La Casa del Tempo Sospeso

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Amelia non aveva mai visto così tanti gatti in vita sua.

Solo in Marocco, durante il viaggio di nozze, era rimasta colpita dal numero spropositato di felini di cui i residenti e i commercianti si prendevano cura, lasciando loro acqua e cibo dovunque. Aveva inizialmente pensato a una scelta pratica, per tenere lontani i roditori da mercati e magazzini, ma poi aveva scoperto che per la cultura islamica i gatti sono tradizionalmente considerati animali puri e rispettati. Per quanto li amasse, Amelia non era mai riuscita a tenere con sé un animale domestico, tra i turni in ospedale e l’assistenza continua ai genitori anziani, e poi al marito negli ultimi anni di malattia, non aveva mai avuto né il tempo né l’energia.

Aveva 65 anni, ed era riuscita a riscattare gli anni di laurea per andare in pensione un po’ prima del previsto. Ma la decisione, per certi versi drastica, di vendere tutti i suoi beni e trasferirsi in una residenza per anziani, aveva lasciato perplessi i suoi colleghi e i pochi amici che le erano rimasti.

Ma la Casa del Tempo Sospeso non era una casa di cura qualunque.

Quando lei e la sua amica Caterina avevano trovato questo posto, in origine una cascina abbandonata nel Parco Sud di Milano, avevano deciso che quello sarebbe stato il luogo perfetto per il loro progetto. Ottenute tutte le autorizzazioni necessarie dalla regione e dall’ATS, avevano investito tutti i loro risparmi per realizzarlo.

I gatti erano stati inseriti nel piano di sviluppo solo in un secondo tempo. La cascina era popolata da colonie di gatti che vivevano lì fin dall’inizio e a loro piangeva il cuore doverli allontanare, così era nata l’idea di creare nella stessa struttura un rifugio felino. In questo modo, i mici avrebbero potuto far compagnia ai residenti, garantendo la pet therapy tra le varie attività riabilitative. E i gatti avrebbero ricevuto in cambio cure, cibo e coccole a volontà.

Amelia si era trasferita lì da pochi mesi, e il numero degli ospiti della casa di cura non era ancora ottimale, ma la domanda cresceva di giorno in giorno e in poco tempo avrebbero riempito la struttura. A lei, così come a Caterina, non interessava il profitto, l’RSA era convenzionato e le spese erano concordate sulla base del reddito di ciascun ospite. A loro importava creare una residenza dove i pazienti fossero accolti, e assistiti quando necessario, con dedizione e rispetto. Ognuno aveva la propria stanza, nel rispetto della privacy, ma venivano seguiti dal personale sanitario per la somministrazione delle medicine, o per effettuare terapie riabilitative e quant’altro, quando richiesto o ritenuto necessario.

Amelia sollevò lo sguardo dal libro che stava leggendo. I primi giorni di aprile avevano portato un sole ben più caldo delle aspettative. Il cielo era limpido e l’erba era così verde che sembrava dipinta.

Abbassò gli occhiali da vista e guardò in direzione della struttura annessa all’edificio principale. Si trattava del reparto degli anziani non autosufficienti, quelli affetti da gravi malattie fisiche o mentali che, non essendo autonomi, necessitavano di un accudimento più intensivo. All’inizio, aveva pensato di dirigere lei quel settore – del resto, aveva lavorato da sempre come neurologa in un reparto dedicato alle malattie neurodegenerative – ma poi aveva cambiato idea. Non aveva senso lasciare il proprio lavoro per finire a svolgere la stessa occupazione nel posto dove aveva deciso di trascorrere gli ultimi anni della sua vita in pace e tranquillità.

Angelica si avvicinò di soppiatto alla panchina. Era una gatta anziana dal pelo bianco e dagli occhi azzurri. Portava il collarino dal quale pendeva la medaglietta con il proprio nome inciso, come tutti gli altri gatti della residenza. Avevano preso questa decisione per evitare che venissero assegnati nomi diversi da ogni ospite della Casa, creando confusione tra i pazienti e crisi di identità nella comunità di felini.

