandona il presente, si vive nell’ipotesi. Alle volte si ricade nel passato perché troppo impegnati a guardare al futuro. La promessa di un futuro che non esiste, la promessa di un futuro che probabilmente appare come un miraggio in un’oasi di felicità. Le fantasie superano la realtà e ci portano a vivere in una dimensione distorta di eccitazione perenne verso un desiderio che ci sembra vicino. Quando trovi l’amore  per te stessa perdi la voglia di sopportare i difetti degli altri, se trovi l’amore per gli altri perdi quello per te stessa. I compromessi ,una parola semplice per descrivere in realtà il meccanismo intrinseco di perdere un pezzo di sé stessi per stare con altri. Siamo animali sociali , diceva Aristotele, ma se consideriamo la socialità di oggi, forse non siamo veramente animali sociali, siamo ingabbiati nella credenza di esserlo e quindi di dover stare con o in qualcosa per identificarci . Chi lo ha detto che l’uomo non è un’animale da solitudine, che caccia per fame e per istinto e poi ripete il ciclo? Chi lo dice che l’uomo, anzi, non sia l’animale da solitudine per eccellenza? Forse si confonde la noia , con il bisogno di stare nel sociale. La noia arriva perché i mezzi per arrivare ai prodotti necessari alla soddisfazione dei fabbisogni primari sono sempre più diretti. Rimane quindi l’unica azione di socializzare per far passare la noia.

O per lo meno è quello che ho sempre pensato io , quando posavo i miei occhi da bambina sulla luna in terrazzo, godendo della solitudine e della tranquillità di quelle notti , assaporando il piacere di stare sola con i propri pensieri. Anche se purtroppo quegli occhi che guardavano alla notte , riuscivano raramente ad assaporare la tranquillità. 

-bimba mia, stai bene?- mi chiedeva con voce ferma mia nonna.

Non rispondevo, facevo di si con il capo e continuavo a guardare in lontananza i miei pensieri. E poi come la maggior parte delle sere della mia infanzia, il primo squillo, poi il secondo, il volto teso di mia nonna e le sue parole sentite migliaia di volte: – dobbiamo andare, tua mamma.- non finiva nemmeno la frase che avevo già capito. Lo avevo vissuto così tante volte che ormai non chiedevo nemmeno più cosa stesse succedendo, captavo le informazioni come un antenna con i segnali radar . 

In quel momento non esisteva la preoccupazione per la scuola l’indomani mattina, importava solo agire e in fretta. Ancora in pigiama ma ormai non più assonnata mi trascinavo nell’assoluto silenzio fino alla macchina. Mi sedevo, allacciavo la mia cintura e via al salvataggio di mia mamma . Mia mamma è sempre stata una barca alla deriva , un relitto di se stessa, un intrecciarsi aggrovigliato di problemi, un esacerbarsi di vizi , virtù e perdizioni. Lei era la bambina e io l’adulta. Lei era la paziente e io sarei dovuta essere la sua cura . 

