Il novellino

Pesce

La fronte poggiata contro il muro, premuta sulla superficie umida e scivolosa. Le braccia abbandonate lungo i fianchi, a penzolare disarmate. I vestiti, i capelli e la pelle fradici. Con gli occhi chiusi su uno sguardo di sconforto, l’uomo inseguiva alla cieca, nel buio della notte di pioggia, idee che gli sfuggivano, ricordi che non riaffioravano, nozioni che aveva perso per strada.
– Ripetila ancora una volta – disse con un filo di voce, senza più traccia della spavalderia di qualche ora prima. Era immobile, il viso a pochi centimetri dai mattoni, poco distante una porta, chiusa. Il sospiro che fece, dopo aver parlato, ebbe appena il tempo di farsi vapore che subito perse la propria silenziosa guerra contro il freddo, dissipandosi.
Un’altra voce, all’asciutto di là dalla porta in fondo a quel vicolo stretto e maleodorante, gli rispose attraverso uno spioncino che lasciava filtrare una luce calda e invitante.

Era successo tutto molto in fretta, era bastata una domanda sbagliata. L’aria si era fatta elettrica e tutti quanti si erano bloccati in attesa dell’inevitabile.
– E tu questo lo chiami gulasch? –
Il grosso ungherese in piedi davanti alla pentola era rimasto con il mestolo pieno sospeso a mezz’aria. Lo sguardo, incredulo, si era posato sul tizio seduto di fronte a lui, quello che aveva parlato e che subito dopo aveva lasciato cadere nel piatto il proprio cucchiaio, guardandolo affondare nella zuppa. Solo a quel punto aveva alzato gli occhi, quel tizio, verso l’ungherese, grosso, ma anche padrone di casa e cuoco orgoglioso della ricetta di famiglia. Attorno alla tavola c’era un gruppo eterogeneo di gente dell’Est Europa e di turchi, uniti dal fatto di militare nella stessa organizzazione. L’unico del posto era lui, il domandante, che non avrebbe nemmeno dovuto trovarsi lì. Era in sostituzione di un collega vittima di un infortunio sul lavoro e che si era raccomandato con lui, mentre il veterinario gli estraeva la seconda pallottola dalla gamba, di non parlare, ascoltare e basta, ridere alle battute e gasarsi alle spacconate che avrebbe sentito. Non era difficile, bastava non fare cazzate. Quella domanda, purtroppo, per via del dove e del quando, rientrava però fieramente nel novero delle cazzate e, come tale, fu causa di un disastro. Il tavolo volò per aria e, nei secondi di caos che seguirono, non fu solo il gulasch a essere versato.
Alla fine, l’unico in piedi era l’uomo del posto, il più mingherlino, quello che Darwin avrebbe dato per spacciato in quel tourbillon di piatti, sacramenti, pallottole e zuppa, ma che doveva avere dei talenti nascosti. O forse, semplicemente, era il più fortunato figlio di puttana sulla faccia della Terra, il più irritante dei talenti che si possano avere. Osservando la scena, il fortunello non si domandò in quale modo avrebbe potuto spiegarla a chi certamente gli avrebbe chiesto di farlo, cosa avrebbe potuto dire per non finire a dormire coi pesci, ma invece ricostruì nella propria testa l’accaduto, vedendolo come al rallentatore. Il grosso ungherese aveva ribaltato il tavolo causando ustioni da gulasch al meno scattante degli slavi, ancora per terra con la faccia tra le mani. Eccolo lì. Il tavolo stesso, poi, aveva impattato sotto forma di spigolo contro la tempia del turco seduto laggiù a capotavola. KO istantaneo. A quel punto l’ungherese aveva estratto la pistola ed esploso tre colpi in una successione la cui rapidità si coglieva meglio senza il rallentatore. Il bersaglio era lo sfrontato piccoletto, ma era anche in movimento. Finta da una parte, scatto dall’altra, Fosbury oltre il carrello dei dolci per ripararsi. Atterraggio brusco, impatto testa-contro-testa con un altro dei commensali che aveva fatto la stessa pensata, pagandola però con una commozione cerebrale. Il posto giusto, nel momento sbagliato. Posti e momenti sbagliatissimi invece per i due che si erano trovati sulla traiettoria dei proiettili dell’ungherese, i soli tra tutti quelli sparati ad andare in qualche modo a bersaglio. Nel tentativo di farsi strada fino al carrello, in mezzo a un mare di piatti rotti e accompagnato da altri spari e da quelle che nella sua lingua dovevano essere le peggiori delle maledizioni, l’ungherese aveva messo il piede su una pozza di zuppa. Dopo un rapido balletto, era finito dritto di faccia per terra, steso dal suo stesso gulasch. Che, pensò il piccoletto mentre si alzava in un silenzio rotto solo dai lamenti dell’ustionato, in realtà non aveva nemmeno un cattivo sapore. Arrivava dopo, ma non era male.

Nel vicolo, una manciata di ore dopo, una frase arrivò alle orecchie intirizzite del tizio mingherlino, piccoletto e fortunato, che era anche molto giovane, avrà potuto avere forse 25 anni. Una frase tronca, sospesa, da completare. Non era la prima volta che se la faceva ripetere, ma della conclusione nessuna traccia. E quella porta, nel vicolo stretto e maleodorante, bagnato da una pioggerella incessante, restava chiusa.
– Chi dorme non piglia tempo, chi ha tempo non aspetti… –

Siamo alla porta. Che è chiusa. E... ?

  • Il tizio non viene fatto entrare. Guai? È il suo secondo nome! (21%)
    21
  • Il tizio viene aiutato da una donna e riesce a entrare. Guai? Non so. Forse. Forse anche peggiori (71%)
    71
  • Il tizio viene fatto entrare, ma finisce nei guai (7%)
    7
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100 Commenti

    • Allora, praticamente inizia tutto con un gulasch. Il caso vuole che lo chef sia anche un gangster ungherese e permaloso e che il tizio-senza-nome non sia in grado di tenere manco la pipì. In poche parole, ne vien fuori un macello. Il tizio-senza-nome ha quindi la brillante idea di andare a scusarsi col suo capo per il casino che ha combinato, nonostante pensi che non sia poi tutta colpa sua, anzi… Fatto sta che è in questa occasione che la sua strada si incrocia con quella di Deisi e i due iniziano a correre pericolosamente verso un burrone che manco Thelma e Louise, ma lo fanno col loro stile. Ucciso il capo della cosca, che in questo racconto si chiama più diplomaticamente “organizzazione”, i due scappano e si nascondono a casa di un certo Brus Ghillespi, che con la storia non ha alcuna attinenza, ma ha la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Intanto i quattro generali dell’organizzazione, le teste che rimangono, si ritrovano per decidere il da farsi, in un palazzo in via di demolizione, e Littel Bobbi – che avrebbe tutte le potenzialità per essere protagonista della storia ma al momento rimane un caratterista – riferisce quel che sa e mette i cattivoni sulle tracce di Deisi. Al tempo stesso, Littel Bobbi inizia anche a pensare che però la donna l’ha graziato e anche che i suoi quattro nuovi capi sono un po’ dei coglioni, quindi decide di cercare per conto proprio (e trovare molto facilmente) Deisi e il tizio-senza-nome. Se questa cosa l’abbia decisa prima che la palla da demolizione si mettesse all’opera oppure dopo, non è dato sapere, fatto sta che al momento abbiamo da una parte un trio molto male assortito che si nasconde e dall’altra un terzetto (RIP Sciagura) che cerca la vendetta della vendetta, il tutto per colpa di un gulasch.

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