A voi che non leggete

Non ci sono tracce del male.

Dedica
“Al mio sodale, inventore di innumerevoli illusioni.
Stando a quanto si dice: doppio, meschino, falso e ripugnante.
Eppure lucente, bellissimo, sublime. In quanto doppio l’uno e l’altra.
In quanto unico, solo, solitudine rifratta di mille specchi.
Immagini che tornano a lui rimbalzando su di me.
Rimbalzando.
Pienezza del firmamento, colata di stelle sulla roccia fertile del mattino.
Coacervo di invidie e di bassezze. Rinnegato, condottiero, bandito e sovrano.
A te tutto il disprezzo, il dubbio, la speranza e la consapevolezza.
Per te scrivo queste poche righe.
Gioisci nel riceverle quanto io tremai nello scriverle.
Forza di abbandono.
Sempre tuo, G”

Reperto 1.
Sulla lastra di vetro stava appoggiato il pugnale.
La scritta sul cartellino diceva soltanto “c1. Pugnale rituale, originario dell’Asia minore.”
Noi tutti, nella stanza sapevamo che gli oggetti sono inerti. La vita sta nelle storie che li hanno visti protagonisti.
Tutti in quel momento, passando per la sala numero 5 del museo, ammiravamo distrattamente quelle parvenze di arte antica. I decori sembravano così contemporanei da estorcere commenti di approvazione da chi non aveva alcun diritto di giudicare le trame di quegli ornamenti.
Tutti, tranne me, ignoravano la breve distanza che separava il sangue versato da quella lama, dall’inizio dei tempi e dal tempo presente.
Breve come il momento che separa il giorno dalla notte.
Breve come il momento in cui il fiume cessa di essere fiume, e si getta nel mare.
Breve. Come l’attimo in cui il collo dell’animale è ancora integro, prima di aprirsi e lasciare che il sangue esca. Prima che la vita inondi il mondo intero.

Prima che qualcuno lo veda, dovrò vederlo io. Il marchio dell’infamia
Sulla lama che ha profanato la purezza per lavare la coscienza dei popoli.

Mi faccio avanti. Supero una scolaresca annoiata. Supero la guida berciante di mezzelune fertili. Arrivo davanti al vetro e osservo.
Non ci sono tracce del male.
Nulla sul freddo metallo può testimoniare l’atrocità.
Io però conosco. Io non posso ignorare il fatto.
Ancora la vedo, la mano che impugnò quell’arma.
La mano che prima accarezzava la vittima.
La vittima inconsapevole, ma non per questo innocente.
La vittima colpevole e pura, colpevole di infinita purezza.

Quale sarà la nuova vittima? Quale la nuova inconsapevole atrocità?
Quale la nuova arma, ora che questa giace sotto vetro?

A chi sarà dedicato il prossimo capitolo?

  • A colei che può interpretare la superbia, con dignità e ragione. (0%)
    0
  • Al dispensatore dell'armonia. (25%)
    25
  • A colui che ha visto il terrore negli occhi del carnefice. (75%)
    75
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41 Commenti

    • Grazie mille, questo è un bellissimo complimento. L’idea iniziale era di scrivere pezzi scollegati, in modo che ciascuno potesse immaginare la propria storia unendoli. Nei primi capitoli infatti non si capisce niente, poi la necessità della trama ha avuto il sopravvento.

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