La piuma e l’abisso

Dove eravamo rimasti?

Dove si risveglia Celine? Nel deserto; di fronte a lei c'è il Dio egizio Anubi. (50%)

Una questione di piume

La sensazione della sabbia che accarezza il corpo è così particolare da indurre Celine a svegliarsi. Sotto di sé, sente l’abbraccio notturno della terra, fredda eppure delicata; ruvida, ma gentile.

Apre gli occhi e si abitua con lentezza all’ambiente circostante: si trova nel bel mezzo di un deserto: la notte è illuminata dalla potente luce di costellazioni e nebulose sconosciute. È nuda, ma a proprio agio. Non ha fame, né sete. Anzi, si sente pulita e fresca come se fosse appena uscita da una doccia, come se fosse riuscita a comprendere solo ora il significato della parola “benessere”.

Alla sua destra, d’improvviso compare un sentiero lastricato, fiancheggiato da alte colonne decorate con motivi floreali e geroglifici. Tra di esse, alcuni bracieri di fuoco smeraldino illuminano la via, conducendola verso un altare in pietra di fronte all’ingresso di un tempio. C’è qualcuno che la aspetta di fianco a esso: da lontano non riesce a capire chi o cosa sia.

Si avvicina. Forse dovrebbe provare paura; i suoi pensieri la invitano alla cautela, ma la verità è che non prova nulla se non una strana sensazione di appartenenza.

Solo quando è quasi arrivata vede sopra all’altare una bilancia d’oro, con una piuma di struzzo bianca sul piatto di destra.

«Benvenuta, anima viaggiatrice, nel luogo non-luogo, nella casa-non casa.» La figura che la stava aspettando si rivela, avanzando verso la luce. È Anubi, il dio egizio dei morti. La testa di sciacallo la osserva con occhi gravi, e la sua voce profonda è gentile, ma simile per timbro a un latrato di bestia feroce.

«Dove mi trovo? Perché sono qui? È un sogno?»

Lui si avvicina e le poggia la mano grande e scura al centro del petto, poi la ritrae: fasci di luce dorata cominciano a uscire da lei per intrecciarsi sul palmo del dio, fino a formare la forma di un cuore umano. «Celine Mureau, ti trovi al termine della tua esistenza terrena. Il tuo cuore sta per essere giudicato secondo giustizia da colei che presiede all’ordine di tutte le cose: Maat.»

Dall’ingresso del tempio, una seconda figura emerge dall’oscurità, ed è una dea minuta, vestita di piume colorate, lo sguardo indulgente di chi ha pietà, e le labbra piegate in una smorfia che possiede solo chi è inflessibile.

«No, questo è impossibile. È assurdo. Io non credo in voi.»

«L’esistenza è indipendente dalla fede, così come dalla vita. Tu sei morta, eppure il tuo ka resiste. Così, noi.»

«Se sono morta, perché non lo ricordo?»

«È un atto di pietà risparmiare un essere vivente dal dover rivivere la propria morte. Consolati e osserva, perché è la sopravvivenza del tuo ka che dovrebbe starti… a cuore.» Sorride.

L’organo di luce fluttua dalla mano di Anubi al piatto sinistro della bilancia, finora vuoto, che oscilla prima in su, poi in giù. Si ferma per un breve attimo in equilibrio, poi il piatto destro si abbassa e il cuore sale, in disarmonia.

«Cosa significa?»

«Un cuore vuoto.» Maat si esprime per la prima volta, e la sua voce è tagliente.

Celine resta in silenzio, sbalordita.

«Io non sono vuota.»

«La bilancia dice il vero. Forse tu non sei vuota, ma la tua vita lo è stata. Le tue scelte lo sono state. Il tuo è un cuore che ha sprecato il dono della sua esistenza.»

D’un tratto si sente debole, come se tutto il benessere provato fino a qualche secondo prima le fosse strappato dall’anima e dal corpo con tenaglie roventi.

«Il tuo destino è… l’abisso.» L’ingresso del tempio si illumina di un bagliore di fiamma. L’altare scompare, inghiottito dalle viscere della terra.

Un terrore primordiale si impadronisce di lei quando le fiamme avanzano e le lambiscono i piedi: dita di fuoco si allungano verso le sue caviglie immobili, paralizzate da una forza incontrastabile.

«No!» Una voce di tuono spacca la notte. Le fiamme sono scomparse.

Una mano bluastra si posa sulla spalla destra di Celine, fresca come acqua di fonte.

Si volta e vede una bellissima donna dalle orecchie di ippopotamo, il cui ventre è gonfio di vita. I suoi arti sono zampe di leone; dai suoi glutei cresce una coda di coccodrillo.

«Taueret. Perché la difendi, invece di compiere il tuo dovere?» Maat sembra infastidita.

«Perché Ammit si è già saziata del suo sangue. L’amuleto di turchese è stato ritrovato e reclamato ancora una volta da un essere umano. Da questa donna.»

Celine ricorda una statuetta a forma di ippopotamo… gliel’aveva regalata suo marito… Marian. Dov’è Marian, adesso?

Un lancinante mal di testa la costringe ad accasciarsi a terra, ma con un gesto della mano, Taueret lo cancella. «Ha diritto a una seconda possibilità.»

«Sai bene che cos’è accaduto l’ultima volta.» Anubi la incalza, avvicinandosi a Maat. Sono un fronte compatto.

«Forse lei può aiutarci.»

Le due divinità si chiudono in un silenzio ermetico, poi si orientano verso la bilancia. Sui piatti ora vuoti, Maat pone due piume del suo abito: una blu, l’altra nera. Oscillano. Poi, si realizza un solido equilibrio.

«E sia. Ma per tornare dovrà rinunciare a una parte di sé.»

A cosa dovrà rinunciare Celine?

  • Alla sua giovinezza (50%)
    50
  • Alla parola (25%)
    25
  • Alla sua abilità nella pittura (25%)
    25
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34 Commenti

  • Un risveglio impegnativo !!!
    Personalmente io , al suo posto , non compirei nessuna delle tre opzioni ( mi documenterei su internet , non penserei di andare in una galleria d’arte e ….sicuramente non andrei a comprarmi un paio di scarpe 😛 ) MA dato che non è prevista un’opzione “aperta” direi che la più sensata è sicuramente documentarsi …. 😉
    Capitolo assolutamente degno dei precedenti . ti rinnovo tutti i miei più sinceri complimenti !!
    A presto

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