Blackmoor Manor

1

Il primo senso che tornò fu il tatto. Il lenzuolo ruvido contro la pelle nuda, l’aria gelida sulla schiena, il bruciore sordo dei lividi sparsi sul corpo. Poi l’olfatto: un vago odore di alcol, sudore e qualcosa di stantio.

Aprì gli occhi.

La stanza era immersa in una penombra irreale, filtrata da pesanti tende color vinaccia. Non riconosceva i mobili, il letto, il soffitto con le travi di legno scuro. Un lampadario polveroso pendeva sopra di lei, oscillando appena.

Si tirò a sedere di scatto, il cuore martellante. Non aveva addosso la biancheria. Solo un vestito che non ricordava di aver indossato, sollevato fino alle cosce. Le gambe nude mostravano lividi violacei lungo le cosce e i polsi portavano segni rossi, come se qualcuno l’avesse afferrata con forza.

Il panico le serrò la gola.

Cercò di aggrapparsi a un ricordo, qualcosa che spiegasse come fosse finita lì. L’ultima immagine che affiorò nella mente fu una festa universitaria: luci colorate, bicchieri pieni, risate. Un brindisi. Poi… il vuoto.

Si voltò di scatto verso la porta chiusa.

Era sola? E soprattutto… chi l’aveva portata lì?

Amylee inspirò a fondo, cercando di reprimere il tremore delle mani. Il cuore le batteva così forte che poteva sentirne il rimbombo nelle orecchie. Con un gesto incerto, scostò il lenzuolo e posò i piedi nudi sul pavimento gelido.

Ogni fibra del suo corpo le urlava di non muoversi, di restare lì, rannicchiata in attesa che il mondo avesse senso di nuovo. Ma la paura dell’ignoto era più forte della paura di scoprire la verità.

Si alzò, barcollando. Le gambe erano rigide, come se avesse corso per ore la notte prima. Il vestito le scivolava addosso con un senso di estraneità, come se non le appartenesse. Si passò una mano tra i capelli scompigliati e si avviò verso la porta.

La maniglia d’ottone era fredda al tatto. Amylee la girò piano, trattenendo il respiro, aspettandosi che qualcosa—o qualcuno—la fermasse.

Ma la porta si aprì senza resistenza.

Davanti a lei si stendeva un lungo corridoio tappezzato di carta da parati sbiadita, decorata con motivi floreali. L’odore di legno antico e polvere saturava l’aria. La luce filtrava fioca da finestre alte e strette, proiettando ombre distorte sul pavimento di parquet consumato.

Sembrava una villa d’epoca, il genere di dimora che avrebbe potuto ospitare un ricevimento elegante… o un segreto oscuro.

Amylee avanzò a passi cauti, il silenzio opprimente rotto solo dal lieve scricchiolio del pavimento sotto i suoi piedi.

Era sola?

Il pensiero la sfiorò con la delicatezza di una lama affilata.

Non c’era nessun rumore, nessuna voce, nessun segno di vita. Ma il suo istinto le diceva che non era del tutto vero. Qualcuno, da qualche parte in quella casa, l’aveva portata lì.

E forse la stava osservando.

Amylee avanzava lentamente, ogni passo pesato, ogni respiro trattenuto. Il corridoio sembrava infinito, le porte chiuse ai lati come occhi ciechi puntati su di lei. Sentiva il cuore pulsarle nelle tempie mentre cercava di ignorare il brivido che le correva lungo la schiena.

Doveva uscire.

Scorse in fondo al corridoio una scalinata di legno che si tuffava in un salone sottostante. Il corrimano era intagliato con motivi elaborati, vecchio ma solido. Amylee si aggrappò al legno freddo, i piedi nudi che sfioravano appena i gradini mentre scendeva piano, attenta a non fare rumore.

L’aria al piano inferiore era ancora più pesante, satura di un odore antico e di qualcosa che non riusciva a definire. La sala era ampia, con soffitti alti e lampadari che pendevano come artigli di cristallo. La luce del giorno filtrava attraverso spesse tende di velluto rosso scuro.

Poi la vide.

La porta d’ingresso.

Un sollievo improvviso le attraversò il petto. Si precipitò verso di essa, afferrò la maniglia d’ottone con entrambe le mani e la girò con forza.

Nulla.

