COME LA PIOGGIA PER GLI ZOMBIE

Un giorno di pioggia

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Lei, un tempo, era di una bellezza devastante, una di quelle donne che quando passano aumentano il tasso di saliva nelle cavità orali dei maschi. Poi era diventata una zombie, e tutto il suo sex appeal era andato a puttane.
Lui era bello dentro, era sempre stato bello dentro. Molto dentro.
Lei aveva l’abitudine di guardare tutti dall’alto in basso, accompagnando il gesto con strani movimenti delle labbra.
Lui aveva l’abitudine di guardare tutti con la bocca perennemente aperta, di solito con sottile filo di bava viscida che gli grondava dal lato sinistro. Espressione tipica dei sognatori. O dei maniaci sessuali.
Anche lei era una sognatrice: fin da piccina aveva sempre sognato un amore profondo, unico e grande, più grande del mondo. Come un fiore che è stato spezzato, così l’amore le avevàn rubato.
Lui, un tempo, aveva sognato donne nude e di facili costumi, e fu per questo che venne segnalato per hackeraggio dalla polizia postale.
Lei, un tempo, aspettava l’uomo perfetto ma ora, con la fiacca che tirava da quando l’intera umnanità era stata colpita dalla piaga del Grande Virus Zombie – quello che ti trasformava in uno zombie – si sarebbe accontentata pure dello zombie perfetto.
Lui era appunto uno zombie, e aspettava che gli ridassero la connessione internet. La aspettava invano, ché dopo l’avvento del Grande Virus Zombie erano cambiate un sacco di cose. E quello che non era cambiato era semplicemente sparito. Come la connessione internet, per esempio. O come la possibilità di abbuffarsi di All You Can Eat al ristorante giappocinese.

Un giorno di pioggia s’incontrarono per caso.
Lei si chiamava Licia; lui si chiamava Mirco, ma per gli amici era solo Mi. Ma siccome Mi non aveva più amici – il Grande Virus Zombie gliel’aveva sottratti come caramelle a un bambino – tutti quelli che lo conoscevano lo chiamavano Mirco. E a Mirco non lo voleva conoscere nessuno, perché era un bad boy molto bad e poco boy.
Lei rimase basita davanti alla bruttezza scostumata di lui.

«Dio mio», disse Licia. «Ma sei orrendo!»

Lui, ombrello in mano, si passò una mano tra i capelli. Poi si guardò la mano, notò la ciocca unta e costellata di forfora e di materia celebrale che gli era rimasta incastrata tra l’indice scuoiato e il medio da cui faceva capolino l’osso della falange, e con la mente ritornò a quel mattino: era stato davanti allo specchio per più di un’ora, come faceva quella donna sbucata dal nulla a considerarlo orrendo? Si era spazzolato via il sangue rappreso dai denti aguzzi, si era fatto la barba con cura; si era spalmato la lozione allo zenzero sulla faccia piena di foruncoli, bitorzoluti, arrossati, di quelli con la punta gialla: quelli che stanno per esplodere da un momento all’altro. Era stato attento, puntiglioso: si era pure tolto un paio di larve che gli fuoriuscivano dall’occhio destro. Poi le aveva mangiate, quelle larve, questo è vero. Lo aveva fatto provando una vergogna profondissima, ma da quando l’intera umanità era stata colpita dal Grande Virus Zombie soffriva di una fame perenne, insaziabile.
Si era proprio impegnato quel mattino, insomma, ed era uscito in strada fischiettando un vecchio motivetto di Luca Barbarossa.

