Caduta massi, avviso ai naviganti

Udienza dal Catàro

La prima impressione è quella che conta. Questo gli avevano insegnato; e così M. la gente nuova se la studiava, e la teneva a mente.
Stavolta tuttavia sarebbe stato facile, per via che il tipo losco che andava ad incontrare era davvero strano.
Lo chiamavano er Piccione, con un nomigliolo quanto mai azzeccato, perché se discuteva muoveva la testa come l’omonimo volatile quando cammina; e usava poi un coreografico colpetto di spalla a giro, come ad aggiustare l’ala, per chiudere il discorso.
Era un ometto piccolo, tondetto, con un bel naso aquilino e orecchie senza lobi che contribuivano ad aumentare quella suggestione; sembrava innocuo e ne approfittava, anche se gli occhi, occhietti vispi e tondi, neri come il carbone, suggerivano di starne alla larga tanto erano pungenti.
Er Piccione era un serpigno, era velenoso, un infido sputaveleno; e soprattutto era un’estensione del Catàro, il “boss dei boss”; ed era il solo che poteva avvicinarlo senza preavviso, e senza scorta.
Da un giorno all’altro s’era messo in mezzo a un giro di merce contraffatta. Lui che di solito trattava solo carne umana, prostituzione, droga, e altra robaccia, adesso per conto del suo “duce”, voleva metter bocca nella spartizione pure della “robetta”, ché a lasciarla passare cedendo a qualche delinquente da strapazzo, ci avrebbe rimesso la reputazione.
M. non aveva capito un granché della faccenda. Aveva spostato certi camion per conto di un grossista cinese di chissà che, e s’era trovato solo quando erano arrivati quattro cazzoni armati di mazze e di un cannone calibro trentotto che luccicava di notte come fosse d’oro.
Adesso quelli, uomini del Piccione, lo bendavano, e sussurrando dolci parole che finivano tutte in “azzo”, lo spintonavano su per delle scale, e poi giù, destra-sinistra, porte e corridoi, sopra e sotto; tutto affinché fosse sicuramente sperso.
– Sdrùmate! – intimò er Piccione a un certo punto, e lo sbendò.
M. capì al volo, e si inginocchiò, agevolato da una mazza di acero stagionato trent’anni che gli premeva sulla nuca.
La stanza era un salone molto grande. Era vuota, e illuminata da una luce fioca. Una pedana, e sopra una vecchia poltrona Luigi chissà-quale, sembravano aspettare l’arrivo di un regnante.
M. Studiava e guardava con la coda dell’occhio, mettendo tutto a mente. Aveva già capito che il giro fatto era una “presa in giro”, e che non s’erano mossi dal fabbricato visto arrivando, nel cuore di Torpignattara, verso porta Furba.
Passarono così lunghi minuti, tutti persi a pensare: domande, mancate risposte, e moccoli.
Poi finalmente da una porta di fondo fecero il loro ingresso due colossi palestrati-tatuati-scolpiti in vero cuoio, una ragazza stratosferica, sicuramente portata per confonderlo, e, udite-udite: un leone, un leone vero!
Ultimo della processione arrivò lui: il boss.
Il Catàro era un simil-santone tutto combinato in stile figlio dei fiori. Palandrana, capelli lunghi, un chilo di catena d’oro al collo, occhiali alla John Lennon con le lenti rosa. Teneva a guinzaglio il felino, un maschio dalla criniera nera, che a guardar bene un po’ gli somigliava.
M. era impressionato, ma pure divertito. Lui era in buona fede, non aveva nulla da rimproverarsi, nessun interesse da difendere, e non voleva niente. Voleva solo andare a casa, e svegliarsi nel suo letto abbandonando quello stupido sogno al suo destino.
Licenziate le due guardie del corpo, er Catàro cominciò un discorso… ma per un motivo nuovo M. perse il filo. Era successo che un certo sguardo a centomila volt partito dal botticelliano volto della ragazza, gli aveva appannato tutti i sensi, e ora secondo lui, del sogno lei era l’unica cosa che valeva la pena di salvare.
– Arzate, stronzo! – intimò er Piccione; e lui si alzò. – Hai capito bene?
– E come no!? – disse convintissimo di essere fra amici. – Posso andare?
– Certo che puoi, devi! Ma porta frutto! – sibilò er Catàro.
– Lo accompagno fuori, e poi ritorno – disse er Piccione.
– No, tu resta meco.
– Vado io – disse la ragazza – così riporto Tommasino in gabbia; siamo di strada.
– Attento maschio! – disse er Catàro a M. – Se fai una mossa.., il micio ti fa la bua. Sparisci, e scorda quello che hai visto e sentito: ricorda e scorda, ricorda e scorda. È chiaro?
M. Annuì perplesso. Il suo sogno cominciava a somigliare a certi filmacci anni ’70 visti in VHS. Comunque lui ci guadagnava. Non aveva capito un beneamato del discorso inflittogli dal boss-oracolo-ridicolo, ma intanto si ritrovava in uscita con una statuaria dea scortato da un leone vero, pur se placido e annoiato.
– Come ti chiami, Venere? – scherzò il pagliaccio appena fuori dal salone.
– Sì, “di Milo” – rise lei. – Sei in un bel casino lo sai?
– …quella senza braccia? – lui era divertito, chissà poi perché.
– Vaffanculo. Tu vuoi morire. Hai sentito Tommasi’? Vuole morire – disse la dea al leone, acida, mordace; ma quel sarcasmo non le si addiceva.
– Bel nome per un leone – disse M. – Fuggiamo insieme? Ho il furgone davanti al compro oro; e ci portiamo pure Tommasino.

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105 Commenti

  • Ciao Fenderman 🙂
    bella storia finalmente sono riuscito a leggerla dopo il tuo consiglio 🙂
    Quello che mi piace del tuo modo di scrivere e’ il modo in cui presenti i personaggi, dandoci un idea iniziale e poi caraterizzarli capitolo per capitolo aprendoci un mondo a cui non avevamo minimamente pensato 🙂 Mi piace molto come descrivi soprattutto i personaggi femminili, sempre avvolti da questo luminoso alone di mistero. Come Madame nella tua storia in corso al momento, anche Virginia e’ comparsa come la donna del boss, capace di portare al guinzaglio un Leone, una ragazza forte e piena di carattere, ma una volta tolta dal suo ambiente , o dalla sua confort-zone ecco che la ritroviamo invece una ragazza insicura e con un passato di traumi alle spalle.
    Sono contento che alla fine i cattivi l’hanno pagata e i buoni si sono messi insieme 🙂
    Ma dall’altro lato non mi dispiacerebbe una seconda parte che narra del momento esatto che M e Virginia si ritrovano salvi e decidono di cominciare una vita insieme 🙂
    Sono sicuro che ci porteresti un’altra storia degna di questo nome 🙂
    Mi dispiace non aver potuto giocare con questa 🙂
    Ma noi ci leggiamo da Madame o ds White comunque 🙂
    A presto amico mio 🙂

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