Spinse con tutto il corpo. La porta non si mosse di un millimetro. Sembrava sigillata.

Amylee trattenne il fiato, il panico che le afferrava lo stomaco come una morsa d’acciaio. Provò ancora, strattonando con più forza. Niente.

Si voltò di scatto e si precipitò verso le finestre. Scostò le tende con violenza e cercò di aprirle. Anche quelle erano bloccate.

La gola le si seccò.

Era in trappola.

Il respiro accelerò, il battito impazzito. Il silenzio attorno a lei era assordante, pesante, quasi innaturale. Non poteva essere sola.

Con un nodo in gola, serrò i pugni e gridò.

«C’è qualcuno?!»

La sua voce rimbombò tra le pareti, spezzando il silenzio come un vetro infranto.

«Chi mi ha portata qui?!»

Solo l’eco le rispose.

Il terrore si tramutò in rabbia.

«Che cazzo mi avete fatto?!» urlò, il fiato spezzato dall’ansia.

Il silenzio tornò, più pesante di prima.

Amylee rimase immobile, il petto che si alzava e abbassava rapidamente, le mani serrate lungo i fianchi. Il suono delle sue urla si era dissolto nell’aria, inghiottito dalle pareti antiche della villa.

Attese.

Un rumore, un segno, qualsiasi cosa.

M nulla.

Solo il silenzio. Perfetto. Soffocante.

Doveva trovare un modo per uscire. E in fretta.

Cosa fa Amylee ?

  • Cerca di capire dove si trova o di chi sia la villa guardando nelle diverse stanze. (63%)
    63
  • Torna nella stanza in cui si è svegliata e si chiude dentro (0%)
    0
  • Gira tutta la villa cercando una via di fuga (38%)
    38
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50 Commenti

  • Ciao Nocturn.
    Parto col dirti che l’horror è uno dei generi che più adoro leggere.
    Leggendo la trama mi aspettavo una storia diversa, ma la piega che ha preso mi sta piacendo. Mi piace lo stile e il tuo modo di scrivere, le descrizioni sono scritte molto bene e, soprattutto, inserite nei punti corretti.
    La scena del cameriere/Diavolo che “finisce” Damien è molto, molto ben scritta, con un corretto bilanciamento tra “azione” e descrizione.
    La scelta del Diavolo è un po’ inflazionata, ma comunque da una stessa base possono partire infinite possibilità, quindi non lo vedo come un punto negativo. Quello che penso è che tu abbia voluto creare la sensazione della protagonista che da “imprigionata” diventa “auto-imprigionata”.
    Per quanto riguarda le scelta, credo che la Amylee userà il cellulare; fossi in lei non sentirei i bisogno di rileggere il libro e potrei già immaginare cosa il Diavolo voglia da me, l’ho chiamato io…
    Al prossimo capitolo!

    PS — anche io sto scrivendo una storia horror, se ti va passa per una lettura e un feedback

  • Ciao,
    A parte “il brivido che corre lungo la schiena” che, al di là di essere un po’ troppo inflazionato, hai ripetuto due volte, per il resto è scritto bene.
    Cavoli! Il Diavolo in persona! Sarà dura uscire da questa situazione per Amylee … 😱
    Anche se chiamasse qualcuno al cellulare non le servirebbe a molto, visto che ormai è lì tanto vale capire cosa vuole il diavolo e magari se riesce a individuare spiragli per uscire da questo casino 🤷🏻‍♀️
    Vediamo come la porti avanti
    Alla prossima ♥️

  • Siamo al capitolo 6, quindi continuerà a parlare con il Diavolo cercando di capire cosa voglia esattamente da lei.

    Mi è venuto mal di pancia a leggere il capitolo: la scena è abbastanza disgustosa. Però è ben scritta. Poi… non so: forse ho trovato scontato il diavolo evocato per gioco… o forse mi aspettavo che la risposta di chi era comparisse più avanti…

    Ciao 🙂

    • Ciao Red, forse in seguito capirai perchè ho fatto arrivare la risposta così “presto” , sul gioco per evocarlo mi rendo conto sia banale ma mi piaceva l’idea che Amylee che prima credeva d’essere stata catturata arrivasse a realizzare che si è “imprigionata” da sola giocando con cose molto più grandi di lei . grazie per resistere a questa storia

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