A voi che non leggete

Dove eravamo rimasti?

A chi sarà dedicato il prossimo capitolo? Al giovane fante di fiori, con ancora tutta la vita davanti. (60%)

Il Calice e il Vino

Dedica
“A te, eternamente presente.
A te, che misuri il tempo in domani eterni e infiniti ieri, il futuro non può coglierti di sorpresa; non osservi il passato, fuggire e scomparire, davanti ai tuoi occhi.
Hai tutta la vita davanti: non quella che sarà, o quella che fu; quella che è.
Vedi svolgersi la tua storia mentre si compie. Sempre nel momento del dubbio, nell’attimo prima della scelta, quando il gioco deve ancora compiersi, quando il rischio è massimo, quando le potenzialità sono infinite.
A te, dedico queste poche righe. Tutto si va scrivendo per te, nulla è già stato scritto. Sempre mutevole, molteplice, opposto, ancora intero.”

Frammento

Lungo la strada vanno strani unicorni, da vicino sembrano fantastici maghi merlini. Alla guida di questa straordinaria processione: un giovane.
Metà pieno di freddo, metà pieno di brace; stella viva nel suo perpetuo giorno, notte di fosche tenebre festose, dove occhi attenti, ascoltano, i movimenti e i non detti.

Procedono, allontanandosi da me e da chi li guida.
Pare che si espandano, come se emanassero da lui.
Da me e da lui, contemporaneamente.
Non seguono me.

Sta davanti a me: fulgido, limpido, fuggevole, evanescente.
I corvi, che accompagnano la marcia, le farfalle, i centauri e il popolo minuto parlano una lingua che è fatta di vuoti; vuoti da riempire.
Il giovane è calice, il giovane è vino.
Senza mai essere il luogo in cui il vino diventa calice, il calice diventa vino.
Eternamente accoglie, nel suo cuore trasparente.
Eternamente versa, il suo sangue, in altri calici, su altre terre.

Lo guardo.
Lo seziono con il bisturi dello scienziato; lo scompongo in parti più piccole, più affrontabili; lo riduco a brandelli; il problema si divide in sotto_problemi; i quali si riducono: diventano piccoli, minuzie, inezie, banalità.
Non sono più di nessun interesse.
Spezzo il bisturi.
Spezzo l’incantesimo.

Lo vedo, di nuovo, davanti a me; avvolto nel mantello del possibile.
Cerco nel suo futuro con l’occhio del veggente; mi spingo avanti, ma non riesco: il possibile è tutti i possibili.
Mi coglie la vertigine tra le pieghe del mantello.

Mentre precipito, nel dedalo vedo svolgersi la vecchia storia del deserto: il futuro ci raggiunge da dietro; non lo vediamo se non quando, diventando passato, ci ha superati.
Il deserto ci inganna con la sua vastità: è così ampio che ci si illude di poter guardare solo in avanti.
Le piste rettilinee delle carovane guardano avanti.
La civiltà guarda avanti.
Il progresso avanza. Avanti!

Non la spirale.
Non il suono, che rimbalza nelle casse lignee dell’oltretomba per raggiungere il cielo.
Non la processione del popolo fatato.
Non il giovane, che eternamente determina il centro.

Mentre cado, le mie ali di cera, riacquistano vigore.
Più sicuro di me, posso guardare il grande vuoto, in altre direzioni.
Lontano dalle tracce dei cammelli, lontano dai mercanti e dalle loro merci.
Allora vedo.
Il futuro è il vento che smuove la sabbia da ogni dove. Il passato la sabbia che ci colpisce e ritorna al deserto. Entrambi, vento e sabbia, si sfumano, si disgregano, si sfaciano, si annullano e ritornano.

Le divinità del centro, le divinità dei bordi, le divinità rettilinee o puntiformi; tutte assediano il giovane: possibile tanto di futuro, quanto di passato.
Lui però sorride.

“Chi sei?” – Gli chiedo – “Se il tuo futuro non è scritto, così come non è scritto il tuo passato. Chi sei? Chi siamo, tu ed io, se anche il nostro passato è soltanto un ipotesi?”

Sorride. – “Siamo, ogni volta, una nuova processione”.
“Siamo il centro?”
“Siamo il centro e il bordo, siamo comparse, in commedie altrui e altri partecipano alla nostra”
“Cosa succederà domani?”
“Non succederà. La vita è oggi.”
Stella viva nel suo perpetuo giorno, notte di fosche tenebre festose.
Sarà di nuovo oggi.

A chi sarà dedicato il prossimo capitolo?

  • Alla tarantola, che tesse una grande stella per sorprendere i sospiri (100%)
    100
  • Ai cavalli neri e alla gente sinistra, nei profondi cammini della chitarra. (0%)
    0
  • Alla sposa infedele, che andò al fiume col gitano (0%)
    0
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15 Commenti

  • Ciao Gallo,
    caspita, questo è un capitolo che mi fa provare molte emozioni. Mi ha colpito molto leggere: “Hai tutta la vita davanti: non quella che sarà, o quella che fu; quella che è. Vedi svolgersi la tua storia mentre si compie”. Purtroppo io ho un rapporto molto complicato con lo scorrere del tempo, perché troppo spesso non riesco a vivere il tempo presente e mi lascio sopraffare dal pensiero di quello che è stato e presto non sarà più e dalla paura delle incognite del futuro. E dunque mi perdo in mille pensieri che quasi “avvelenano” il mio tempo presente. Invece, come hai scritto quasi alla fine del capitolo, “la vita è oggi” ed è verissimo, e io vorrei riuscire a vivere concentrandomi di più sull’oggi. Non solo sul passato e non solo sulla paura del futuro.
    Voto per la tarantola.
    A presto!

