Il silenzio di due anime

Ogni storia ha il suo incipit

Ogni storia ha il suo inizio e questo è quello di Marco. Cosa può spingere un ragazzo appena laureato ad imbattersi in un avventura verso l’ignoto? La noia forse? Qualche documentario sull’amazzonia di troppo o qualche pubblicità su una “splendida e sicura” vacanza in Uruguay?  E poi proprio Marco che di nulla aveva paura eccetto di ciò che non sapeva. Ciò che non poteva essere scritto in quei grandi libroni ai quali ci ha dedicato una vita intera: una vita piena di giornate passate in casa a studiare, passata ad identificare nello studio l’unica chiave verso il successo, verso la realizzazione di sé stessi ed il componimento di un ponte, un contatto verso il mondo intero. Si sarebbe aspettato che la laurea, una volta conseguita, gli avrebbe aperto ogni porta che il suo cervellone poteva concepire. Ma non tutte le porte si possono concepire, non quelle davvero importanti, e non tutti ti accoglieranno a braccia aperte dietro quella porta, o a volte per aprire una porta, (una porta d’oro magari, luminosa, preziosa, abbagliante) potresti dover chiuderne tante altre. 

Insomma in un modo o nell’altro Marco si trovava “nel bel mezzo di una selva oscura”, citazione che suggerirebbe di prendere questa espressione metaforicamente, bene, fate pure! se vi può essere utile. Eppure vi dirò cari lettori che Marco si trovava proprio nel bel mezzo di una foresta! Ed era quasi notte per giunta! 

Marco continuava a camminare, l’aria si faceva più fredda man mano che il giorno lasciava il posto ad una sera traditrice, una notte mostruosa, buia. Le sinistre ombre si allungavano sempre di più, quasi a volerlo afferrare. Lui era terrorizzato: ogni rumore che sentiva gli procurava un colpo al cuore, ogni ombra era la tana di un mostro affamato e lu iera una povera preda indifesa, 

Il suo cuore batteva forte nel petto, era come un leone che non smetteva mai di ruggire e di terrificarlo. A Marco mancava l’aria e la forza di andare avanti: sentiva le gambe pietrificarsi pian piano per la disperazione, per effetto di un maleficio, avrebbe voluto chiamare aiuto ma la voce gli moriva in gola. Era ormai solo, senza più una guida, senza sapere dove andare e a quali pericoli andava incontro… e tutto solo, lui, cosa avrebbe potuto fare sue proprie forze. 

In questa situazione di lui si potrebbe dire che quasi neppure più sapeva chi fosse. Lì sembrava non esserci neanche più un essere umano, c’erano sì degli esseri viventi: rami, foglie, alberi, insetti (si spera nessuno di questi velenoso), ma chi avrebbe mai potuto dire “Marco è questo o quello” Ciò lo rendeva un ragazzo come un altro, un numero su otto miliardi di numeri. In fondo sono le persone intorno a noi che ci danno un significato. No? Marco pensava di sì. E comunque era così sperduto che per un attimo gli parve davvero di perdere conoscenza. Se mai ne aveva mai avuta.

Un rumore lo levò da questo stato “Cosa è?” Marco sentì dei passi, qualcuno farsi strada tra i cespugli della foresta. L’idea che qualcuno fosse venuto in suo aiuto venne preceduta da un altro sentore: un animale feroce si avvicinava! un orso forse? no… avrebbe fatto molto più rumore, una pantera? silenziosa ma mortale. Marco si diede perduto, chiuse gli occhi paralizzato aspettando che il mostro piantasse i suoi denti aguzzi nel collo. 

Ma… non succedeva nulla. Nulla gli era saltato addosso ferendolo a morte, non sentiva neanche un verso, un ringhio. Marco apri gli occhi…

ciò che si rivelò di fronte lo lasciò senza fiato.   

Era una donna. Una ragazza. Lo guardava dubbiosa, stranita, incuriosita. Aveva due occhi marroni che lo fissavano, incastonati sul volto dalla carnagione scura, incorniciato a sua volta in una folta chioma incolta di capelli mori, ribelli, che le scendevano come cascate attorno al viso e sul corpo. Era ricoperta a malapena solo da alcuni stracci, sembravano essere pelli di animale, uno, alquanto malconcio, legato sotto ad un braccio e sulla spalla destra e penzolava sul fianco sinistro, sinuoso e snello, un altro attorno alla vita gli cadeva fino a poco sopra le ginocchia, il suo corpo era un quadro di eleganza percorso ed abbellito da alcuni tatuaggi fatti col bianco. 

L’apparizione che gli era davanti lo attirava e lo spaventava allo stesso tempo, come una pericolosa sirena tribale. Marco guardò meglio, dietro nascondeva un arma, una primitiva lancia in pietra, la donna la teneva salda in una mano. Per un momento trasalì, ma… poi si rese conto che non aveva intenzioni ostili. Gli girava attrono con i suoi grandi e begli occhi, spostando la testa su di un lato con aria incuriosita. Lo stava studiando, quasi fosse un bizzarro animale. 

Marco era congelato. Bloccato in un limbo tra la paura e l’attrazione, tra il sollievo di aver trovato un altro essere umano, e lo stupore per questa creatura che sembrava quasi provenire da un altro mondo, più primordiale. DI tutto si sarebbe aspettato, ma questo incontro lo lasciava senza fiato.