La gatta si sedette a pochi metri da lei, sollevò la zampetta anteriore destra e si mise a muoverla alzandola e abbassandola, come se la stesse salutando. Le ricordò quei soprammobili dorati a forma di gatto che si trovano all’ingresso dei ristoranti giapponesi e che muovono nello stesso modo la zampetta a mo’ di invito. Amelia non conosceva molto bene il comportamento felino, ma trovò quel gesto insolito, quasi inquietante. Dopo aver fissato un punto oltre la panchina per diversi istanti, come solo i gatti sanno fare, Angelica si alzò e si avviò tra i cespugli da dove era arrivata.

«Ehi! Sei qui» urlò la signora Ludovica Della Valle, nota a tutti come la Contessa. «Ti ho cercata dovunque». Si accasciò sulla panchina accanto a lei, con tutto il suo carico di grasso accuratamente avvolto da seta e cashmere. I capelli erano freschi di piega e le labbra rifatte erano cariche di rosso Chanel. Sembrava una caramella mal incartata.  Si portò la mano al petto con fare teatrale, e fece una serie di respiri fin troppo lenti per essere definiti affannosi.

Cosa ci aspetta nel prossimo episodio?

  • Sessione di gioco di ruolo fantasy Dungeons & Dragons. (14%)
    14
  • Festa danzante revival anni ‘70 (57%)
    57
  • La classica tombolata. (29%)
    29
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210 Commenti

  • Molto bello il finale surreale e felino, sorprendente e perfettamente in linea con l’atmosfera sospesa del racconto. Il ritmo è brillante, i dialoghi arguti, e il colpo di scena finale inaspettato.
    Tra i punti forti della prosa spicca una narrazione vivace, dal tono leggero e ironico, capace di alternare umorismo e riflessione con naturalezza, rendendo la lettura scorrevole anche nei momenti più cupi. I personaggi sono ben costruiti, tratteggiati con pochi ma efficaci dettagli visivi che li rendono memorabili (la Contessa, il Bauscia, Ludovica su tutti). L’uso delle metafore è brillante e originale: immagini come “una palla da demolizione ricoperta di strass” o “l’assalto geriatrico in stile testuggine romana” aggiungono colore e ritmo alla narrazione.
    I dialoghi migliori sono quelli tra Amelia e Ludovica: realistici e teatrali al punto giusto, danno vita a una coppia dinamica e credibile, capace di tenere insieme il cuore e l’ironia del racconto.
    Se dovessi fare le pulci, da lettore di serie B quale sono: in alcuni passaggi, soprattutto durante le feste o le scene più corali, la prosa si dilunga un po’ troppo nei dettagli, rallentando il ritmo. Ma è davvero un’inezia. Brava, Laura.

    • Ciao rupert74 🙂
      Grazie del tuo feedback. Hai fatto un’analisi da editor 😀
      Starò più attenta a non dilungarmi troppo nei dettagli nelle prossime storie, è che cerco di dare al lettore più immagini possibili per crearsi mentalmente la scena, ma forse a volte esagero 😛
      Per quanto riguarda Amelia e Ludovica, sono lieta che i dialoghi ti siano piaciuti, probabilmente ero particolarmente ispirata (quelle due mi facevano quell’effetto).
      Spero di ritrovarti alla mia prossima storia 🙂

  • Ciao Laura, io l’aggiunta del paranormale, visto il comportamento felino, un po’ me l’aspettavo. Gli scienziati alieni però no, soprattutto non all’ultimo capitolo così all’improvviso!
    La tua storia, così come il tuo modo di scrivere mi sono piaciuti molto e questo te l’ho già detto. Sono felice di aver partecipato, anche se a metà strada, alla creazione di questo racconto e spero di partecipare dall’inizio alla creazione del prossimo.
    Ci si legge presto, consapevole che leggere una tua storia sarà sicuramente un piacere e anche uno spunto personale per nuove avventure.
    Alla prossima!

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