La invitò a ripararsi dalla pioggia, continuando a scrollare la mano per liberarsi della ciocca di capelli che sembrava essersi incollata alla pelle putrida.
Licia sospirò: un tempo, a un tipo così, non avrebbe nemmeno chiesto l’ora. Ma da quando l’intera umanità era stata colpita dal Grande Virus Zombie erano cambiate un sacco di cose…
Guardò il cielo grigio di nuvole, avvertì le gocce di pioggia sulla fronte spellata. Annusò con gratitudine l’aria fresca, satura di umidità, e sorrise: ultimamente, quando pioveva, succedeva qualcosa. Non sapeva dire precisamente cosa, ma si ritrovava con le farfalle che gli svolazzavano nello stomaco in decomposizione, e il cuore, sembrava batterle nuovamente nel petto squarciato dalla ipsilon del patologo.
Per un attimo si chiese se tutti gli zombie provassero il suo stesso sentimento, quando la pioggia cadeva dal cielo.
Guardò di nuovo quell’uom… quello zombie, e lo trovò meno orrendo di quanto lo aveva trovato qualche istante prima.
Si avviò verso di lui, e si ritrovarono stretti in un appassionato abbraccio.
Le mani di lui presero a curiosare dappertutto, specialmente sotto la gonna tarlata.
Lei si lasciava fare, ridendo maliziosamente.
Lui con una mano teneva l’ombrello, con l’altra le carezzava i capelli sfibrati e pieni di pulci, e con l’altra esplorava il suo interno coscia.

«Ma quante mani hai?», chiese lei, dopo aver frugato nelle proprie reminiscenze matematiche.

«Eh eh eh», rise lui guardandola con l’occhio lascivo da cui spuntava la coda di una larva.

«Portami via!», disse disperata, vittima di un sentimento misterioso che si scatenava in lei ogni qual volta che pioveva. «Anche se non siamo più umani non possiamo mica amarci così, sotto la pioggia, in mezzo alla strada.»

Lui la guardò con comprensione, e annuendo amorevolmente la condusse in un luogo speciale.

Avresti voglia di decidere il "luogo speciale", e provare a dare un senso a questa folle storia d'amore?

  • No, perché tanto succederà sicuramente qualcosa che non permetterà loro di amarsi. Un classico. (63%)
    63
  • Certo: si spostano sul retro del chiosco del kebabbaro. (13%)
    13
  • Certo: si spostano in un vecchio motel abbandonato. (25%)
    25
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174 Commenti

  • Ciao, Martha.
    Degna fine per un essere ignobile che pensava solo a sé e che ha trovato, in Satomi, la giustizia.
    Benissimo, finale degno e aperto a diversi scenari, chissà se ce ne racconterai qualcuno un po’ più avanti. Per il momento, mi accontento di sorridere all’amore di Licia e Mirco e all’allegro zombeggiare dei già morti.
    Ci si rilegge, fra pochissimo, dato che credo sia già fuori una nuova storia.
    Alla prossima!

  • Ciao Martha 🙂
    Ci sono due grandi verità in questo finale 🙂 l’ Amore vince sempre e Steve è morto male come si meritava 🙂
    Il pezzo dove Ychen Chen era sull elicottero attorniato da zobies mi ha ricordato molto resident evil 🙂 ma di questo penso ne fossi pienamente cosciente XD XD
    Il virus Zombie è ancora in circolazione e chi lo sa, magari un seguito con Ychen Chen come main character ci starebbe proprio 🙂
    Complimenti per aver chiuso anche questa storia 🙂 e ci vediamo alla prossima 😉

  • Ultimo volo, inebriante come quell’unico bacio: una cosa vera, anche meglio dell’ovetto di cioccolato.
    Tutti i miei complimenti agli zombie-attori e all’autrice, sopraffina manipolatrice di stili, buona cucina e cattive maniere.
    Sei già su un’altra storia… ok ti seguirò. Ciaoo🙋‍♂️🌻

  • Che dire Martha. Capitolo finale super azzeccato.
    Hai fatto fuori il mio personaggio preferito ma ci sta, era l’unico sopravvissuto a Satomi the Killer e guarda la vita, proprio la sua versione zombie l’ha fatto fuori.

    Bello il finale in cui Ychen Chen va verso il cimitero con le due fialette di virus in tasca. Lascia un finale aperto che poi tanto aperto, per chi ha letto la storia, non è.
    Complimenti ancora e spero che questo mio commento non venga sequestrato come quello dello scorso capitolo che, a quanto pare, è ancora imprigionato dalla moderazione 🥲🥲

    Alla prossima 🙋‍♂️

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