Con la faccia schiacciata sul finestrino, contavo gli alberi e assorbivo il paesaggio notturno. Mi godevo il viaggio, perché sapevo cosa ci sarebbe stato alla sua fine. Il tempo era coperto dai piccoli discorsi fra me e mia nonna che ogni tanto riempivano quei sedili freddi. Poi arrivava tutto ad una fine. Ci bloccavamo e con il cuore in gola aspettavo di sapere cosa sarebbe stato questa volta. DRIIN . Chiamata in cui riesco a captare le informazioni mamma, droga, scogliera e fidanzato che si vuole buttare. Metto insieme il puzzle e mi rendo conto che è uno degli ennesimi buchi neri in cui lei si faceva assorbire. Ascolto la risposta di mia nonna – lascialo buttare, non ha intenzione di farlo davvero, lo avrebbe già fatto altrimenti. È un modo per attirare la tua attenzione ed ottenere quello che vuole. -. Ma cosa voleva questo ragazzo, questo fantomatico fidanzato da mia mamma? Perché facevano continuamente a gara a chi fosse più giù nel baratro e perché si tiravano sotto quando vedevano che uno dei due sarebbe potuto uscire da quel buio? Non lo capivo . Solo ora che sono grande , capisco la loro relazione tossica, ma a quel tempo per me era tutto semplificabile in un non sto con quella persona se non è un rapporto che mi porta qualcosa di buono. L’apprensione da mamma sugli occhi di mia nonna si faceva sempre più visibile. – Rimani qui , torno subito, controllo dov è e ritorno. Chiuditi dentro non si sa mai. –  spariva così anche la mia unica figura di riferimento e rimanevo sola a cercare di capire quel mondo , quel mondo che non avrei dovuto vedere e nemmeno capire a 6 anni . Tornata sembrava più preoccupata di prima, forse perché aveva trovato siringhe in terra o forse perché non sapeva come aiutare la figlia senza fare preoccupare la nipote. Divisa fra l’amore per la figlia e per la nipote per tranquillizzarmi mi diceva ecco tua mamma , vedi sta bene. La mia mamma : una donna con gli occhi spalancati , vitrei, che stava appoggiata da fuori al finestrino dell’ auto e sbiascicava parole incomprensibili .

Che fine faranno queste tre donne ?

  • Affrontano la vita passando periodi separate (50%)
    50
  • Continuano in un ciclo di dipendenza affettiva tossica (50%)
    50
  • Si sacrifica una per il bene di entrambe (0%)
    0
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16 Commenti

  • Ciao.
    Come al solito la tua scrittura mi piace molto. Tratti temi delicati e questa narrazione stile diario/flusso di coscienza si addice perfettamente ai temi e alla narrazione. Storia molto molto realistica e coerente, tanto che sembra che siano cose realmente vissute.

    Molto realistica la parte in cui la ragazza ha paura ad andare da uno psicologo dato che spesso le persone lo vedono come “uno per i pazzi”. Spesso la paura dei giudizi degli altri supera il dolore che si prova e il sentimento profondo e convinto che si debba chiedere aiuto. Quella parte è molto vicina a me e dunque mi è piaciuto molto come l’hai scritta e narrata.

    Come ti dicevo questo stile grezzo, a mo’ di flusso di coscienza mi piace molto e lo trovo molto azzeccato alla narrazione. Sembra di leggere le pagine del diario passato della protagonista che, pagina dopo pagine, porteranno a quello che è lei oggi, nel bene e nel male.

    Unico appunto, opinione personale, io avrei diviso in due capitoli il periodo di quello che sembra un disturbo alimentare, che spesso è un’auto-punizione che ci si infligge per cercare di riprendersi, ma che alla fine porta ad tutta un’altra serie di problemi (“Potevo decidere io di riprendermi un pochino di potere. Quella voglia di potere, regole e indipendenza sfociò però presto in un’ossessione verso il mio nemico numero uno: il cibo” come scrivi tu stessa) e il periodo in cui si rende conto di avere un altro nuovo e importante problema e il percorso che l’avrebbe poi portata alla prima seduta, quasi obbligata, con lo psicologo.

    Curioso di leggere il prossimo capitolo. A presto! 🙋‍♂️

  • Ciao, con quello che racconti in questo capitolo potevi farcene tre o quattro. Tanta roba, troppa, accorata e disordinata, come se la stessi vivendo adesso per davvero. È un diario, non è propriamente letteratura, ci sono molte cose da correggere che invece in un diario privato andrebbero benissimo.
    Io proverei, come detto sopra a riscrivere tutto prendendomi molto più spazio, questi sono temi già molti dibattuti e raccontati, se vuoi aggiungere qualcosa di veramente tuo, originale, fallo con calma, hai sette capitoli ancora per approdare da qualche parte.
    Tante cose da correggere dicevo e a mio avviso una bellissima che le riscatta tutte: “… sarei automaticamente diventata il mio dolore…”. Questa frase, il concetto che esprime è potentissimo. Complimenti. Andiamo avanti, con calma mi raccomando😉
    Voto la nuova possibilità. 🙋‍♂️🌻