  • Ciao Gallo,
    qualche giorno fa ho letto un articolo su Mastro Titta, pare avesse un taccuino in cui riportava i nomi delle sue vittime, più di 500. E se ci pensiamo, tutto sommato, i condannati, per un boia, sono solo “lavoro”, numeri che si aggiungono ad altri numeri: il boia uccide non perché abbia un motivo personale per uccidere, ma per eseguire una condanna e ritenendo, a modo suo, di riportare la giustizia. Come hai correttamente scritto, “anonimo strumento” ma, in fin dei conti, “un assassino”.
    Molto interessante, bravo!
    Mi piace l’opzione del giovane fante di fiori.
    A presto!

    • Grazie mille,
      la figura del boia è molto interessante e, tutti i commenti che state mettendo, la rendono ancora più profonda e sfaccettata di quello che avevo in mente io.

      Questo mi convince ancora di più dell’idea che ha dato origine a questo racconto/esperimento.

      Grazie

  • Molto bella, e vera, la dedica con intima riflessione sulla figura del boia, che anche lui è umano e non come si potrebbe credere “super partes”.
    La seconda parte attende a mio avviso una conferma, anche se non so se ci sarà. L’attesa è una delle condizioni più difficili da affrontare sempre, perché non la controlliamo, non possiamo controllare un evento che ancora non c’è. Forse però è una metafora la tua e io non ho capito…
    Vada per il marinaio.
    Ciaooo🙋‍♂️

    • Il boia si rende conto di non essere super partes. Con quel “finalmente un assassino” prende consapevolezza di se. Almeno così spero che venga letto.

      La seconda parte è diventata un attesa perché volevo che restasse un frammento.
      Come dicevo in un altro commento, non vorrei guidare troppo la direzione dei frammenti. Vorrei che, una volta scoperti, io possa ricomporre per dargli un senso.
      Spero di esserne all’altezza.

      Grazie

  • Ciao Gallo. Il capitolo mi è piaciuto molto. Soprattutto
    “Il boia ha alzato lo sguardo per la prima volta. Si è sentito uomo; mortale.
    Non più carnefice, ma vittima, la prossima vittima.
    Non più, anonimo strumento. Finalmente, un assassino”.

    I boia erano sempre incappucciati, si sentivano ed erano legittimati a togliere la vita (la folla che vuole sangue, non importa di chi sia), dietro anche il “mistero” che il cappuccio celava. Ma alla fine (con quella che credo sia una rivoluzione in atto) il boia riconosce di essere umano e di essere un assassino. Trovandosi di fronte alla morte, ne concepisce il peso, e sente il peso delle vite che ha tolto.

    O almeno, questa è la mia visione e ti chiedo di dirmi cosa invece intendevi tu.

    Tutte e tre le opzioni mi suscitano curiosità. Voterei per il marinaio

    • Sono molto contento che questa descrizione abbia portato a questi pensieri. Alcune cose non le avevo pensate, vome ad esempio la rivoluzione.
      La dedica non è per il boia, ma per chi lo sta aspettando.

      Ho iniziato senza sapere cosa farne di questa idea dei frammenti, ma scrivendoli iniziano a comporsi nella mia testa. Adesso la mia paura è di guidarli invece che farmi guidare. Vedremo cosa succederà nel prossimo capitolo

      Grazie

  • Ciao Gallo,
    la descrizione del reperto 1 è molto evocativa, inoltre mi è piaciuta molto la contrapposizione tra chi guarda gli oggetti del museo distrattamente, senza capirli veramente, e chi invece li guarda con occhi consapevoli.
    Voto anche io per “colui che ha visto il terrore negli occhi del carnefice”, è l’opzione che mi piace di più.
    A presto!

    • Ciao,
      è piaciuto molto anche a me contrapporre uno sguardo distratto e contemporaneo ad uno con la stessa profondità storica dei pezzi del museo.
      È un’idea che mi ronza in testa da sempre. Ogni volta che visito un museo penso alle storie che hanno vissuto quegli oggetti che sono li, rinchiusi. Cosa hanno fatto le persone che li possedevano, per cosa sono stati usati?
      Mentre scrivevo questo frammento mi è ritornato in mente questo pensiero e ho cercao di dargli una forma.

      Grazie

  • Ciao Gallo.
    Mi è piaciuta molto la struttura che hai dato al racconto, suddividendolo in una dedica e una storia riguardante un’arma che, secondo me, più che l’arma in sé è per il protagonista la consapevolezza di morte che quell’arma porta e ha portato in passato.

    Voto per colui che ha visto il terrore, per capire se l’arma è collegata a qualcuno in particolare.

    A presto!!

  • Ciao Gallo, bentornato.
    Voto colui che ha visto… per coerenza, visto che siamo alle prese con lo strumento di una esecuzione, o qualcosa che le somiglia.
    Il racconto è la sua storia? Oppure il movimento destro, definitivo di quello lama e l’effetto sulla persona o la bestia che ha investito è solo una idea? C’è lo farai sapere? Per intanto mi congratulo con qualcuno che finalmente ha voglia di sperimentare.
    Alla prossima!
    🙋‍♂️

    • Grazie mille per il commento e per l’apprezzare la voglia di sperimentare.
      “C’è lo farai sapere?”
      Questa si che è una bella domanda.
      Ho un taccuino pieno di possibili sviluppi di questa idea sulle dediche. Alla fine ho capito che avrei dovuto iniziare a scrivere qualcosa davvero per vedere dove potrò arrivare.
      Per ora devo a Manganelli e al suo “Encomio del tiranno” l’idea di fare un romanzo di sole dediche.
      Io purtropoo non ho tutto il coraggio che vorrei e, invece del romanzo, scriverò un racconto e aggiungerò qualcosa alle dediche.

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