La ragazza si chiamava Anye, ma Marco non lo saprà mai  perché lei è muta. 

Forse questa ragazza può aiutare il nostro povero Marco, ma chi può dirlo se non voi: come si comporterà la ragazza selvaggia?

  • Anye, inizialmente incuriosita e tranquilla, rimane sorpresa... quasi spaventata o turbata, quando Marco gli rivolgerà la parola. (40%)
    40
  • Anye non comprende le intenzioni di Marco, non si fida... ne resterà insospettita. (20%)
    20
  • Anye capirà che Marco ha bisogno di aiuto, deciderà di aiutarlo. (40%)
    40
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16 Commenti

  • Ciao Davide, sono contenta di esserti stata utile con il mio voto. Ho trovato questo secondo capitolo coinvolgente e scritto con maggiore cura rispetto al precedente. Avevo capito che Anye fosse anche sorda, ma a quanto pare non è così. L’unico dettaglio stonato, per quello che mi riguarda, è la spiegazione tra parentesi, la differenza tra paura e terrore. Mi è sembrata di troppo, come se avessi paura di non farti capire dai lettori.
    Ho votato per la vista.
    Bravo, al prossimo capitolo!

  • Ho fatto proprio bene ad aspettare che qualcun altro votasse, grazie Melania per avermi permesso di portare entrambe le opzioni dall’ultimo capitolo. Vi ho fatto aspettare ma ne varrà la pena (spero). Spero che vi piaccia questo capitolo, ho dovuto privilegiare le parti descrittive piuttosto che quelle narrate per dare maggiore enfasi sui personaggi e sulla nuova protagonista di questa serie.

    Suggerimento per il voto: il mio obbiettivo è di parlare di un tipo di linguaggio che avviene attraverso i 5 sensi e che porta alla diretta comunicazione tra due anime, sebbene racchiuse in involucri differenti, scegliete voi il primo senzo di questo viaggio filosofico.

  • Questa tua storia nasce dall’emozione di un momento: confessa!
    Ti sei visto perso in un mondo ostile e poi come “salvatrice” ti sei scelto il meglio che c’è: una donna splendida, semplice e, soprattutto, muta! Molti uomini pagherebbero milioni una così.
    Scherzi a parte adesso viene il difficile perché la tua emozione deve diventare “costruzione” se vuoi che il lettore ti segua.
    Un consiglio che voglio darti è quello di leggere e correggere quello che hai inizialmente abbozzato, ( vedrai quanti modi ci sono per esprimere lo stesso concetto, perciò divertiti a trovare il migliore ). Esempio: questa frase sembra ben fatta ma a leggerla bene, almeno secondo me, non ha significato. “E comunque era così sperduto che per un attimo gli parve davvero di perdere conoscenza. Se mai ne aveva mai avuta.”
    Prova a riscriverla in altro modo, vedrai che lo trovi. Ciaooo
    🙋‍♂️

    • Allora l’episodio in realtà non nasce da una semplice emozione ma più che altro da uno stato d’animo, anzi da uno stato mentale: lo stato dell’essere umano che non riesce più a comunicare col prossimo e si trova in una metaforica “selva oscura” smarrito e senza sapere più che fare.

      Da qui la frase “e comunque era così sperduto che per un attimo gli parve di perdere conoscenza. Se mai ne aveva avuta” è da interpretare come la conoscenza di sè stessi. In realtà ho voluto indicare una cosa per descriverne un altra fra le righe.

      Per quanto riguarda leggere ciò che ho scritto… beh effettivamente confesso che a sull’ultima parte del racconto sono stato vittima di un momento di pigrizia…
      E’ che ho scritto quella parte alle 11:30 di sera! volevo assolutamente finire almeno questo episodio però non avevo la lucidità per correggerlo. ahahahha

      cm grazie mille per i consigli costruttivi ne farò sicuramente tesoro!!!

  • Ciao Davide,
    benvenuto!
    Solitamente non amo il narratore onnisciente e nemmeno il fatto che questo si rivolga direttamente al lettore. Ma la storia è comunque interessante. La ragazza sembra quasi un personaggio fantasy.
    Voto per l’aiuto.
    A presto!

    • Guarda ti confesso che a me piace mooooooooooolto di più il narratore in prima persona. Ad esempio per il romanzo che sto scrivendo ho scelto quello in prima persona perchè sono più evidenti gli stati d’animo e le emozioni del protagonista. Non amo neanche io il fatto che il narratore sia in terza persona. Però se sono qui, e da poco, è perchè voglio allenarmi a scrivere ed incominciando proprio dalle cose che meno faccio: questo per il semplice motivo di sperimentare nuove forme di scrittura. In oltre mi dà l’opportunità di creare della suspance sfruttando l’effetto “Ti accenno a cosa accadrà dopo così ti obbligo a continuare a leggere MUAHAHAHAHAH”

      Invece adoro che il narratore si esprima direttamente al lettore rompendo la 4a parete. E’ una caratteristica di Manzoni che ho amato quando a scuola abbiamo letto il romanzo. E’ qualche cosa di ironico, ciò può essere un’arma a doppio taglio me ne rendo conto, ma siccome questo è un romanzo, sì di avventura ,ma anche filosofico potrò interagendo col lettore spiegare tale filosofia della comunicazione.

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