  • Ciao.
    Capitolo molto pesante nelle tematiche. Ancora una volta c’è il conflitto interiore tra l’amore per una figlia che ormai non può più redimersi e l’amore per una nipote che non ha scelto di nascere in quell’ambiente e che, in maniera anche egoistica, è “usata” come strumento per redimersi dagli errori commessi.
    Per quanto riguarda la scrittura è vero come detto da Dimensione Nuova che il testo può risultare un po’ pesante, ma è anche vero che questo stile di completa narrazione, secondo me, è ottimo per il tipo di racconto che stai portando.
    Da quello che scrivi è come se il narratore (che parlando in prima persona si deduce sia la protagonista) descriva la sua vita vissuta in una specie di diario o semplicemente per raccontare ciò che ha passato. A me questo stile piace molto e, se questo è lo stile che vuoi portare, continua così.
    Nel testo scrivi letteralmente “ora sono nei primi anni della mia vita adulta”, quindi è incoerente l’opzione in cui la ragazza si suicida, ma forse dovrei intenderlo come “la ragazza. si suicida una volta diventata adulta”.
    Mi piace come stai trattando gli argomenti: l’intelligenza di capire e dare il giusto valore a quello che è un genitore, indipendentemente dalle scelte, il fatto che un dolore causato involontariamente non faccia meno male di uno causato in modo volontario.
    Come scrivi nelle battute finali il dolore non passa facilmente, anzi spesso logora dal profondo. Pertanto trovo molto sensato per la ragazzina ormai adulta intraprendere un percorso per confrontarsi con i propri demoni e il proprio dolore interiore.
    Continua così che stai facendo un bel lavoro e al prossimo capitolo!

  • Un capitolo piuttosto forte , tratta una tematica importante ed io credo che dica anche molte verità … alle volte scomode da ammettere…immagino sia quella la parte più difficile , ammettere quelle verità, quindi convinto io voto per intraprendere un percorso … o almeno provarci .
    Mi è molto piaciuto . complimenti

  • Ciao ilraccontavita.
    Incipit molto crudo di una famiglia come dici tu “disfunzionale”. La figlia che fa da mamma per la madre e una nonna in continuo bilico tra la figlia e la nipote.
    Mi piace molto la parte iniziale. Oggi sono poche le persone capaci di stare da sole, di comunicare con il proprio IO interiore e di non omologarsi a quelle che sono le masse e le aspettative della gente.
    Mi piace il tuo modo di pensare a tal riguardo.
    Come già detto da femderman c’è qualche piccola imprecisione sintattica e di punteggiatura, ma niente che una veloce revisione non possa correggere.
    Al prossimo capitolo!

    Visto che sei nuova ti consiglio di leggere e commentare le altre storie (è questo il bello della piattaforma, dare continui feedback per aiutare ed essere aiutati a migliorare). Inoltre più sei attiva più lettori attirerai, altrimenti dovrai aspettare che qualcuno (tipo me ora) spulci la sezione “storie esordienti”.

  • Ciao, benvenuto anonimo.
    Mi chiedo anche io se “sociale” non significhi a volte “omologato” e “solo” invece “libero.”
    Ognuno pensa ciò che vuole ma a parer mio la solitudine, la riflessione, e l’autosufficienza sono valori e non difetti.
    Detto questo, bravo. Ci sono piccoli errori di punteggiatura tipo spazi prima del punto e della virgola, ma, insomma, poca roba.
    Ti seguo, ciao🙋

    • Ti ringrazio tanto per avermi fatto notare la punteggiatura, starò più attenta.
      Purtroppo ai giorni d’oggi è molto facile confondere la solitudine con uno stato di perenne insoddisfazione. Appoggio il tuo modo di vedere e anzi mi piacerebbe approfondire la questione. Grazie mille fenderman per avermi dato in riscontro

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